CARLO VENEZIANI.
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VENT'ANNI DI BEFFE: QUESTO ERA IL FASCISMO.
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1945. Gamma Editrice, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Da Democrito a Rabelais, da Swift fino al famoso pernacchio di Eduardo de Filippo, passando dal motto anarchico di fine ottocento la fantasia distrugger il potere e una risata vi seppellir, lironia e il sarcasmo da sempre hanno messo in luce la forza rivoluzionaria del riso. Cos nellItalia ancora in corso di liberazione, Veneziani nel 1944 d alle stampe questa raccolta di motteggi, aneddoti, barzellette, che per ventanni la gente, il popolo, gli umili, hanno raccontato e diffuso per irridere la tracotanza del potere, da sempre abbinata ad una colossale ignoranza.
Veneziani combatte il fascismo con le armi che gli sono congeniali e che spesso sono state le armi degli umili per irridere i potenti, una forma di ribellione, talvolta lunica a disposizione delle classi oppresse, sempre comunque adatte a far crollare la sacralit del potente di turno.
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L'AUTORE.
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Carlo Veneziani (Leporano (Taranto), 12 giugno 1882. Milano, 17 gennaio 1950)  stato un commediografo e sceneggiatore italiano.
Inizia a scrivere per i giornali all'inizio del secolo 1900, per poi presentare le sue prime commedie a Compagnie di prosa, il primo successo sar Alga Marina, in tre atti, con l'interpretazione di Paola Borboni nel 1925, far scalpore l'abbigliamento molto succinto dell'attrice.
Nella stagione 1941-42 diresse la Compagnia Italiana del Teatro Comico Musicale con Cesco Baseggio, Andreina Carli e Carlo Lodovici.
Continuer a scrivere sia per il teatro che per il cinema sia muto che sonoro sino alla fine degli anni '40, collaborando anche con la radio EIAR, che trasmetter anche alcuni suoi radiodrammi.
Nel 1944, subito dopo la liberazione di Roma dai tedeschi, fu autore di una fortunata raccolta di aneddoti sul fascismo che si presenta in pratica come la prima opera satirica sul defunto regime a guerra ancora non conclusa. Mor a Milano il 17 gennaio 1950. Riposa al Cimitero Monumentale di Milano.
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VENT'ANNI DI BEFFE: QUESTO ERA IL FASCISMO.
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PREAMBOLO DELL'AUTORE.
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Queste cronache non vogliono essere e non sono un'opera letteraria n storica o politica, ma una semplice raccolta di opinioni della folla, pensieri espressi dagl'italiani, motti, idee, frasi e commenti che forse agli storici di domani potranno persino servire. Il volume s' venuto formando in Roma, entro quel giro di nove mesi che va dal triste venerd 9 settembre 1943, giorno in cui i tedeschi s'impadronirono brigantescamente della Capitale, massacrando misera gente inerme e depredando dovunque, fino alla gioiosa domenica 4 giugno 1944, giorno in cui li vedemmo fuggire, sulle ore del tramonto, disfatti sperduti vinti, e assassinarono ancora innocenti, devastarono ancora, ma erano finalmente inseguiti come cani rabbiosi dalle truppe delle Nazioni Alleate, le quali entrarono vittoriose nella Citt Eterna, tra un entusiasmo non dimenticabile e forse senza precedenti nella storia del mondo.
Nove mesi! si disse, c' stato giusto il tempo necessario alla nascita d'una creatura umana.
Per Roma n' nata, infatti, una sovrumana: la Libert.
Scrissi queste cronache, dunque, passando da una all'altra stanza d'albergo, nascondendo sempre i fogli "delittuosi" ora in segreti ripostigli, ora in non sospettati uffic, perch se me li avessero trovati, in una delle loro quotidiane perquisizioni per tutte le case di Roma, i fascisti o i nazisti, mi avrebbero regolarmente soppresso in malo modo, ci che ad essere sincero non mi pareva comodo n divertente. Ma gi non potevo permettermi il lusso di morire in quei mesi, con quanto c'era da svolgere e organizzare nel fronte clandestino: stavo guadagnandomi il grado di capitano.
Intitolando Vent'anni di beffe questo libro che, direi quasi, s' fatto da s, io mi domandavo se davvero fummo noi italiani a beffare per cos lungo tempo fascismo e fascisti o non fu piuttosto Mussolini a beffare tutta l'Italia, e non gi dal 1922, ma dal 1914 in poi. Oggi, volgendoci a esaminare quel numero d'anni trascorsi tra l'una e l'altra guerra, possiamo affermare che il tragico pagliaccio di Predappio non beffava, invece, non ha mai beffato: egli "bluffava". Tutto in lui era bluff: il suo partito, i suoi discorsi, le sue azioni, la sua vita.
Parola inglese ostica deploratissima da puristi pedanti e cocciuti, bluff  un insieme di ciurmeria, inganno, jattanza, trucco, fanfaronata, frode, truffa, mistificazione, megalomania. Il governo mussoliniano fu tutto questo. In cambio di combatterlo e abbatterlo, avemmo il torto di deriderlo soltanto, per pi di quattro lustri. Sopportiamone ora le conseguenze, che in verit non ci siamo meritate, cerchiamo di rimetterci in piedi col lavoro del braccio e del cervello, con la libert, l'onest, la giustizia, il rispetto umano.
Le fonti di queste cronache furono molte, attinsi a documenti noti e ignoti, fatti pubblici, giornali del tempo, libri, pubblicazioni alla macchia, sicure testimonianze di persone d'ogni ceto, oltre che alla mia non labile memoria, anche perch non di rado mi trovai ad essere una delle minuscole ruote dentate, la pi impercettibile di certo, di quegl'ingranaggi che mettevano in moto la satira, l'ironia, lo scherno degl'italiani. Riporto qui alcuni strali e motti che in qualche storia aneddotica sono attribuiti a var e diversi personaggi, ma pure venivano aggiornati dalla gente e trasformati in cos adatto modo che davvero finirono col riferirsi al truce malfattore di palazzo Venezia, come a uomini e fatti del suo cos detto regime.
A tal proposito, un ragguardevole uomo politico, gi ministro prima del 1922, mi osservava:
Quel che fu vero per Caligola come per il bandito Ninco Nanco, pu benissimo esser vero anche per Mussolini.
E siccome io sono d'ugual parere, licenzio con serena coscienza questo libro alle stampe.
C. V.
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NOTA ALLA SECONDA EDIZIONE.
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La prima edizione di queste "beffe" si esaur in un mese. La seconda, che ha dovuto attender la carta, esce quando gi i maggiori bersagli degli strali del popolo, nel ventennio maledetto, hanno subto la pena che loro spettava. Dovrei dunque mutar molta parte del linguaggio di queste pagine, ma ci facendo, temo di togliere il valore di testimonianza a quanto ho raccolto e narrato con lo stato d'animo dell'italiano insofferente eppur costretto a soffrire. E si sa che anche lo stato d'animo  un documento storico.
Lascio quindi la materia esposta com', aggiungendo invece in un'appendice quanto alcuni cortesi lettori mi segnalarono, dopo aver letto il libro. Approfitto, anzi, per rivolger loro un ringraziamento toto corde, specie al signor Giulio Lessiga di Napoli, che appunto mi scrisse informandomi come Farinacci, a suo tempo, minacciasse taluni suoi nemici dicendo precisamente: Li far impiccare toto corde, ossia con tutta la corda!
Ma ormai...
C. V.
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1. LUI E DIO.
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Mussolini, a Roma, nel 1929:
Il fascismo  l'unica cosa nuova che i primi trent'anni di questo secolo abbiano visto.
Un ascoltatore:
Oh s, ce ne fa vedere di cose nuove, il fascismo, ma di quelle che se fossero avvenute prima, sarebbero finite in corte d'assise, ora invece finiscono al governo.
Terribile arma  il ridicolo, penetra a fondo, scalza, lacera, uccide, avendo soltanto l'aria di scherzare; spietata arma che il popolo italiano ha maneggiato per vent'anni maestrevolmente, perch il deridere pi che il ridere  nelle nostre millenarie abitudini. Non per nulla siamo i lontani nipoti di Plauto e di Giovenale, siamo i creatori delle maschere, siamo i pi sottili ideatori di gherminelle, sulla faccia della terra. Il senso della parodia e della caricatura  tra le aguzze e prontissime facolt della nostra razza.
Per oltre vent'anni, a partire dal 28 ottobre del 1922, fucilazioni, carcere, miseria, tortura e confino, oltre il manganello e l'olio di ricino, sono state le varie spade di molti Damocli pendenti sempre sul capo d'ogni italiano, e ci non ostante fioriva la barzelletta in tutti i luoghi, scaturiva, erompeva e si moltiplicava, sbrigando la funzione che milioni di oppositori non potevano compiere. Minacce di morte, di persecuzione, di fame non debellavano quell'implacabile nemica tormentosa e corrosiva. S'insinuava piccante negli uffici, nei circoli, nelle redazioni dei giornali, serpeggiava sottovoce, si camuffava da innocente fatterello di cronaca e s'infilava fino ai ministeri, osava giungere nientemeno al cospetto del folgorante padrone d'Italia, irritava in alto e divertiva in basso, dilettava a destra e offendeva a sinistra, passava da un capannello all'altro pungendo, mordendo, viaggiava nei treni, nell'auto, negli aerei, si propagava per tutti gli strati sociali, aggressiva e inesorabile, accendendo razzi d'ilarit, allargando girandole di allegri commenti che dimostravano quanto l'animo degl'italiani fosse ostile allo stupido e bestiale dispotismo fascista. Era il motto di spirito impertinente, era l'aneddoto arguto che colpiva giusto dovunque, senza rispetto, era la storiella frizzante che livellava tutti, capi e code, gerarchi e gregari, non risparmiando n il re n Iddio.
Che c' di nuovo, a Roma? chiedeva San Paolo, a San Pietro.
C' quel matto di Mussolini che s' fissato d'essere l padreterno in terra... rispondeva l'Apostolo di Betzaida.
Uhm! il Santo collega esclamava, e qui non c' forse quel matto del Padreterno che s' fissato d'essere Mussolini in cielo?
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Un giorno, il buon Dio fece una sfuriataccia contro Lucifero: Insomma, quando finirai di mettere al mondo i tuoi diabolici buffoni?
E il Maligno ghign: Io non faccio che la parodia dei tuoi uomini, o Signore, creo la caricatura; tu creasti Cesare e io feci Nerone, tu creasti Napoleone e io ho fatto Mussolini.
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Poi c'eran gli ordini del Sommo Fattore che venivano male eseguiti. Quando all'altro mondo, l'Altissimo si vide comparire innanzi Arnaldo, fratello del cos detto duce, s'inquiet con l'angelo della morte.
Tu non afferri i miei ordini! Ti avevo prescritto di liberar l'Italia da Mussolini, ma intendevo parlar di quell'altro.
Pochi anni dopo, all'al di l giunse Bruno, figlio del nume di Predappio, e il buon Dio s'irrit ancor pi.
Ma  dunque possibile che quando chiedo un Mussolini, non mi porti mai quello giusto?
L'angelo azzard: Come pu essere giusto, o Sommo Padre, se  Mussolini?
Voglio qui il duce, mi spiego?
Ma come posso farlo morire, se  proprio lui che fa morire gli altri?
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Le grandi gerarchie reputarono loro dovere rivolgersi al Paradiso per notizie sui parenti del principale, e n'ebbero in risposta una specie di crittogramma: "A.B. A.B. A.B.".
O che vorr dire? s'interrogarono tra loro i pezzi grossi.
Un interprete dei supremi responsi intervenne a spiegare: "Arnaldo Bene, Arrivato Bruno, Attendiamo Benito".
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Una sera, dalla terra telefonano al cielo:
Preparatevi a ricevere Mussolini, egli viene a fare una visita cost.
Dio si spaventa:  un bel guaio! Se quello mi riduce il Paradiso come ha ridotto l'Italia, dichiariamo fallimento.
Ma no, o Signore, lo confortano i cherubini, qui ci siete Voi, al di sopra di Mussolini.
E che vuol dire? Anche in Italia il re era sopra di lui, e lui se l' messo sotto.
Quindi l'Altissimo chiama in fretta San Pietro e con molto orgasmo gli ordina:
Corri lesto, chiudi a doppia chiave tutte le casseforti del Paradiso, arrivano i fascisti!
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Segue la barzelletta che descrive la visita. Il nume di Predappio viene informato sul comportamento da tenere in cielo, secondo l'etichetta di lass.
Voi, duce, dovete salutare per primo.
Che? Io salutare per primo il Padreterno? Mai! Se Egli non si mette in piedi nel vedermi, non lo saluto, anzi non saluto nessuno.
Almeno alzate la mano, fascisticamente.
Niente affatto!
E si reca in Paradiso col consueto codazzo del suo burattinesco stato maggiore, o stato mangione, come dicevano alcuni, tenendo a un passo di distanza colui che funziona in quel giorno da segretario del partito e ch' incaricato di soffiargli nell'orecchio, di tanto in tanto, qualche particolare del cerimoniale.
Duce, ecco le truppe degli Angeli, Serafini e Cherubini.
Ma lui tira diritto, secondo il suo motto: "Noi tireremo diritto!"
Duce, ecco il plotone d'onore dei Beati e Venerabili.
E lui duro; non saluta.
Ecco lo stuolo dei Santi minori, poi la schiera dei maggiori....
Mussolini s'ingrugnisce sempre pi, inflessibile e tronfio.
Ecco i Santi che formano il Governo di Dio, quass: San Pietro, San Paolo, San Giovanni...
Tutti s'inchinano, ma lui niente.
Ecco la Sacra Famiglia, duce! fa il segretario, paventando uno scandalo, poich subito dopo s'eleva il trono del Sommo Fattore.
Mussolini non gli d retta. Nel cervelluzzo del segretario lampeggia, sembra incredibile, un'idea.
Duce, egli avverte lesto, c' il fotografo!
Fulmineamente, il divo di villa Torlonia leva la mano salutando, in modo da assumere la posa fiera e fotografabile.
Allora Iddio sorride e si alza bonariamente a riceverlo.
Ma anche il buon Signore dell'Universo ha fatto, a sua volta, qualche preparativo per il ricevimento del nume d'Italia.
Chi gli presenter per primo? Egli aveva chiesto la sera innanzi, a due Santi Apostoli.
Chi Tu credi, o Signore.
Sta bene, fate venire avanti i morti del fascismo...
Il giorno dopo, Mussolini si vede presentare un gruppo di strani fantasmi in camicia nera. L per l non comprende chi siano e domanda loro:
Ma chi siete voialtri?
Li mortacci tua! rispondono i fantasmi, in coro romanesco.
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 bene ricordare che questo scudisciante modo di combattere il potere odiato non sorse affatto negli ultimi anni del regime, ma si deline fin dal principio, subito dopo la marcia su Roma. Le barzellette s'avviarono per le strade del bel Paese appena le prime manifestazioni del fascismo incominciarono a far ridere gl'italiani. E furono goffaggini innumerevoli. Non possiamo dimenticare le prime parate con i gerarchi intorno al loro capo, in giro per Roma, ora in camicia nera, ora stretti in lunghi stiffelius, o palamidoni, se preferite, o prefettizie.
Avete visto sul palcoscenico dei teatri di variet o dell'operetta, talvolta anche del circo equestre, certi pagliacci saltatori e certi buffi giocolieri che hanno le ghette sotto i larghi abiti a falde, e s'annodano strani cravattoni a farfalla? Ebbene, se aggiungete una gala di nastrini e ciondoli multicolori sul petto, una piccola selva di lucidi cappelli a tuba sulle teste, vi farete un'idea di come i primi anni del governo fascista assomigliassero a certe scene di clowns o a certe sfilate di personaggi nei vaudevilles di Labiche.
Innumerevoli fotografie venivano sparse per i cinque continenti, la mania dell'esibirsi prese forme deliranti, il cafonismo riemp delle proprie immagini tutti i giornali illustrati del mondo, i pacchiani salivano in Campidoglio, l'ra fascista si inaugurava.
Inutile dire che Mussolini appariva sempre in primo piano, per suoi ordini precisi, con una palandrana a prstito, dalle cui maniche troppo corte per lui, sporgevano circa trenta centimetri di polsini bianchi, inamidati, legnosi. Egli portava le ghette sportive, certe cravatte da esposizione umoristica, e faceva a tutti la grinta truce, cos che a Firenze si cominci a dire:
La 'un s'arrabb, via!
A Napoli ripetevano il comando che un secolo addietro si dava alla guardia reale, quando sfilava innanzi a Ferdinando II di Borbone:
Facite 'a faccia feroce! Cchi feroce ancora! Ferocissima! Brrr!
A Roma si esclamava con finto stupore:
Ma chi j fatto gnente?
Dovunque si spiegava:  tanto imbronciato, forse perch lui non pu ridere di noi, mentre noi ridiamo tanto di lui.
E si divulg la famosa canzonetta che aveva per ritornello:
Non t'arrabbiare,
la vita  breve,
nessun lo deve
dimenticar!
Naturalmente, appena nelle sfere di comando qualcuno comprese a chi quel ritornello alludesse, il fischiettarlo divenne reato di lesa maest: ne seguirono arresti, divieti, perquisizioni e dispiaceri complicati.
Frattanto quell'altra maest, quella autentica domiciliata al Quirinale non avvertiva il ridicolo in cui la monarchia incominciava a naufragare.
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Quando le ruberie, che da principio parvero distrazioni sportive di qualche gregario degenere, si ampliarono, diventando sistemi di governo, il popolo, tenuto in soggezione perch non reagisse, si vendicava escogitando una storiella dietro l'altra, e rideva spesso a bocca amara,  vero, ma scardinava col ridicolo tutta l'autorit del regime.
Ecco i raccontini che si divulgavano ogni giorno:
Per istrada, il divo di Predappio s'incontra con due suoi tirapiedi pomposi e gongolanti. Uno di questi vede un bar e propone:
Duce, vogliamo prendere qualcosa?
Sbito! A chi? fa pronto Mussolini, tendendo le mani.
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Si annunzia un discorso del capoccia.
Be', osserva qualcuno, bisogna proprio sentirlo?
Oh, se io non lo sento oggi, non importa, fa un altro, domani comprer il disco.
Quale disco?
"La voce del ladrone".
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Un tizio osserva:
Dicono che Mussolini sia unico al mondo, mentre non  vero, c' anche suo fratello.
E un vicino sospira malinconicamente:
Eh, si sa che le disgrazie non vengono mai sole!
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Eppure, assicurava uno di coloro che passavano per fascisti in buona fede, perch mangiavano pi degli altri, eppure io credo al duce, egli un giorno render felici gl'italiani.
S, il giorno dei suoi funerali! afferm uno sfiduciato.
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Un forestiero s'informava:
Come si sta in Italia, ora che c' il fascismo?
Mah, non ci si pu lamentare! si rispondeva, sottintendendo che non era permessa alcuna opposizione.
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Enciclopedico poligrafo onnisciente e onniveggente, genio unico cosmopolita universale cosmico, il dittatore ebbe la debolezza di Caligola: si credette seriamente un nume.
Egli si numifica! costatavano alcuni.
E si nummifica! aggiungevano altri, sapendo come si arricchisse oltre ogni pudore.
Mussolini rivel cos uno dei lati pi evidenti del suo essere: l'imbecillit.
Gl'imbecilli sono in modo assoluto immensamente presuntuosi e del tutto insensibili al ridicolo. Mussolini non intendeva la goffaggine del definirsi duce. L'appellativo se l'attribu da s, egli era autarchico fino dal 1919, anno di fondazione del fascismo. Egli non sentiva la comicit di quegli amenissimi assiomi nei quali si crogiolava soddisfatto: "Mussolini  infallibile!", "Mussolini ha sempre ragione!".
E questo  molto imbecille.
Il giustiano Girella "emerito di molto merito", il dottor Dulcamara, Rabagas, Cagliostro, Rocambole, Arlecchino e altri personaggi del genere, veri o falsi, si riunirono un giorno, a palazzo Venezia.
Che cosa venite a far qui? chiese brusco il piantone di turno.
Siamo venuti dal nostro presidente!
Infatti poco dopo arriv Mussolini e diede loro le direttive.
Guai se sui giornali non si stampava che il duce aveva dato le direttive. A chiunque, per qualunque cosa, dovunque fosse, comunque si dovesse agire, le direttive le dava lui. Andavano architetti, lustrascarpe, filosofi, spazzini, levatrici, poeti, cuochi, ammiragli, biscazzieri... Il duce dava loro le direttive.
Ahi! gemeva una donna incinta, ho le doglie....
Non possono essere quelle del parto, la confortava il marito, perch il duce non ti ha dato ancora le direttive.
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A Montecatini appena qualcuno sentiva i violenti effetti delle acque purgative, esclamava:
A rivederci, io corro... Il duce mi ha dato le direttive!
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Nella prima sera nuziale, una sposina sollecitava il giovine consorte fascistissimo:
Be', caro, che fai, non vieni al mio fianco?
Un momento, tesoro, telefono prima al duce perch mi dia le direttive.
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In un congresso di balie, fu elevata formale protesta contro i beb che poppavano e facevano pip senz'aver preso le direttive dal duce.
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Alcuni ladri litigavano a causa d'un furto riuscito malissimo:
Vedete? rimbrottava uno, vedete le conseguenze di non aver preso le direttive giuste dal duce?
Ma no, va l, lui non se n'intende di scassi e di rapine...
Come no? Non  lui che d le direttive ai gerarchi?
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D'un amministratore che scapp con i quattrini dell'ente amministrato, senza lasciarsi pi acchiappare, si disse:
Gli  riuscita bene, ha avuto le direttive dal duce.
D'un ponte che croll il giorno dopo l'inaugurazione, si afferm:
L'avevano costruito sotto le direttive del duce!
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Per ogni nomina a posti elevati, non si comunicavano gli stud e l'esperienza del prescelto, ma si magnificavano soltanto i suoi meriti fascisti: marcia su Roma, squadrista, fascia littoria, sansepolcrista e cos via. Perci vedemmo l'ente della moda presieduto da un fabbricante di maccheroni, l'arte lirica organizzata da un ufficiale dell'esercito, un avvocatino senza clienti and a presiedere la Societ degli Autori, il teatro era governato da un funzionario delle assicurazioni, il cinema da un ex reporter truffaldino del Popolo d'Italia, un quadrumviro senza il minimo studio n alcuna conoscenza specifica divenne ministro dell'educazione nazionale, un giovinotto che come benemerenze aveva soltanto quella d'essere genero di Mussolini, fu ministro degli esteri per lunghissimi anni, e precisamente gli anni difficili che prepararono la tragedia della nazione.
E tutto questo era supremamente imbecille.
Ma di chi si ride meglio, al mondo, se non degl'imbecilli? Quindi i sarcasmi zampillavano, gli scherni si dilatavano, le canzonature si propalavano dappertutto, ad ogni istante.
Quando uno del seguito fu nominato ministro della cultura popolare, si disse nello stesso mbito fascista:
Il duce l'ha voluto perch quello sembra stupido a chi non lo conosce, ma conoscendolo poi, ci si accorge che lo  veramente.
Quando all'educazione nazionale and il quadrumviro ignorante, vennero convocati tutti i dipendenti e sua eccellenza tenne loro il regolamentare pistolotto:
Ricordatevi che io non ammetto nessuna educazione, perch qui dentro voglio solamente quella nazionale!
La stessa personalit eccelsa, recatasi a visitare una scuola, estern il desiderio d'assistere a una lezione, in una classe ginnasiale. Lusingato e commosso, l'insegnante interrog su varie materie alcuni alunni, e ad uno chiese:
Dimmi qualcosa del vaso di Pandora.
Il ragazzo rest muto, non ricordando la lezione di mitologia.
Come? deplor il professore, seccatissimo, non sai chi  stato a romperlo?
E rivolse la domanda a un altro allievo, purtroppo con eguale risultato. Bile del pover'uomo che sfigurava al cospetto di cos alto superiore, perci si mise a sollecitare tutta la scolaresca, affannando:
Avanti, perdinci, voglio sapere assolutamente chi ha rotto il vaso di Pandora! Chi lo sa, parli...
Nessuno fiat. Allora il ministro intervenne con bonomia:
Poveri ragazzi, hanno paura di rivelarlo, ma non s'arrabbi, professore, non  il caso di far tanto chiasso per un semplice vaso, ne far comperare uno nuovo, magari a mie spese.
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Un altro quadrumviro, elevato al ministero dell'aviazione, and in volo fino a Parigi, dove le autorit francesi lo ricevettero con molti onori, e il segretario del nostro gerarca s'arrangolava a vantare con tutti le di lui virt, ma non conoscendo bene la lingua, ripeteva:
Monsieur le nostre ministre dell'avion est le plus grand voleur d'Italie!
Il meschinello non sapeva che voleur significa ladro, e involontariamente diffondeva una verit, convinto di rendere un grande servigio al suo gerarca.
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I quadrunviri dal popolo erano chiamati i quadrupedi.
Per far ministro il marito della figlia del divo predappiese, venne creato il portafoglio della stampa e propaganda, e lo si defin subito il ministero sui generis.
L'alto papavero ch'ebbe il dicastero delle colonie, si rec in viaggio ufficiale a Tripoli, e stava per passare anche a Bengasi, in aereo, ma al momento della partenza, un fonogramma avvertiva che i formidabili venti periodici del deserto soffiavano forte, per cui l'atterraggio nella citt cirenaica presentava qualche rischio.
Eccellenza, fecero notare le autorit tripolitane, sar meglio rimandare la visita.
Perch? chiese con burbanza e con barbanza il ministro.
Perch Bengasi  pericolosa, in questo momento.
Ma noi fascisti siamo abituati ad affrontare qualsiasi pericolo.
Va bene, eccellenza, ma ci sono i monsoni.
Credete forse che noi li temiamo? Combatteremo contro di essi come contro qualunque nemico.
Ma, eccellenza, i monsoni sono venti...
Venti? E che importa? Fossero anche duecento, anche mille, noi non abbiamo paura di nessuno!
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Una sottoeccellenza esponeva il suo parere sulle spese per l'esercito:
L'artiglieria va bene, la fanteria pure, ma il genio  un di pi.
Niente affatto, l'esercito non pu farne a meno.
Errore! Per l'esercito italiano basta ci sia il genio del duce!
E ne vedemmo le conseguenze in Albania, in Abissinia, in Tripolitana, in Sicilia.
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Un altro ministro dell'educazione nazionale present, come  noto, la strampalata e inattuabile "carta della scuola", con molta solennit, avvisando ch'essa era il frutto di importanti stud e ricerche compiuti nel gabinetto stesso del ministro.
Abbiamo capito, dissero i professori dell'Ateneo romano, quella della scuola, dunque, non  che la carta del gabinetto.
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Inagurandosi il ponte Duca d'Aosta, a Roma, un nugolo di gerarchissimi si ferm a compiere la cerimonia di battesimo, proprio al centro del ponte stesso. L'architetto costruttore disse piano ad un amico:
Ora vediamo se la costruzione regge il peso.
Ma come, non l'hai provata prima?
S, ma adesso faccio il collaudo definitivo, con tutte quelle autorit: se il ponte resiste,  bene...
E se non resiste?
Allora  meglio!
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Quando c'imbronciammo col Brasile, a causa del caff, un brasiliano e un italiano s'incontrarono.
Volete proprio litigar con noi? disse il primo, non sapete che il nostro paese  il pi importante d'America?
S, fece l'altro, come il nostro  il pi importante d'Europa.
Noi abbiamo i rii, le sierre...
Noi abbiamo le Alpi, il Po, il Tevere...
Ma in Brasile c' il Matto grosso.
Oh, se si tratta di matti, caro voi, in Italia c' il pi grosso di tutti.
Possibile?
S,  a palazzo Venezia.
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In aereo con Balbo, volando sul Lazio, il Pirgopolinice del nostro secolo contempla il paesaggio sottostante ed esclama:
Bella  l'Italia e buoni sono gl'italiani!... Ah, come vorrei dar loro una grande gioia!
Puoi farlo senz'altro, gli risponde il socio, perch siamo a tremila metri d'altezza.
E che posso fare?
Buttarti gi, ma subito!
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Quello che arriva sempre pi presto degli altri, in un notissimo circolo milanese,  uno strano socio che si precipita in sala di lettura, apre in fretta i giornali del mattino, scorre soltanto i titoli della prima pagina, fa un gesto di rabbia e se ne va, deluso e sconsolato.
Perdoni, signore, gli domanda un giorno il custode, impensierito, lei cerca qualcosa di capitale importanza, nei giornali?
S, aspetto da anni un annunzio di morte.
Ma sono annunz che si trovano in quarta pagina, signore...
Quello che cerco io si trover in prima pagina, sangue del mondo! e se ne va pi furibondo che mai.
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Tornando da uno dei tanti raduni "oceanici", il Rodomonte con doppia greca  stufo d'applausi, d'osanna, di gloria, sicch chiama il segretario del partito e gli chiede:
Quanti sono i fascisti regolarmente inscritti?
Cinque milioni e seicentomila.
Troppi! I partiti pletorici si corrompono: esigo l'espulsione di tutti i tesserati per forza, dei disonesti, dei profittatori, degl'idioti e dei delinquenti.
Sarete obbedito.
Sicch, ad occhio e croce, secondo voi, quanti fascisti espellerete?!
Cinque milioni e seicentomila, duce!
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Al mercato incominciano a scarseggiare le merci, e una donna pi delle altre irritata, sbotta in una battera d'improperie:
E che si deve crepar di fame per colpa di quel brigante? Carogna! Farabutto! Galeotto! Pendaglio da forca!
Un metropolitano s'accosta severo: Ehi l, signora, di chi parlate?
Di... tentenna la donna, di... mio marito.
Oh, perdonatemi, eccellenza, fa l'agente dell'ordine, umile, mettendosi sull'attenti, non m'ero accorto che voi siete donna Rachele.
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Cos gl'italiani sono stati fascisti.
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2. IL GRAN SEGRETARIO.
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Mussolini al congresso del partito, il 22 giugno 1925:
Tutto il potere a tutto il fascismo!
Uno della folla: E tutti i quattrini a tutti i fascisti!
Il pi divertente e istrionico dei luogotenenti di Mussolini fu quello che rimase segretario del partito per ben otto anni, dopo altri quattro o cinque di sottosegretariato. Pezzo arcistragrosso, guerriero da berlingaccio, col petto nascosto sotto le decorazioni pi variopinte e bislacche, con fasce, fiocchi, sciarpe, ciondoli e chincaglierie da tutte le parti, era una delle pi risibili e sbertucciate figure del fascismo. Tiranno da farsa, faceva la "faccia feroce", tenendo la sua carica con uno spirito da capobanda di paesello. Raccoglieva sulla sua schernevole persona il ludibrio e il cachinno dei suoi stessi camerati, fu lo zimbello degl'italiani per tutto il tempo ch'egli stette tra le primissime file del regime. Su di lui se ne raccontavano quasi quante sul suo padrone. Costui un giorno gli aveva ordinato:
Voglio che l'Italia sia una e indivisa!
L'Italia in divisa? fraintese il servo sciocco, ebbene, duce, ve la far vedere io!
E da quel giorno impose la divisa a tutti, agli operai, agli impiegati, ai funzionar alti e bassi. Voleva mettere le uniformi perfino alle donnine allegre e ai mendicanti. Pens pure un bel costume militare per le guardie che dovevano andare in borghese.
In una circolare draconiana, esigeva che nelle case di maternit i bambini nascessero in uniforme e con decorazioni.
Istitu la giubba d'orbace nera e stabil che per tutti i fascisti, l'indumento immutabile fosse la camicia nera, Per cui venne un distico che spiegava:
 la camicia nera un bel costume,
perch non fa vedere il sudiciume.
Quanto ci fece sbellicare, quel vice-duce!
Dovendo recarsi al caff insieme ad altri, si present in divisa polare, a mezzo luglio.
Perch sei in quella assisa? gli chiesero.
Perch devo prendere il gelato.
Trovandosi in una seduta ministeriale, d'un tratto si alz avvertendo:
Vado a mettermi in uniforme da viaggio.
E per qual ragione?
Perch sto viaggiando con la fantasia.
La gente proponeva spesso:
Andiamo alla parata fascista, vediamo un po' che razza di toletta inaugura oggi il segretario del partito.
Egli escogitava distintivi, coccarde, placche, galloni e mostrine per le pi futili cause, ed era il primo ad ornarsene, pavoneggiandosi nelle parate e nelle cerimonie. Voleva cambiare il pugnale ostentato dalla milizia fascista, dichiarando:
Useremo gli stili d'acciaio, invece di quelli attuali, perch il duce mi ha detto che dobbiamo avere uno stile.
Fu lui a esigere seriamente l'abolizione totale della stretta di mano, la sostituzione del "lei" col "voi" militaresco, la sparizione dei capelli a cilindro, la soppressione completa della borghesia e altre bazzecole. Non conosceva bene, evidentemente, che il suo dialetto pugliese, quindi male afferrava il senso di molte parole: per lui borghesia voleva dire mondanit e il "lei" significava raffinatezza. L'Italia invece doveva essere un modello di zoticume e idiozia.
Ogni tanto Mussolini interveniva a reprimere qualche sua topica pi majuscola delle altre e a fargli ritirare qualche imposizione infinitamente pi sballata delle precedenti.
Fu quel segretario a volere che la corrispondenza privata o pubblica non incominciasse pi col "caro amico" o "egregio signore" ecc., e non finisse pi con "saluti" oppure "ossequ" o altro. Niente! Diceva che la buona educazione non era fascista, si doveva essere villanzoni e rozzi, altrimenti non si era buoni italiani. E in luogo dei saluti, come chiusa d'ogni lettera, si doveva scrivere: "viva il duce!".
Si diffuse prontamente il testo d'alcune lettere redatte secondo il comando di sua eccellenza gallipolina. Eccone uno:
Gli affari sono andati malissimo, abbiamo dichiarato fallimento, siamo sul lastrico, non ne possiamo pi, viva il duce!
Un altro: Devo purtroppo comunicarti la morte di tua madre, viva il duce!
Un terzo: Mia moglie ha dato alla luce due gemelli, viva il duce!
Un ultimo, indubbiamente d'un uomo in collera col mondo: ...oggi non possono vivere bene che i farabutti, i porci, i ladri, vivono i delinquenti, dunque, viva il duce!
...
Si riferiva che il tenore Gigli, odioso strisciatore d'ogni gerarca, per recarsi pi rapidamente dal capo del governo, non ebbe tempo di togliersi la veste con cui aveva cantato sul palcoscenico, e comparve a palazzo Venezia in costume da Radames, tra un atto e l'altro dell'Aida. Intravedendolo, nella penombra dello stanzone, Mussolini lo credette il segretario del partito e gli disse:
Che c', Achille? Ancora un'altra uniforme? Ah, ma insomma, vuoi smetterla con tante gigionate? Sembri un tenore...
E Gigli, intimidito, solfeggi:
Ma... ma appunto... sono io, duce!
Voi? Oh, ma allora voi sembrate Achille!
...
Dal maggio del 1936 in poi, ogni volta che il nume si presentava, dovunque e comunque, quel segretario doveva seguirlo, all'unico scopo d'annunziare alla folla:
Camerati, salutate nel duce il fondatore dell'impero!
Pare che una volta il povero servo, ridotto al mestiere dell'imbonitore, s'impaperasse, dicendo:
Camerati, salutate nell'impero il fondatore del... cio... il duro... il doce... auff!
E per non sbagliare pi, si dice ch'egli portasse trascritta la storica frase sul palmo della mano.
Anche quando il suo capobanda aveva convegni segreti, intimi, l'annunzio doveva essere fatto con solennit. Ma quando perdemmo le colonie, gl'italiani conclusero:
Salutiamo nel duce l'affondatore dell'impero!
...
Nelle scritte dei monelli sui muri, quel segretario era ricordato di frequente. Per esempio, non si vedeva pi "fesso chi legge", poich l'aggettivo spregiativo era sostituito dal nome dell'eccellenza.
Glielo riferirono ed egli s'adont, rimbeccando:
Il mio nome a chi legge, eh? Asini! A chi scrive, invece!
Non aveva capito niente, come sempre, disgraziato! Ma questo non gli vietava d'ammucchiar milioni.
Vuoi una prova di quanto gli ebrei siano pi furbi di noi ariani? gli propone un giorno il superior Benito.
Volentieri, duce.
Ebbene, vieni con me.
Vanno insieme, entrano nel negozio d'uno stovigliajo ariano, al quale Mussolini domanda delle tazze tutte bianche.
Ma, spiega, le voglio col manico a sinistra.
Il negoziante resta male.
Non ne ho, risponde, non ne ho mai avute.
I due escono, passando da uno stovigliajo israelita.
Dodici tazze tutte bianche, fa il duce, ma col manico a sinistra.
Subito! sorride il semita, e presenta le tazze, girandole a sinistra, eccole, ma sono proprio le ultime, veh! Quindi costano qualcosa di pi....
Il gerarca subalterno compera, paga ed esce dietro al padrone.
Hai visto, conclude costui, hai visto la furberia della razza di Abramo? Il negoziante ariano  stato ignorante, oltre che sciocco.
E perch, osserva il candido segretario, che cosa poteva fare, quello sfortunato, se le tazze col manico a sinistra le ignorava?
Ancora una volta, non aveva capito niente.
...
A Napoli: il gonfio gerarca deve passare in rivista l'equipaggio d'una torpediniera.
A bordo o a terra? egli s'informa.
A bordo, logicamente, chiarisce il comandante.
Allora passer la rivista a cavallo, con tutto il sguito.
Perdonate, eccellenza, ma non sar possibile sfilare con i cavalli sopra una torpediniera: siamo in mare e....
Lo so, interruppe l'illustre segretario, lo so, ma appunto verremo coi cavalli marini.
Evvia, sono troppo piccoli!
Non importa, per me e per voi faremo sellare due cavalloni.
Povero segretario, non c'era verso che capisse mai un accidente.
...
Sul suo conto si declamava l'epigrafe in versi, strillata perfino dai ragazzini romani, talvolta, dopo ch'egli era passato da qualche strada:
Achille Starace
vestito d'orbace,
con mano predace
terribile in pace
ma in guerra fugace,
dovunque rapace,
requiescat in pace!
...
La mondana viziata e viziosa diceva all'uomo che la desiderava:
Per cedere a un atto d'amore, io ho bisogno di brutalizzarmi, di sentire, per esempio, delle sudicerie. Dimmene qualcuna, caro, ma molto grossa.
Mussolini, Starace, Farinacci...
Ah, no, quelli no!
Eppure sono le pi grosse sudicerie del mondo.
S, ma quelle fanno rivoltare lo stomaco!
...
Il segretario presenta al suo capobanda una schiera di giovani italiane, tutte ragazze dai dieci ai vent'anni.
Ecco, duce, le promesse d'Italia.
Bene, fa il divo, passandole in rivista, saranno mantenute!
...
Durante una gita, padrone e servo si fermano alle porte d'un borgo.
Siccome ho un po' d'appetito, propone il primo, facciamo una frugale merenda e dopo entreremo a ricevere gli onori di quei borghigiani.
Ma non abbiamo niente di mangereccio con noi.
Si rimedia facilmente: va alla pi vicina bottega di commestibili, eccoti una lira per un po' di pane e una lira per un po' di salame. Fa' presto.
Il segretario corre e di l a poco torna. Ma  a mani vuote.
Come, non hai comperato nulla?
No, duce, ho dimenticato....
Cosa? Hai dimenticato che t'ho detto di prendere pane e salame?
No, ho dimenticato qual' la lira per il salame e quale quella per il pane.
...
Quando il famoso segretario ebbe il suo ufficio elevato al Ministero, tutti si meravigliarono:
Mussolini eccede! Nientemeno ha fatto ministro quello l....
E perch tanto stupore? Se Caligola pot far console un cavallo, Mussolini pu pure far ministro un asino.
Gi, dopo tutto non  mica il primo....
E non sar nemmeno l'ultimo.
...
Si motteggiava anche a proposito di molti altri uomini del governo fascista:
Da quando abbiamo il duce, in Italia tutto eccelle, perfino i somari diventano eccellenze.
...
Poich il segretario del partito esibiva una specie di esposizione campionaria di medaglie e decorazioni sul petto, si diffuse un distico che insinuava:
Chi mostra pi medaglie?
Quei che son pi canaglie!
...
In una seduta al senato, nel 1934, il nume ciancic:
Tutti quelli che una volta si chiamavano i lavoratori del pensiero, apportano al regime un contributo insostituibile, il contributo dell'intelligenza.
Un senatore mormor:
Ma pare che lo nascondano, perch nel regime intelligenza non se ne vede...
E il segretario? fece uno.
Quello non ha l'intelligenza, ha il genio addirittura.
Eh?l
Il genio dell'idiozia!...
...
Si classificavano gli esponenti maggiori:
In fondo, Mussolini  un talentaccio, Balbo  un fegataccio...
E Achille, col suo cervelluzzo di gallina?
Achille  un gallinaccio!
...
Fu quello il segretario che impose il frasario militaresco per qualunque azione della vita italiana. I banchetti luculliani che s'imbandivano in onore dell'uno o dell'altro pezzo grosso, si dovevano chiamare "ranci camerateschi".
Un signore, tornando in casa propria, dopo la mezzanotte, vi trov due ladri che divoravano ingordamente tutte le provviste della dispensa.
 una porcheria! url il signore.
I due lo fermarono con alterigia:
Prego, camerata,  un rancio cameratesco!
...
Un federale o un fiduciario di gruppo se n'andava e un altro veniva? Era il "cambio della guardia".
Forse fu lo stesso signore suddetto che rincas, un'altra sera, e trov il proprio posto, nel talamo coniugale, occupato da uno sconosciuto.
Ah, fedifraga! strill il signore alla consorte.
Scusa, tesoro, miagol la graziosa donnina, di che ti lagni?  il cambio della guardia....
...
Un fascista che con altri suoi compagni beveva in una bettola, dopo aver visto gi il fondo di tutti i fiaschi ordinati, ne arranf uno pieno da una tavola vicina, sostituendolo con uno vuoto.
Ma... stavano per protestare quelli della tavola.
Cambio della guardia! proclam il fascista, in tono imperioso.
Non c'era nulla da replicare, tutto era in regola. A lagnarsi in alto, si correva rischio d'aver la peggio, facendosi incolpare di delitto d'antifascismo. Quanti furbi disonesti si infarcivano le tasche di fogli da mille, con i ranci camerateschi e i cambi della guardia!
E quelli erano gli uomini che Mussolini sceglieva come suoi collaboratori.
...
Poco prima di tuffarsi ad ogni costo, forsennatamente, nel conflitto, il nostro mescer Vincetutti impart ai suoi ministri gli ordini relativi.
Io sto per consegnare i passaporti agli ambasciatori di Francia e d'Inghilterra...
Viva il duce! acclamarono i pupazzi.
Poich io sono lungimirante, lascio a voi l'incarico dell'alimentazione: non ammetter deficienze n interruzioni di viveri, siamo intesi?
Eja, eja, eja, alal!
E i ministri si diedero da fare, tornando dopo qualche giorno:
Duce, i vostri ordini sono stati eseguiti a dovere, sicch ora abbiamo farina, grassi, legumi, carni, olio, salami, prosciutti, zucchero e caff almeno per tre anni.
Approvo! Ma poich nel Paese c' chi teme di dover restare digiuno, informate subito per radio tutto il popolo italiano e dite quanta roba abbiamo....
Ma no, duce, noi abbiamo fatto provviste per voi e per noi soltanto, chi se ne frega del popolo?
...
Una delle diverse cos dette contesse del Viminale aveva un bel pappagallo.
Parla molto? le chiesero alcuni amici.
Affatto, non pronunzia una sillaba.
E perch non gl'insegni a cantare Giovinezza?
Perch mi annoierebbe.
Insegnagli almeno a dire viva il duce.
Siete matti? Non capite che se nel regime c' un pappagallo che dice viva il duce, lo fanno subito ministro?
...
Banca d'Italia, sportello "cassa":
Prego, ho un assegno da riscuotere....
Avete la carta d'identit?
No, ma io sono il tenore Gigli, il Beniamino...
Dimostratemelo.
Come?
Fate un acuto, un do di petto, un gorgheggio...
Quello lo accontenta, e il cassiere soddisfatto paga.
Di l a poco arriva un secondo individuo:
Ho questo assegno...
Chi siete?
De Chirico, il pittore De Chirico.
Potete provarlo?
No, ma se volete, schizzo il vostro ritratto qui, su due piedi.
Detto fatto, De Chirico viene riconosciuto e incassa il suo assegno. Un terzo signore si presenta con un terzo assegno.
Avete documenti?
Io? Ma non ne ho bisogno, io sono l'eccellenza Starace Achille.
Va bene, per vedete che il tenore ha cantato, il pittore ha dipinto, dunque fate anche voi qualche cosa che vi riveli...
Ma io non so far niente.
Dite sul serio?
Non so proprio niente, non ho mai fatto niente di niente...
E allora non c' dubbio, voi siete veramente il segretario del partito!
Cos l'assegno venne pagato.
...
Breve dialogo di due cittadini:
Non c' che dire, amico mio, Mussolini sa scegliere bene i suoi collaboratori, essi sono quanto di meglio c' in Italia, sono simboli ed esempi agl'italiani, da essi si pu dedurre il valore del regime.
Ma va!
Non credi? Ebbene, per avere l'esatta misura di ci che sia il fascismo, basta tener presente che il gerarca pi erudito  Farinacci, il pi onesto  Ciano, il pi intelligente  Alfieri, il pi disinteressato  Volpi, il pi pulito  Teruzzi, il pi competente  Bottai, il pi incorruttibile  Rossoni, il pi cerebrale  Polverelli, il genio pi completo  Starace!
...
Il quale genio completo in ogni dottrina aveva qualche trascurabile distrazione in fatto di ortografia, tanto che una volta, sotto un messaggio d'onore al suo eccelso padrone, dovendo apporre la firma ben leggibile, scrisse: Acille Starace.
Un camerata accanto lo avverti:
Rileggi bene, caro, e correggi, perch non hai messo l'acca.
Gi,  vero... Un po' la distrazione, un po' la fretta... Ecco fatto!
E il geniale uomo corresse scrivendo Acille Starache.
...
Anche lui, il gran segretario gallipolino, voleva essere bello e fascinoso come il suo principale, e fece allargare il galoppatoio di villa Borghese, portandolo fino fino al viale del passeggio che scende da Porta Pinciana, per farsi ammirare dal pubblico quand'egli cavalcava, tutto attillato e rinfronzolito come un cavallerizzo da circo.
...
Sul tavolino d'un caff di via Veneto, un rimatore scrisse:
Passa il gran segretario,
ed il pubblico vario
guarda il cavallo al trotto,
chiedendo: Val di pi
la bestia che sta sotto
o quella che sta su?
...
Starace e Farinacci scorgono in terra un foglio da mille e vi si lanciano sopra.
 mio!
No,  mio!
Ti dico ch' mio!
Io l'ho visto prima!
Allora diamolo alle opere assistenziali.
Il bollente Achille ci pensa un po', poi fa:
 inutile fargli compiere il solito giro, dividiamocelo subito e ciao!
...
E poich era inevitabile che un uomo simile perdesse il senso della misura, supponendo che un po' n'avesse posseduto prima, fin con l'eccedere in esteriorit e vuotaggine, finch venne denominato senz'altro:
Sua eccedenza!
Ma cos erano i collaboratori di Mussolini.


 3. LO STATO MAGGIORE.
Mussolini al Politeama Fiorentino nel 1924:
Indietro non si torna!
Un cittadino
No altrimenti molti ras dovrebbero tornare in galera!
Era allegro costatare come i gerarchi, le eccellenze sopra e sotto, i padreternini di seconda mano, si odiassero a vicenda. Il loro domine magister, di conseguenza, li disprezzava in blocco, e n'era indiscutibile prova il modo con cui li licenziava, quando non gli servivano pi: faceva pubblicare dai giornali che s'erano dimessi. E quelli non lo sapevano nemmeno.
Nella definizione gastronomica data da un cuoco, il governo mussoliniano era un fritto misto: niente cuore, poco cervello e parecchio fegato con un contorno di molte rape.
Le zizzanie e le rivalit tra gerarchi provocavano spesso danni e delitti. Ogni tanto qualcuno d'essi riusciva a liberarsi del concorrente, quasi sempre con sleali tranelli e tradimenti improvvisi. Homo homini lupus....
Si dilaniavano tra loro, si insidiavano mentre s'arricchivano in combutta; si rubavano le cariche, stendevano le unghie sulle stesse prede, ma infine s'accordavano per spartirsele in silenzio. Si odiavano ma si spalleggiavano.
Un quadrunviro and al comando della polizia.
Che far? chiese un collega pezzo grosso.
Uhm, niente de bono! rispose il ministro che lo aveva appoggiato per ottenergli la nomina.
E proprio sotto il comando poliziesco di De Bono, venne assassinato Matteotti e sotterrato alla Quartarella. Pochi giorni prima, uno dei magni gerarchi coinvolti nel delitto, aveva proclamato che il fascismo rendeva l'Italia sempre pi bella e pi grande. E allora gir per Milano una terzina che diceva:
Col fascismo il paese ognor s'abbella:
era l'Italia di Vittorio Veneto,
or  l'Italia della Quartarella.
A Roma si disse:
Ma adesso quella localit potremmo anche chiamarla la Squartarella.
...
Gerarchi e dipendenti ricalcavano le orme del divo, ne imitavano le pose, ne ripetevano i discorsi, c'era perfino chi ne rifaceva la voce, per darsi tono e autorit. Formavano tutti una caterva di pappagalli e di scimmiotti che sollazzavano l'Italia. La spogliavano ma l'esilaravano. Devastandola, la divertivano. Perci il gioco ha potuto durare tanto a lungo. Spesso chi ride chiude un occhio sul modo come gli si procura la risata, altrimenti non esisterebbero certi buffi nelle riviste teatrali e non sarebbero esistiti certi gerarchi. Ve n'era perfino qualcuno che non mancava d'un fac-simile di spirito, o almeno gli veniva attribuito. Uno tra gli altri era chiamato il gran gelarca, per l'abbondanza delle sue freddure.
Vado dal federale, disse costui ad un amico, a gettare il grido d'allarme....
Perch? Che succede?...
Sono sparite le federazioni.
Ma no, impossibile!
S, la fede  finita, le razioni diminuiscono, le federazioni non reggono pi.
...
Un superiore milanese comunic ad alcuni industriali una sollecitazione a recarsi a Roma.
A che fare? chiesero i sollecitati.
Ogni industriale deve rendere conto al duce e prendere gli ordini.
E il duce?
Il duce prende senza rendere.
...
Un prefetto dava ragguagli al consigliere di prefettura:
Il duce vuole la fusione tra noi e la massa, perci comanda di andare verso il popolo.
Gi, ma  il popolo che non viene verso di noi.
...
Quando a segretario del partito venne nominato Ettore Muti, costui sped subito il dispaccio d'obbligo: "Duce, ai vostri ordini assolver la mia carica in modo che gl'italiani siano tutti come voi li volete: Muti".
...
Egli ebbe immediatamente il compito d'informare il capo se l'uso del "voi" era ormai attuato in tutto il Paese. Infatti, dopo una sommaria inchiesta, il nuovo segretario rifer:
Duce, nel meridionale usano il "tu", nel settentrione usano il "lei", sicch gl'italiani non vogliono proprio pi saperne di "voi"...
...
Spesso i problemi pi complessi erano quelli di stabilire a chi spettasse il titolo di eccellenza, di rinnovare la formula del "Sua Eccellenza" abolendo il "Sua", senza accorgersi che ne soffriva la grammatica, e di fissare che un tal titolo, diventato troppo comune, non dovesse essere rivolto al divo capo del governo, dittatore e despota, il quale invece doveva chiamarsi duce e basta. Tanto nomini....
Tonnellate di carta venivano sciupate per il mutamento formale d'una intestazione o per precisare le precedenze nelle cerimonie, cos che non capitasse, ohib! ad un questore di venire dopo il podest o ad un prefetto di sfilar prima del segretario federale o viceversa.... E ci per giungere a far salire nella scala dei valori ufficiali, il duce immediatamente dopo il re, e spesso alla pari.
Per fortuna tutto ci non sollevava che ventate di fragorosa ilarit: in anni difficili e paurosi, quando la miseria bussava gi alle nostre case e la guerra finale si appressava con la falce della morte, il regime si gingillava in questioni di cos badiale importanza. Tra l'altro s'era discusso con molto calore se dove il nume si presentava, l'annunzio da dare dovesse essere: "Camerati, salutate nel duce il fondatore dell'impero!" o non piuttosto: "Camerati, salutate il duce, fondatore dell'impero!".
Questo era cesareo e Mussolini s'atteggiava molto a Cesare Augusto, si disse perfino ch'egli aveva sottoposto l'intera nazione a un taglio cesareo....
I gerarconi studiarono seriamente e a lungo se i galloni di primo maresciallo dell'impero dovessero essere cinque filetti sulla greca d'oro o un solo filo grosso, per finire col mettere due greche addirittura, e crepi l'avarizia!
Vampava l'impeto della ribellione,  vero, ma i delatori fascisti, l'organizzazione segreta di spionaggio, i sicar e gli agenti provocatori erano pronti a rendervi la vita impossibile o a farvi scomparire addirittura dal numero de vivi. Perci diventava preferibile diffondere gli sfottetti, sghignazzandoci sopra, visto che anche quelli rappresentavano una forma di vendetta, per noi infelici sottoposti.
Quando si vide in giro Mussolini col berrettone alto e reso ridicolo dal largo fregio delle due greche, con tanto d'aquila in fronte, qualcuno indag:
Perch se n' messe due?
Perch non c'era il posto per metterne tre.
Ed  logico che lo si canzonasse; la vanit degl'imbecilli rallegra sempre la gente.
Hai in casa il ritratto del duce? si chiedeva ad un amico.
Io no.
Ed allora dove sputi?
Ma... io non sputo.
Perch non hai quel ritratto, mentre invece se te lo appendi in casa...
Il ritratto?
Gi, non potendo appendere lui di persona.
...
Quando uno diceva che il dittatore aveva nelle sue mani tutti i ministeri, altri aggiungevano subito:
 vero, ma gli manca la Giustizia e non ha la Cultura n l'Educazione.
Ma, vivaddio! aveva le pose storiche, scultoree, olimpiche.
...
Apprendendo che egli era malato di cancro, molti domandavano intorno la conferma, sperando che fosse vero.
Macch cancro! si smentiva,  una voce che fa mettere in giro lui stesso, per risollevare il morale degl'italiani.
...
Una volta ci fu perfino un consulto di chirurghi.
Si deve operarlo?
Io direi di no....
Io propendo per il s.
Ma no, collega, bada che pu venirne una grave jattura.
Temi che l'operazione riesca male?
No, temo che riesca bene!
...
Ad una delle innumerevoli parate che venivano messe in scena tra piazza Venezia e il Colosseo, sfilarono anche i cani poliziotti, i quali al momento del saluto drizzarono le orecchie appuntite e fissarono lo sguardo attento verso il nume tronfio e grandeggiante. Applausi a non finire.
Ma come avete potuto ottenere dai cani quella specie di saluto militare? fu chiesto agl'istruttori.
Facilmente, risposero costoro, perch le nostre intelligenti bestie tendono subito le orecchie e dirizzano gli occhi, quando sentono dire: Al ladro!
E voi lo avete detto?
Naturalmente, non appena abbiamo visto il duce.
...
Non bastando i cavalli, i fiocchi multicolori, le fanfare e le fanfaronate, con i gagliardetti e tutto il comparsame operettistico, a rendere fastose e solenni le coreografie mussoliniane, si plagi la Germania anche nell'istituire un passo di parata, che si chiam passo romano. Venne fuori immediatamente la pasquinata:
Marforio domanda:
Perch, Pasquino, i nostri soldatini
marcian con quella camminata stramba?
E il torso beffardo risponde:
Per meglio assomigliare a Mussolini
che fa il passo pi lungo della gamba.
...
Poi si specificava:
In Germania fanno il passo dell'oca e vanno avanti.
In Italia facciamo quello del gambero, e andiamo indietro.
...
Qualcuno non approvava.
 un brutto passo.
Oh, ancora  niente, verr presto il peggiore.
Il peggior passo?
S, quello dell'uscio.
...
Comunque, si comment, non  una marcia spontanea, anzi  forzata, chi fa quel passo deve appoggiarsi ad un altro.
Dicono che Mussolini lo esegua bene.
Sfido, lui s'appoggia alla Germania.
Ha perfino affermato che quello  il suo passo.
Infatti egli non fa che dei passi falsi.
...
Ogni mattina, a mezzogiorno, c'era il cambio della guardia innanzi al palazzo Venezia, a imitazione di quello che avveniva al Quirinale, tanto perch si comprendesse bene che non esistevano differenze tra il re e il suo ministro: erano sovrani tutt'e due.
Anzi, innanzi alla sede ducale, come si diceva per canzonella, il fasto e il fragore erano assai pi piedigrotteschi che innanzi al palazzo reale. Veniva la milizia con la banda musicale, e i camerieri d'un vicino caff annunziavano:
Arrivano i banditi e i bandisti.
Passo romano, bandiere al vento, grandi uniformi, trombe infioccate, tamburi napoleonici e il capotamburo che faceva giochi di destrezza, col lungo bastone a cospicui lacci rossi e pomo dorato. Insomma qualcosa di simile a quello che i vinai facevano a Napoli, fino a pochi anni or sono, quando volevano strombazzare un vino nuovo o quando aprivano al pubblico una nuova cantina. Chiasso e sollazzo. A Napoli si chiamava 'o pazzariello, e i napoletani, per indicare Mussolini, dicevano spesso 'o pazzariello 'e Roma.
Molta gente si radunava in piazza Venezia, per uno spettacolo cos baracconesco, al quale sovente partecipavano i grandi gerarchi in divisa e decorazioni, impettendosi innanzi al palazzo, a onore del duce, con la visibile contentezza d'essere ammirati. Tal quale avviene sul palcoscenico del teatro d'operetta, quando sfilano in avanti i coristi in costumi appariscenti e si allineano in attesa del tenore, che si presenta a cantare la cavatina. E il tenore, cio il capo dello sgoverno, si poteva farlo uscire al balcone con un po' di battimani: bastava che gi, nella piazza, un gruppetto di capiscarichi si mettesse a vociare sillabando: Du-ce! Du-ce!
Gl'italiani sono ridotti a sillabare, come i bambini... si mormorava.
S, perch siamo rimbambiti.
Subito si agglomerava un mucchietto di gente e poco dopo si apriva il sipario, cio il balcone, venivano fuori i sacramentali due domestici a stender l'arazzo sul davanzale, visto che anche al Quirinale si faceva cos per il re, quindi il divo appariva alla ribalta, a capo coperto, sorridente, salutando con augusta degnazione, e la banda attaccava gl'inni.
Mah! esclam un noto scrittore ungherese, che una mattina assisteva alla rappresentazione, preferisco la Vedova allegra, il tenore  vestito con pi gusto.
...
Quando poi faceva i viaggi fuori di Roma, queste onoranze da feries si doveva organizzargliele a qualunque costo, e se ne sciupavano di milioni, in proposito! Allora gl'inscritti al partito ricevevano tanto di chiamata perentoria alla manifestazione, che doveva risultare "spontanea" per cui guaj a chi mancasse. I fiduciar dei gruppi rionali, i capi dei dopolavoro e altri gerarchi facevano spesso le prove delle ovazioni, con i canti, gli evviva, gli entusiasmi, i delir regolarmente prestabiliti, in maniera che quando il tenore dell'operetta arrivava in palcoscenico, i cori, le sfilate e le danze procedessero a perfezione. Di conseguenza le scene venivano filmate e proiettate in tutta Italia, i giornali escogitavano di volta in volta aggettivi sempre pi sonori, per la cronaca dell'"indimenticabile avvenimento": la folla era "interminabile, innumerevole, oceanica", le acclamazioni erano "vibranti, appassionate, deliranti, commosse, frenetiche", le moltitudini rivelavano "la loro dedizione, amore, idolatria, trasporto, esaltazione, fanatismo", da cui si doveva comprendere che il duce era il padre, il dio, il cuore, il fegato, gl'intestini di tutta la nazione.
No, i giornalisti non hanno mai sentito il minimo pudore nella profusione dei termini iperbolici, di cui dappertutto si rideva, perch nessuno ignorava come quei rintronamenti da fiera fossero pompe e speciosit fittizie, superficiali. Quando riuscivano a pennello, grandinavano prem e commende sugli organizzatori, altrimenti, se si sgarrava in qualche trascurabile particolare, giungevano fulmini da Roma, cicchetti e punizioni, degradazioni e perdite di lucri.
Questo era il fascismo.
 facile immaginare quanto la gente ci si baloccasse, le beffe non si contavano, perfino nei giochi dei ragazzini si faceva la parodia delle cos dette "grandi adunate di popolo intorno al duce".
Eppure c'erano decine di ras che collezionavano diluv di quattrini, inscenando l'adorazione degl'italiani per il nume indigete della patria: erano i registi, i coreografi, i direttori dei cori, essi facevano tanta pi carriera quanta pi teatralit davano alle manifestazioni. Soltanto per simili apparati da circo equestre, alcuni divennero ministri, ambasciatori, altissimi papaveri dello stato.
Si raccont che in una delle sue rare visite a Palermo, il divo, "lo stellissimo", come lo chiamavano molti, tra i festeggiamenti in suo onore volle anche uno spettacolo di gala al Teatro Massimo.
Sarete obbedito, duce: quale opera desiderate?
Quella che, si esegue in questi giorni, non  in corso una stagione lirica?
Per l'appunto.
E che si rappresenta?
Cavalleria e Pagliacci.
Troppa roba, basta la met.
Sta bene, duce, per voi niente Cavalleria e tutti Pagliacci.
...
Chi non era fascista in quei tempi? Tutti, se volevano vivere, dovevano essere inscritti al partito. Si numerava:
Un italiano, un antifascista arrabbiato; due italiani, due mormoratori; tre italiani, tre fascisti per la pelle.
Si differenziava l'italiano quando era in casa da quando era fuori:
In casa: Accidenti a quel ladro di Mussolini! Morte a tutti quei filibustieri fascisti!
Fuori di casa: Viva il duce! Viva il re! Viva il fascismo!
...
Mussolini si vanta coi Hitler:
I miei gregar sono pronti a dare anche la vita per me.
Evvia, tu esageri.
Vuoi vedere? Ehi, l! Chiamatemi un fascista qualsiasi.
Viene uno squadrista e il duce gli ordina:
Per obbedirmi, gettati dalla finestra.
Subito!
Il milite corre verso la vetrata, ma Hitler lo trattiene:
No, giovinotto, fermatevi,  stupido dare la vita cos facilmente...
Sar stupido per voi, ma per noi... Vi pare vita, questa? sospira il disgraziato.
...
Ci fu un periodo in cui Lorenzo il Magnifico parve diventato popolare perch si citavano dovunque certi suoi versi famosissimi, ma era soltanto per canticchiarli sul motivo di "Giovinezza", accompagnandolo con gesti semplici assai espressivi.
"Quant' bella giovinezza...", e s'indicava il fascismo, facendo il saluto romano.
"Che si fugge tuttavia...", e si faceva il gesto di tirar le cuoia.
"Chi vuol esser lieto sia...", e si accennava con la mano l'atto del rubare.
"Del doman non c' certezza...", e si fingeva di benedire un morto.
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Un accademico ebbe a dire:
Tutti sono onesti finch non si presenta l'occasione.
 appunto quello che fa il fascismo, presenta le occasioni! gli rispose un collega.
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Ma poco a poco nemmeno i militi, gli squadristi, i manganellatori, gli eroi dell'olio di ricino e i profittatori credettero pi nel fascismo. Un tale che voleva farsi arrestare, pens di dir corna del partito, durante una sfilata di "quadrate legioni".
Gaglioffi! egli imprecava in modo da farsi sentire, i fascisti sono tutti delinquenti.
Ma i plotoni passavano senza curarsene. Quello alz ancor pi la voce: I fascisti sono un branco di cinghiali, di lupi!
Nessun effetto, i militi sentivano e tiravano via. L'ostinato incalz, accrebbe le contumelie, tanto che uno degli squadristi in marcia mormor al camerata vicino:
Quello  proprio uno scemo! Finch lo sentiamo noi, pazienza! Ma guai se lo sente uno dell'ultimo plotone, che  fascista....
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Un lieve incidente stradale tra un ciclista e un automobilista, in via Cavour, a Roma. I due si fermano: baratto delle invettive di prammatica, direi quasi di rigore, in simili casi. L'automobilista scende dalla macchina,  un centurione della milizia. Il ciclista gli si butta addosso e inizia una gragnuola di cazzotti. Accorre gente, tra cui uno spazzino che senza capir subito di che si tratta, alza la scopa e l'appioppa sulle spalle del centurione. Intervento della polizia: tutti finiscono al commissariato.
E voi, garrisce il funzionario rivolto allo spazzino, dopo aver interrogato i primi due contendenti, voi che c'entrate? Quelli erano irritati dall'incidente stradale; e passi, ma voi perch vi siete messo a picchiare un fascista?
Mah... cincischi lo spazzino, sincero, credevo fosse arrivato il momento buono...
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In fondo, disse un brontolone, tutti i ministeri si rassomigliano.
Non  vero, gli fu risposto, tra i ministri d'oggi e quelli di ieri, per esempio, c' una differenza.
Macch, i vecchi governi gonfiavano le tasche della gente.
Il governo fascista, invece, vuota le tasche altrui per riempire le proprie.
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Comparve una nuova pasquinata, poco prima della guerra:
Marforio: Mussolini non sente i lagni e l'ire?
Pasquino: Il peggior sordo  chi non vuol sentire!
Marforio: Non parla mai contro chi pranza e cena?
Pasquino: E come parla se ha la bocca piena?
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Quando il nume dispose il riordinamento di tutte le antichit romane, egli stesso se ne vantava con un plenipotenziario straniero, che forse non conosceva perfettamente la nostra lingua, o forse la conosceva meglio del dittatore. Costui sbraciava:
Io restauro l'antica Roma!
E il diplomatico, con molta ammirazione:
Gi, nel mondo si dice infatti che tutta l'Italia  per voi un restaurant.
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Poich il divo ripeteva spesso di non aver mai letto un rigo di Benedetto Croce, vantandosene, qualcuno osserv:
Ci vuole un bel coraggio a confessarlo.
Ma qualche altro chios:
No, mica tanto, in fin dei conti. Per l'asino  forse un atto di coraggio l'essere somaro?
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Un esperto giapponese venne mandato in Italia dal suo governo, per studiare da vicino i risultati dell'economia fascista applicata a noi poveri citrulli. Dopo parecchi giorni, gli venne chiesto:
Ebbene quali sono le vostre conclusioni?
Quelle di Confucio, rispose il nipponico, con la pacata dolcezza solita agli asiatici.
Confucio? Parla forse del governo fascista, Confucio?
S, egli dice: "la miseria e la schiavit rappresentano una vergogna in un paese ben governato, mentre le ricchezze e le alte posizioni di pochi sono la vergogna di un paese mal governato".
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Una delle tante sudicerie mussoliniane fu vivamente deplorata da uno dei suoi ministri, di quelli che pi addensavano illeciti proventi, sicch un amico lo esort:
Dovresti dimetterti, in segno di protesta.
Che c'entra? Perch prende una grossa cantonata lui, dovrei fare una grossa sciocchezza io?
Per non rimetterci di dignit.
La dignit non vale lo stipendio, e io preferisco rimetterci quella e non questo.
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"Oh, scrisse uno studenti delle scuole secondarie, nel suo tema di storia che trattava delle nostre guerre dell'indipendenza oh, se al tempo di Cavour ci fosse stato Mussolini!".
E il professore, cancellando la frase, vi scrisse accanto: "Sarebbe preferibile che al tempo di Mussolini ci fosse Cavour!".
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Dopo una delle sue stamburate verbali, a Roma, il divo volle rimanere un po' solo a riposare, perch era stato colto da una violenta emicrania.
I suoi ascari si ritirarono preoccupandosi:
Che si senta male davvero?
No, aveva soltanto una faccia strana, come scimunita...
Sfido, ha dovuto ascoltare il proprio discorso!
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Si racconta d'un pezzo grosso tedesco o italiano, v' disparere sui nomi di Goering o di Pavolini, di Goebbels, o di Farinacci, che riceve dai superiori dei l'annunzio di dover morire, con diritto di scelta della residenza oltremondana: Paradiso o Inferno?
Be', esita il pezzo grosso, vorrei prima costatare de visu.
Cortesemente gli si fa mirare un lembo del regno dei cieli: rond di cherubini, voli d'arcangeli, contemplazione, raccoglimento, canto gregoriano e nuvole d'incenso.
Uhm, non  molto allettante!
Allora vien fatto affacciare sopra una prospettiva di casa del diavolo: danze, donnine, spumanti, jazz, gaud e frenesie.
Oh, qua s che si deve star bene, scelgo questa sede!
Infatti il pezzo grosso crepa e strapiomba in una vera bolgia infernale dove i dmoni lo uncinano e lo gettano nel fuoco.
Ma... ma... protesta il grand'uomo, ma c' uno sbaglio, io avevo visto un bel sito dove si scialava a meraviglia...
S, gli spiega Lucifero,  vero,  soltanto una visione combinata dal nostro ufficio di pubblicit,  propaganda fatta alla fascista.
...
Ad un noto veterinario di Roma si rivolse un afflitto vetturino:
Er mio cavallo nun je la fa pi a tir la botticella...
Perch,  debole?
Sicuro, io nun trovo pi biada da daje.
Fai cos, portalo in qualche federazione fascista, l mangiano tutti, manger anche il tuo bucefalo, vedrai.
 'na bbona idea, dottore, corro sur momento.
Per dopo alcuni giorni, il vetturino torn ancora pi afflitto dal veterinario:
Dottore mio, se lei sapesse...
Che c'? Il cavallo  ingrassato? Trotta, galoppa?
Nun me ne parli, pe' carit....
L'hai portato a quei signori delle federazioni?
De corsa, ma quelli nientemeno me se so' magnati puro er cavallo!
...
Il senso del dovere scaturiva dai grandi raduni di squadristi e di fedelissimi della prima ora, quando il nume rivolgeva le sue epiche domande alle quali rispondevano cori leggendar d'entusiastiche voci, magari spesso avvinazzate, s, ma non per queste meno sincere.
A chi l'Italia? farneticava l'istrione.
A noi! tuonava la turba.
A chi tutto il potere?
A noi!
A chi le banche e le azioni?
A noi!
A chi le ville e le ganze?
A noi!
A chi le dure fatiche?
Appena un attimo di pausa, poi l'urlo di devozione:
Viva il duce!
A chi l'incessante lavoro?
Viva il re!
A chi i sacrifiz?
"Giovinezza, giovinezza".... intonava il gran coro, delirando di consenso e di disciplina.
...
Fiera di porta Genova, a Milano: gl'imbonitori dei molteplici baracconi di "fenomeni viventi" vociano e richiamano invano la folla, che non s'addensa innanzi all'uomo-serpente, alla donna-cannone, al vitello a sei gambe, alla sirena del mare, e invece tutti corrono ad una baracchetta, laggi in fondo. Un fascista chiede a un camerata:
Ma che c' di cos straordinario da vedere, l?
Un fenomeno da non credersi, c' un gerarca...
E ti pare tanto incredibile?
S, perch  un gerarca che non mangia, non froda non ruba.
E chi  'sto fesso? Corriamo un po', corriamo a guardarlo in faccia!
...
Veloce partenza in auto del divetto e del suo ascaro, segretario particolare, per giungere presto a Riccione.
All'imbocco della via Flaminia, oltre ponte Milvio, un mastodontico bue s' piantato sodo a sbarrar la strada.
Accidenti! fa il capocchione al capocchietto, mandalo via.
Il subalterno tenta invano: tira, spinge, picchia, si fa aiutare dai passanti... E il padrone freme bestemmiando come un carrettiere.
Via tutti! ordina il segretario, a un certo momento, ho trovato.
S'accosta all'orecchio dell'animale immobile, come pietrificato, gli mormora qualcosa... Effetto magico, fulmineo: con un sonoro muggito, il bue scatta, balza e scappa via disperdendosi per i campi vicini.
Il segretario rimonta in auto, con un sorriso di trionfo. 
Ma che gli hai detto? domanda il nostrano Al Ca
pone.
Gli ho detto: "L c' il duce, vieni ad ossequiarlo".
Ebbene?
Ebbene, non lo vedete? Scappa ancora.
...
Qualche parere sullo stato maggiore del "titano" bisogna pur riportarlo, se non altro, come indice della stima generale.
I gerarchi? Gli altoparlanti del loro padrone.
Il duce? Non si discute:  un gran numero: una unit seguita da molti zeri.
L'Italia  fiera del fascismo, s,  la nazione fiera per antonomasia, anzi  proprio la fiera, ma la fiera di beneficenza per i gerarchi.
E i versi alla Giusti sono anche pi espliciti:
Esser fieri! fu prescritto
dal regime fiero e invitto:
esser fieri  necessario
a un governo autoritario
quando il popolo incavezza;
mangia, s, tutto l'erario,
ruba,  ver, ma con fierezza!
Ci che i gerarchi, bisogna convenirne, sapevano fare veramente bene.


 4. L'ERA FASCISTA
Mussolini a Rovigo, nel 1923:
Siamo pronti a osare, a combattere, a morire, perch i frutti della rivoluzione fascista non siano dispersi.
Un contadino, tentennando il capo:
Per i frutti, se li mangiano solamente loro!
Tutte le facezie, ridette, infiorate, propalate da un capo all'altro della nazione, con una rapidit da stupire, ridicoleggiavano sempre pi sia il capo che i suoi lanzi, sia il cos detto regime che le spie e i sicar. Ma il nume non ne aveva la pi lontana sensazione: egli era il provinciale in pompa magna, il pacchiano divinizzato, il cafone ovattato di boria e di vanagloria. Non possedendo il senso dell'umorismo, che invece  immediato in tutti gl'italiani, non capiva l'ampollosit dei suoi atti, la comicit delle sue parole. Eppure una volta, al consiglio nazionale del suo partito, la mattina del 7 agosto 1924, afferm che "il fascismo deve avere non solo l'attacco irruente, ma anche l'ironia e il sarcasmo".
Ma in Italia e nel mondo, ironia e sarcasmo non sono stati usati che contro di lui, sempre e da tutti.
Egli ignorava la gioja del ridere, dunque non era un uomo nella completezza dell'evoluzione psicologica, perch il ridere  uno sviluppo dell'individuo ragionante,  una conquista dell'evoluzione fisica e mentale dell'uomo. I primitivi non ridevano, le bestie non ridono, l'homo sapiens nasce piangendo e non ride che dopo un certo processo di perfezionamento.
Mussolini non sapeva ridere: le rare fotografie che lo mostrano sorridente, rivelano lo sforzo del suo volto. D'altronde, agl'iniz della sua strapotenza, egli aveva gi dichiarato di non poter soffrire coloro che ridono.
Non li pu soffrire, perch ridono di lui! si disse subito.
Soffocato dalla presunzione e dalla protervia, egli si  visto sempre in funzione di Cesare, in atteggiamenti imperiali, e mai gli  venuto nemmeno il pallido sospetto di poter provocare l'ilarit. La roboanza dei suoi paroloni, l'enfasi zannesca delle sue frasi raramente erano prese sul serio.
A Montecitorio, le "seicento comparse" che fungevano da rappresentanti della nazione, dopo ogni sproloquio mussoliniano, gridavano: Affissione! Affissione!
E il popolo dava la baja, dileggiando: Afflizione! Afflizione!
I lunghi avverbi "inflessibilmente", "inequivocabilmente", "inesorabilmente" e simili, erano una continua ragione di lazzi e di sberleffi. Certi periodoni bolsamente retorici venivano poi applicati a futili cose e a giochetti di parole. I "colli fatali di Roma" e "l'urbe imperiale" non ottenevano che derisione e caricature.
Male? S, lo sappiamo, fu un male: vedevamo nettamente che il masnadiero bluffava, ma come ribellarsi, se si correva il rischio della fame, della miseria, dell'esilio, della morte? Non si poteva pretendere dagl'italiani d'essere quarantacinque milioni d'eroi, tanto pi quando si sapeva che in ogni edificio carcerario si erano ricostituite le camere di tortura, come nei periodi pi barbari del medio evo, con tormenti pi atroci e ripugnanti.
I partiti d'opposizione erano scomparsi palesemente, ma in effetti tutta l'Italia era un partito d'opposizione: gl'irreconciliabili agivano un poco, s, ma sporadici e clandestini, quindi il popolo per non bestemmiare, rideva. Applaudiva all'aperto e scherniva in privato. La barzelletta surrogava i fischi, i colpi d'arguzia sostituivano i colpi di rivoltella che negli attentati purtroppo andavano a vuoto. E il governo assoluto di quello zar da operetta imperversava col favoritismo, col nepotismo pi sfacciato e scandaloso, con la truffa, la frode, il peculato e il capovolgimento dei valori umani.
Quanti salumieri diventavano gran cordoni! Quanti analfabeti si elevavano a presidenti d'importanti organizzazioni! Quanti malfattori esercitavano alte mansioni governative!
A proposito d'operette, si seppe che a Milano una compagnia voleva riesumare I Briganti di Offembach. Ma Offembach era israelita, e per il fascismo non era esatto che "oltre tomba non vive ira nemica". Il lavoro fu vietato, e si osserv che quel divieto era logico, giustissimo.
Come avrebbero fatto a inscenarli a Milano, I Briganti, se quelli veri sono a Roma?
...
Le pose imperatorie e la loquela grossolanamente classicheggiante del divo imposero uno stile iperbolico e ridondante a tutta la vita della penisola: s'idearono e si eseguirono opere pubbliche e istituzioni spessissimo inutili, come l'accademia d'Italia e il foro Mussolini. Inutili, spocchiosi e dispendiosi. Per raggiungere il numero di sessanta accademici, si dovette affiancare ai pochissimi uomini degni un bel numero di appena mediocri figure, talvolta mezze figure miserevoli, scelte tra quelle che maggiormente curvavano il dorso innanzi alla maestosit carnevalesca del despota. Rimasero fuori dall'accademia, invece, var uomini d'autentico grande valore, ai quali ripugnava il ruolo del tacchino obbligato a far la ruota intorno a uno spaventapasseri.  facile immaginare come quell'accademia da giochetto per ragazzi, fosse oggetto di derisione e di burla, in tutti i circoli e i cenacoli intellettuali d'Italia. La si chiamava spesso "la caccademia".
E il foro Mussolini? Se mai si edificarono opere grottesche al mondo, quella  il prototipo. Arlecchino finto principe e Pulcinella monarca in sogno, Stenterello granduca per un giorno e il Capitan Spaventa re di Panzana non avrebbero saputo ideare nulla di pi pertinente alla loro maschera. La profusione di marmi, statue, mosaici e ingolfamenti architettonici  ancora l, a testimonianza del cattivo gusto e dello sperpero, nella presuntuosa "ra fascista". Se ne gettarono di quattrini!
E alla povera gente mancava il pane.
Si scherniva dicendo: Dopo il Foro Romano, il duce ha fatto il foro Mussolini, il foro fascista....
S, ma il foro pi grosso l'ha fatto nelle finanze dello Stato.
Nessuno forse sommer mai pi i milioni profusi per le "sedi littorie", i palazzi dei gruppi, i dopolavoro, gli edifiz sontuosi per ministeri, corporazioni, federazioni, sindacati, enti, opere Balilla, Gil e... si pu continuare per un pezzo. Sciupo di materiali cospicui, spese incalcolabili su cui i mestatori scialacquavano. E la corruzione dilagava senza il minimo velo di pudore. Mangiavano funzionar, intermediar, amici e clienti, mentre l'avidit, l'arranfamento venivano giustificati con un'altra frase napoletana: Cc nisciuno  fesso!
E nessuno voleva effettivamente restare a bocca asciutta, quindi s'era rinfrescata una vecchia formula:
"pappa tu ch pappo anch'io,
pappiamo tutti nel nome di Dio!".
Cio nel nome del duce. E questo in un povero paese affamato come il nostro, denso di popolazione e di miseria, di malanni e di stracci. Ma il duce era grande!
Il duce  tutto! si doveva gridare e stampare,  il padre degl'italiani, vede tutto, sa tutto, fa tutto, pensa a tutto....
E magna tutto! si concludeva in sordina.
Egli era il "primo aviatore d'Italia", era il "primo bersagliere", il "primo sportivo", "il primo statista del mondo", in ogni cosa, insomma, era il primo. In alcuni paesi delle Puglie, quando si vuol dare dell'idiota a qualcuno, gli si dice:
Oh, tu sei il primo!
Come nella serie dei volumetti su Pinocchio, per i ragazzi, c'era Pinocchio sciatore e Pinocchio nuotatore e Pinocchio alpinista ecc., cos noi trovavamo sui giornali illustrati, al cinema, dappertutto Mussolini sciatore, Mussolini alpinista, Mussolini marinaro e via dicendo all'infinito, tediosamente, ridicolmente.
Nelle scuole secondarie s'imponevano i paralleli tra i quattro pi grandi scrittori italiani dell'Ottocento-Novecento. E chi erano? Manzoni, Leopardi, D'Annunzio e Mussolini.
Anche scrittore? si domandava.
E immenso: letterato, sociologo, filosofo, storico...
Perfino storico?
Ma certo,  lo Svetonio dei nostri tempi, il Tito Livio, il Tacito...
Ah, no! Si potr dire ch'egli  tutto, ma tacito non  stato mai.
...
Lo si vantava sotto ogni aspetto, anche per l'et.
In fin dei conti, Mussolini non ha che mezzo secolo.
Oh, ma egli  cos grande che ha potuto fare spropositi per un secolo intero.
...
Si raccontava che conversando con lui, un ministro balcanico avesse detto:
Probabilmente vi sono anche nel vostro paese dei cittadini che tentano di rubare al governo.
Ma vi pare? fece il nume quasi offeso, noi siamo fascisti.
Gi,  vero, qui  il governo che ruba ai cittadini.
...
Dopo il convegno di Stresa con i ministri di Francia e Inghilterra, i lustrascarpe del divo andarono in brodo di giuggiole e ripetevano dappertutto:
 il pi grande statista del mondo! Vedete che anche negl'incontri con altri uomini politici, egli va sempre pi in alto.
Verissimo, si rispondeva,  soltanto l'Italia che va sempre pi in basso...
...
Il romanzo d'un farmacista povero  la riduzione partenopea che Edoardo Scarpetta trasse da una vecchia commedia francese, ed ebbe una vasta popolarit, a suo tempo. V' in essa un personaggio che dovendo far la pubblicit d'un chimico, va gridando dovunque a squarciagola, con esagerato entusiasmo:
Quanto  grande! Quant' immenso! Non c' che lui, non c' che lui!
Queste parole venivano ripetute dai napoletani, parodiando la battuta della commedia, dopo ogni discorso di Mussolini. Anche due persone che non si conoscessero, avvicinandosi al banco d'un bar, per esempio, ordinavano comicamente:
Un aperitivo, grande, immenso... Non c' che lui, non c' che lui!
O al botteghino d'un cinema chiedevano:
Un posto di platea, ma grande, immenso, non c' che lui, non c' che lui!
Non era necessaria alcuna spiegazione, poich lo spirito dei napoletani, sempre felice e pronto, si manifesta anche nella semplice intonazione d'una parola. Ridevano tutti, rifacendo quasi in coro sommesso: Non c' che lui, non c' che lui!
...
Era noto che a Montecitorio nessuno poteva parlare se il duce non consentiva.
 lui che ci d la parola, spiegava una delle seicento marionette messe l a far da coro negli evviva.
Ma allora  vero che Mussolini  il moderno Esopo del parlamento.
Non vedo perch....
Ma s, anche Esopo dava la parola alle bestie.
E questo era il concetto che il popolo italiano aveva dei suoi parlamentari.
Quando la Camera era presieduta da Costanzo Ciano, padre del ministro degli esteri, il quale a sua volta era marito della figlia del duce, avveniva spesso che il presidente autorizzasse il ministro a parlare in lode del capo del governo. E allora qualcuno avvertiva:
Silenzio, perch il padre d la parola al figlio che in qualit di genero, canta l'osanna al suocero!
L'Italia era diventata un affare di famiglia, per i Mussolini e i Ciano.
I turiferari vantavano:
Mussolini  figlio delle sue opere!
Macch, si osservava,  la scusa accampata dal padre, per scaricarsi d'ogni responsabilit.
Mussolini  sincero. ribadivano quelli, non ha mai ingannato il popolo.
Non  sincero,  soltanto furbo.
Egli spiattella sempre la verit.
Appunto perch sa che nessuno gli crede.
Ha trovato un'Italia disordinata e sporca e l'ha riordinata e ripulita.
Non c' dubbio, l'ha ripulita fin nei pi umili salvadanari dei cittadini...
Mussolini  l'uomo della realt, della pratica, non ama i fronzoli, non si circonda d'inutili fiori...
No, si circonda solamente di utili rape, zucconi e tartufi.
...
Un vecchio parlamentare raccontava:
Una volta Francesco Crispi espresse l'opinione che le alleanze si fanno come i matrimon, o per amore o per convenienza.
Mussolini  dello stesso parere... esclam un giovine politicante.
Pu darsi, ma Mussolini ammette l'adulterio e le corna, Crispi non l'ammetteva!
...
A una lezione di storia, all'Ateneo torinese, durante un confronto di grandi figure, uno studente ebbe a dire, credendo di farsi un merito:
Il capo del nostro governo, per esempio,  di statura imperiale, io lo metterei tra Augusto e Marco Aurelio.
Pu darsi, rispose il professore, ma credo che starebbe pi a posto tra Eliogabalo e Vitellio.
E io... azzard un altro giovine, io...
Che cosa, voi? Dove lo mettereste, voi, Mussolini?
Tra due carabinieri, professore!
Com' noto, Eliogabalo, tra l'altre sconce follie dei suoi quattro anni d'impero, istitu un senato di donne, radun sul Palatino tutte le prostitute dell'Urbe e tenne loro un solenne discorso sui diritti e doveri delle senatrici romane. Quanto a Vitellio, basta ricordarne il carattere, i viz e la fine: mentre in citt avveniva una carneficina, il popolo esasperato trasse l'imperatore dal nascondiglio ove s'era acquattato, lo uccise e ne gett il cadavere nel Tevere.
Queste erano le disposizioni d'animo di molti milioni d'italiani, nei riguardi dell'infallibile.
...
Volgare ma vanesio, l'autocrate di palazzo Venezia dongiovanneggiava con le donne. Infatti sulle serve e sulle maschiette che lavoravano da comparse a Cinecitt faceva un effettone, specie quando era addobbato da doppio maresciallo, quando s'impennacchiava come un eroe del siciliano teatro dei pupi. Era l'idolo delle baldracche. Si presumeva fisicamente bello e affascinante, tanto da ordinare che i giornali parlassero della "maschia figura del duce", della sua "seducente apparizione alle folle" e altre idiozie da divette di caf chantant.
"Sembrava un dio e lo era!" scrisse un leccastivali sul Corriere della Sera. E sul Messaggero, veniva stampato: "Ecco affacciarsi l'adorabile maschia bellezza del duce!".
Diceva Petrolini: Pi imbecilli di cos si muore!
I suoi amori erano noti: femmine terra terra, ordinariotte e polpute ch'egli trattava con la sua consueta istintiva trivialit. Si ridiceva che soltanto una volta, una gentildonna s'incurios di lui e lo invit in casa, dove, non appena egli la vide comparire in salotto, le si butt addosso villanamente, con atti e motti da suburra.
Prego, prego, per carit... protest la gentildonna, subito inorridita e nauseata, questo  il salotto e io sono la padrona di casa; la cucina  al pianterreno, signore, e la mia cuoca  l. Andateci!
E scomparve sdegnata, sbattendo l'uscio.
...
Un'altra volta si parl d'una nota mediocrissima attricetta, che se non aveva molto senno, in compenso aveva molto seno. Egli la chiam a villa Torlonia, dove si fece trovare a cavallo, in grande uniforme. Smont, pass un'oretta con la donnina poi, nell'accomiatarla, le disse.
Vedete come sono alla mano io, nell'intimit? Io amo infinitamente le donne e i cavalli.
Forse sar per questo, avvert l'artistina, che trattate una donna come se fosse un cavallo...
Da un'altra donnetta plebeuccia, bench figlia d'un medico, egli si fece trovare in tuta da giardiniere, a inaffiar le rose, e questa non  mica una storiella, perch nel primo incontro, sulla spiaggia di Ostia, ella gli aveva confidato che le piacevano i fiori.
Ad una stellina del cinema, sempre a villa Torlonia, egli comparve addirittura nudo, e si scus sorridendo:
Esco dalla piscina dove faccio il mio bagno mattutino in costume assolutamente adamitico... Ma, aggiunse civettuolo, questo  il solo costume nel quale desidero piacervi.
Buffonate, non  vero? Ma che cosa ha fatto Bagnasciuga in vent'anni, se non delle buffonate?
Quella conosciuta a Ostia fu l'ultima delle sue favorite, la Du Barry degli anni tragici. Poveraccia, non lo faceva apposto ad avere un cognome quasi pornografico, ci che accresceva l'ilarit del popolo. Il Giove tonante di Predappio le regal un villino, alla Camilluccia, dove egli si recava tutti i giorni.
Qualche cagnotto se ne lamentava, scuotendo il capo in segno di disapprovazione:
Eh, purtroppo, dopo vent'anni di sforzi, il fascismo  finito a Petacci!
Sullo zoccolo d'un monumento, a Milano, fu scritto con la pece, a grossi caratteri: Evviva il Petaccione!
La decenza vieta di riferire aneddoti e barzellette riguardanti l'attivit amorosa del divo, ma l'aspetto di Mussolini-Cupido fu uno dei pi esilaranti e faceva sbellicar la gente, senza alcun riguardo ormai per chiunque fosse in alto. Una pasquinata d'allora precisava:
Nelle odierne vicende
la corruzione  tale
che chi pi in basso scende,
oggi pi in alto sale.
...
Si ventilava anche che i satelliti fascisti, oltre che procurar le donne al padrone, dovevano essi stessi imbarcarsi con le amanti indicate dal principale, il quale le sceglieva e le distribuiva per i suoi fini. Un tizio lo paragon a Dionigi, il tiranno di Siracusa.
Quale Dionigi? gli si chiese, il vecchio o il giovine?
Il mezzano! proclam quello.
...
L'attacchino malizioso d'una citt del Piemonte, distribuendo a suo talento i var manifesti inneggianti al gran ciarlatano che quel giorno arrivava, ne incoll alcuni in luoghi tanto significativi da provocare in seguito una crisi comunale. C'erano degli striscioni con le consuete frasi supinamente cretine, che appunto per la loro cretineria rendevano felice il parabolano predappiese. Cos avvenne che, complice l'attacchino sornione, sulla facciata del ricovero dei dementi si lesse: Duce, tu sei tutti noi!
Sull'uscio d'una allegra casa di donne di malaffare, c'era: Duce, tu con noi, noi con te!
Presso il portone delle carceri era stampato: Duce, conta su noi, saremo sempre tuoi seguaci!
Infine sul muro di cinta del cimitero locale comparve: Vieni presto, duce, ti aspettiamo!
...
Nel 1929 l'ra fascista toccava il suo settimo anno di vita, e si sper:
Questo sar l'ultimo!
Come si fa a dirlo?
Nessun fascista potr pi andare avanti, lo impone uno dei Dieci Comandamenti: Settimo, non rubare!
...
Un abituale giocatore di poker che transitava innanzi all'edicola d'un giornalaio, gett l'occhio sul titolo della prima pagina d'un quotidiano uscito allora allora: La morte del D...
Il giornale piegato non faceva leggere il resto.
Ah, perdinci! esclam il pokerista, preso da una vivissima speranza, oggi tutte le partite per me sono state pessime... Oh, se questa fosse la buona!
Comper senz'altro il giornale e per leggere il rimanente del titolo con maggiore emozione, prese a spiegar l'angolo, come si fa con le carte, quando se ne aspetta una che completi il buon gioco in mano... lentamente...
Ah, se viene quella che sogno io... Impazzir di gioia... La morte del D... Mio Dio, ecco un'U... La morte del Du... Santi del cielo, c' anche la C... La morte del Duc... Ci sono, ora mi metto a ballare per la strada...
E sta per farlo, ma mentre aspetta l'E, vede spuntare un'A....
Ah, sangue di...
Legge tutto: La morte del Duca d'Aosta.
Non c' fortuna al mondo, sospira con angoscia -l'asso mi ha fregato sul pi bello!
...
Convegno a palazzo Venezia: i produttori di vini sono convocati perch si deve trovare infallantemente un riparo all'eccesso di produzione vinicola. Presiede il Budda in camicia nera.
Qui urge smaltire ad ogni costo il vino che sovrabbonda! Tutti interloquiscono: chi suggerisce una maggiore esportazione, chi una svendita, chi una dispersione nelle fogne... Tace solo un buon vecchio enologo pugliese.
Voi, lo invita il capo, voi non avete alcun rimedio da propormi?
Oh s, fa quello timido, ne avrei uno anch'io, ma non oso esporlo, ecco, non ne ho il coraggio.
Niente timori innanzi a me! Vi esorto a esprimere il vostro parere, qualunque esso sia. Parlate pure!
Ecco, duce, dir che se a me... ossia se a noi... cio se all'Italia intera si comunicasse domattina questa notizia: "Mussolini ha dato le dimissioni e ha lasciato il governo per sempre"... tutti gl'italiani prenderebbero una sbornia tale che la crisi vinicola domani sera sarebbe bell'e risolta.
Non s' mai saputo in mano a quale Caruso sia poi andato a morire quel buon vecchio enologo pugliese.
...
 con uguale stato d'animo che uno studente universitario chiedeva a un suo collega del Guf:
Tu sei fascista proprio in buona fede?
Certo, e amo tanto il regime che vorrei vederlo anch'esso prossimo alla laurea, come noi.
Cio laureando?
Gi, perch almeno cos sarebbe all'ultimo anno.
...
Inesauribile fonte d'ironie e ludibr erano le incessanti contraddizioni del nostrano Cromwell, come per un certo tempo egli si compiacque definirsi.
Anzi, si vuole che facessero notare i suoi catecumeni, come protettore dell'Inghilterra, Oliviero Cromwell fu soltanto lord, mentre il duce  molto di pi...
Oh, il duce  lordissimo! convenivano tutti.
...
Le sue incoerenze non erano evitabili, perch erano nella sua natura di funambolo della politica, di saltimbanco del giuramento con restrizione mentale. Facciamo un breve elenco dei suoi pi comici voltafaccia.
Ateo prima d'acchiappare il potere, esaltatore di Giovanni Huss, propugnatore della soppressione delle mense arcivescovili, diviene il conciliatore della Chiesa con lo stato, rimette il Crocefisso nelle scuole, manda la bandiera nei templi, va in visita di fedele buon cattolico in Vaticano, per lanciarsi daccapo contro il Pontefice, dieci anni appresso, a cagione della guerra deplorata dal Santo Padre, con frasi da bettola, come era nelle sue abitudini. Ai gerarchi bolognesi, dopo aver fatto il punto sulla situazione, nel 1941, e aver messo a posto, verbalmente, tutti i suoi avversar, egli minacci:
Quanto a quel signore del Vaticano, ne riparleremo dopo la guerra, perch oggi non voglio avere un fuoruscito troppo pericoloso!
Antimilitarista sfegatato, si capovolge in guerrafondajo, nell'estate del 1914, merc le somme molte congrue versategli dall'ambasciatore francese Barrre, e pi tardi, come capo del governo, dedica alle spese militari alcune centinaia di miliardi, per poi far trovare esercito, marina e aviazione sprovvisti di tutto, al cominciar della guerra. Eppure aveva annunziato che eravamo forti, invincibili, attrezzati in ogni arma, possessori perfino di armi segrete.
Quali saranno? ci si domandava nelle conversazioni.
Probabilmente le balle che lancia lui! si rispondeva.
Si chiedeva anche: Ma perch v' tanta gente che non lo stima affatto?
E si spiegava: Perch lo ha gi stimato per quanto vale davvero!
Immorale, disordinato e irregolare nella situazione di famiglia fino al 1922, si tramuta in paladino della moralit, dell'ordine, della famiglia, salendo al potere. E quindi si sogghignava, dopo uno dei suoi discorsi di morigeratissimo pater-familias:
Ascoltate, o cittadini, ascoltate la predica di fra' Vituperio che inneggia alla castit!
Tenta d'entrare nella massoneria, ma la sua domanda viene respinta, avendo egli subto una condanna per furto, in Svizzera, dove, tra gli altri suoi reati, aveva anche rubato un orologio d'oro. Perci egli si rovescia in implacabile persecutore di massoni e di logge, nel nome della politica leale e della fede cristiana.
In materia economica, non essendo nulla perch non ne capisce un accidente, egli diventa tutto: socialista, liberista, sindacalista, internazionale e autarchico nello stesso tempo, protezionista e liberoscambista, col risultato d'un cumulo di tasse, balzelli, gravami e cnoni sulle spalle dello sciagurato popolo italiano, il quale, ad ogni nuovo inasprimento fiscale, deve battere le mani e gridare: Evviva il duce!
Naturalmente si commentava:
Mussolini ha regalato alla sua amante alcuni giojelli che costano un mucchio di milioni.
Nespole! Chiss quale tassa ora ci verr applicata.
Si proclama repubblicano nel 1919, si erige a tutore della monarchia nel 1922, quindi capo di repubblica sociale, la repubblichina, nel 1943, e promulga leggi del comunismo, mentre si professa anticomunista arrabbiato.
Si vanta operajo, figlio d'operai, discendente di contadini, e nello stesso tempo si crea capo, capissimo di tutto, cugino del re, arcimaresciallo pari al sovrano e semidio di mezzo mondo.
Comanda di andare verso il popolo e si allontana dal popolo stesso, appoggiandosi agli aristocratici, ma poich questi lo schivano e lo schifano sempre, egli ripiega verso i grandi industriali e i banchieri. Favorisce gli arricchimenti rapidi e disonesti, sottomette l'intera nazione ad una oligarchia di avventurieri, di mafiosi, di camorristi, di teppisti senza scrupoli, di fannulloni che vivono, e vivono bene, taglieggiando il prossimo, mentre lui, onesto e umile, declama a Ferrara, il 22 febbrajo 1924:
I calli alle mani sono un titolo di nobilt!
Sostiene la maest e l'indipendenza della giustizia, e asservisce la magistratura alla politica.
Rileva che in Italia il problema razziale non esiste, e scatena una persecuzione contro gli ebrei da disgradarne i pi sanguinar aguzzini del medio evo.
Grida che la libert di stampa  un diritto, e mette il bavaglio a tutto il giornalismo italiano.
Vuole l'elevamento della scuola, e impone i programmi scolastici corretti secondo le sue idee e le sue fissazioni, falsando la storia, l'arte, la scienza, la letteratura, la filosofia.
Mobilita due corpi d'armata a difesa dell'indipendenza dell'Austria, dopo il massacro di Dolfuss, e di l a poco si fa complice di Hitler nello strozzamento della libert austriaca.
Denunzia la barbarie tedesca, irridendo ai "selvaggi turisti che vengono con le loro grosse scarpe chiodate a insudiciare le belle strade italiane", e quindi si allea "in fraternit d'armi" proprio coi tedeschi.
Mette in guardia il mondo contro la minacciosa espansione dell'imperialismo nipponico, e si unisce ai giapponesi per formare l'asse che dovrebbe strangolare Asia ed Europa.
Si decanta amico degl'inglesi e poi l'insulta, si dichiara ammiratore di Roosevelt e alcun tempo appresso l'ingiuria in malo modo.
Afferma, in un'intervista del 1937, che l'Italia "era soddisfatta" e che avevano bisogno di cinquant'anni di pace, ma due anni dopo fa parlare suo genero dal banco dei ministri, a Montecitorio, tirando in ballo "rivendicazioni territoriali, diritti dell'Italia su Nizza, Tunisi, Savoia e Corsica", cambiando cos le carte in tavola, nel gioco della politica estera.
Torna da Monaco, nei primi giorni d'ottobre del 1938, sbruffando che ha messo a posto la pace dell'Europa almeno per altri dieci anni, e pochi mesi dopo, si unisce a Hitler per provocare la guerra.
Con uno dei suoi altisonanti pistolotti, assicura la Grecia e la Jugoslavia che non hanno nulla da temere dall'Italia, e aggredisce la Grecia alla mattina del 28 ottobre 1940, quando anche un fantaccino non ignora che non s'iniziano operazioni belliche in alta montagna, al principio d'un inverno.
Annunzia la guerra-lampo, e tutti sanno che il lampo  durato pi di cinque anni.
Garantisce matematicamente la vittoria, parla di certezza, e tutti abbiamo constatato di quale certezza si tratti.
Esprime il parere che i governi e gli uomini "non devono essere eterni, altrimenti stancano il popolo e stancano s stessi", come logica conseguenza fa condannare a morte il suo stato maggiore, colpevole d'averlo invitato a dare le dimissioni.
Si assicura, secondo quanto leggemmo in una sensatissima lettera aperta, diffusa clandestinamente nel 1943, che sua moglie, la sola legittima, beninteso, avesse cos confidato a un familiare, nei primi mesi dello zarismo mussoliniano:
Lui (cio il duce-consorte) ha tradito il partito socialista, ha tradito la famiglia, tradir anche il fascismo.
Non si pu supporre che la moglie non lo conoscesse bene. E chiss quanto deve aver sofferto, povera donna, in circa un quarto di secolo!  doveroso riconoscerle il buonsenso di non essersi mai esposta in primo piano, il buon gusto d'essersi tenuta in disparte nei momenti pi delicati, il buon tatto di non aver mai dato ombra n mai sollevato chiasso alcuno, di fronte alla indecente condotta del marito con altre donne. In fondo,  stata anch'ella la vittima d'uno stupido tiranno, ha molto dolorato e perci la satira, le frecciate e i dileggi l'hanno risparmiata: il popolo in Italia  sempre cavalleresco.
Si sapeva che Rachele Mussolini era una modesta e limitata donnicciuola borghese, e che un giorno, per testimonianza di persone presenti, aveva ripreso una certa altezzosit della figliastra, dicendole:
Tu oggi sei qualche cosa perch tuo padre  in alto, ma ricrdati che se lui cade, tu sarai anche meno di quello ch'eri prima.
...
Far tutto il possibile per aumentare il benessere dei rurali silenziosi e fecondi! concion il divo, al Teatro Argentina, nel 28 ottobre del 1928.
Infatti li grav subito d'incredibili pesi fiscali.
In Roma, il 14 settembre 1929, parlando della critica, disse ch'essa " feconda e dev'essere accolta dagli uomini responsabili e non infallibili!".
Perci soppresse ogni opposizione al suo governo e mai sopport critiche, specialmente alla sua persona.
Nel 1936 scrisse sul Popolo d'Italia: "Taluni pensano che una guerra di molti contro l'Italia possa essere facile. S'ingannano! L'Italia si difender con le unghie e coi denti, e gi da tempo si  preparata a fronteggiare ogni eventualit!".
Si  visto come...
Il 7 aprile 1926, disse a palazzo littorio:
Bisogna essere disciplinati, sopratutto quando la disciplina costa sacrifizio e rinunzia.
Tutti potevano costatare quanti sacrifiz e quante rinunzie facevano i suoi giannizzeri e lui per il primo, con ville, automobili, scuderie, donne, depositi in banca, sia in Italia che all'estero, ecc.
Nel 1925, il 5 dicembre, aveva dichiarato alla Camera: Lo stile fascista  la chiarezza, la dignit, la risoluzione e la sollecitudine!
Ebbene fu proprio da quel momento che s'accrebbero convulsamente il confusionismo, il disordine, la lumacaggine burocratica, la corruzione e il degradamento per l'avidit e l'ingordigia dei pezzi grossi.
A Perugia, nel 5 ottobre 1926, salomoneggi:
Le societ umane non si sviluppano n progrediscono e non grandeggiano se non c' il disinteresse in chi comanda.
Come faceva, dunque, lui e come facevano i suoi famuli a grandeggiare, rimpinzandosi d'oro?
Il 20 giugno 1937 grid in pubblico, a Roma:
Donne fasciste, voi dovete essere le custodi dei focolari!
E in privato, lo stesso giorno, esclam:
Le donne non servono che a letto.
Tuon il 23 ottobre 1925:
Noi diciamo: prima i doveri e poi i diritti!
E subito Pasquino rimproverava Marforio:
Capire ancor non vuoi
ch'egli  il capo, per cui
tutti i doveri a noi,
tutti i diritti a lui!
...
A Roma, nel discorso al teatro Costanzi, il 24 marzo 1924, egli avvert:
I fascisti della prima ora sono pochissimi!
E la gente aggiunse:
Ma sono moltissimi quelli dell'ultima ora, ch' l'ora dell'orgia.
Questo motto giunse al suo orecchio e il nume s'irrit bestemmiando e minacciando severe punizioni. Le quali infatti vennero, ma non contro chi gi mangiava, bens contro chi vedeva mangiare e si lamentava.
Su Gerarchia scrisse: "Mosca s'involve, Roma si sviluppa".
E fu lui il primo a riconoscere l'U.R.S.S. stringendo patti d'intesa e trattati commerciali.
A Roma, nel marzo 1934, fa l'agnello:
La pace sar assicurata dalla nostra sincera volont....
Poi, cinque mesi dopo, nell'agosto, al gran rapporto tenuto ai Tre Poggioli, fa il leone:
Non bisogna essere preparati alla guerra domani, ma oggi.
Per la bonifica delle paludi Pontine, fa il pacifista a oltranza:
Questa  la guerra che noi preferiamo!
Ma in piazza della Signoria, a Firenze, posa a guerrafondajo:
Le parole sono bellissima cosa, ma moschetti, mitragliatrici, navi, aeroplani e cannoni sono cose ancora pi belle!
Ancora pi belle, invece, sono le costatazioni che di tanta roba bellica, pagata con fior di tasse dagl'italiani, ce n'era cos poca da fare la meschinissima figura che il tremendo Marte di Predappio ha fatto, dal 1940 sino alla fine.
E l'Abissinia? domandano alcuni.
L'Abissinia, diciamolo una buona volta, a dispetto di chi cos volle, venne conquistata coi gas asfissianti.
Abbiamo dato il flit! si diceva.
 orrendo, ma  cos.
Palesava le sue dolci intenzioni, a palazzo Venezia, nel 22 luglio 1924, con teneri termini:
Andare verso il popolo, specie verso quello che fu troppo a lungo dimenticato, con animo puro, senza demagogia, con cuore fraterno...
E intanto istituiva nelle carceri quelle camere di tortura su cui c'era scritta una sua frase: "Non lasciare nulla d'intentato!".
Sopra un'altra c'era: "Adoperare tutti i mezzi!". E con tanto di firma, cos i carnefici s'industriavano a scaricare su di lui la propria responsabilit.
Posava a cuor generoso, a filantropo, a umanitario padre del popolo e poi s' visto quale belva  sbucata fuori dalla tana, dopo il settembre 1943.
In un messaggio agl'italiani, nel 28 ottobre del 1926, affermava sonoramente: "La rivoluzione fascista far grande l'Italia comunque, dovunque, contro chiunque!".
Sbruffone! esclamarono i napoletani, che non riuscirono mai a prenderlo sul serio.
...
Ma gi, ad ogni suo accenno al fascismo, le osservazioni di rimando erano pungentissime. A Roma, nel 1924, l'idolo emise il verdetto:
Il fascismo  ormai un faro che splende a Roma.
Per  un faro formato con un insieme di bugie! si comment.
A Milano, nel 1925, egli spieg:
Il fascismo prende da tutti i programmi la parte vitale.
Un ironico ambrosiano sussurr:
Ha ragione: il fascismo prende da tutti, prende sempre, prende dovunque, prende ogni cosa!
A Tagiura, in Tripolitania, nel 1926, con aria eroica, egli disse:
Il fascismo  milizia, volontarismo...
...e delinquenza! complet un nostro ufficiale.
A Ravenna, nel 1931, rincalz:
Il fascismo  sopratutto al presente il verbo volere!
E il verbo rubare, in tutti i tempi e in tutti i modi! soggiunse un brav'uomo, allontanandosi.
...
E ogni giorno appariva pi evidente che gl'italiani capivano sempre meglio il fascismo e Mussolini capiva sempre meno gl'italiani.


5. IL SUO "VERBUM".
Mussolini, a Tripoli, nel 1926:
Noi abbiamo fame di terre.
Un impiegato del Comando
E di che cosa non ha fame lui?
Oggi ci accorgiamo di come Bagnasciuga mantenesse i suoi impegni e discerniamo quanta grandezza ha dato all'Italia la pseudo rivoluzione fascista.
Bisogna fare del fascismo un fenomeno prevalentemente rurale! egli stabil nel discorso al consiglio nazionale del partito il 2 agosto 1924.
E ne scatur invece un fenomeno unicamente brigantesco, a danno dei poveri rurali.
L'arte doveva essere libera, gli scrittori potevano sbizzarrire la loro fantasia in ogni campo, senza limiti, ma in sguito, col discorso alla Societ degli autori, il 1 agosto 1926, impose:
Bisogna che gli scrittori italiani siano i portatori del nuovo tipo di civilt italiana!
La quale doveva essere la civilt sua, quella del manganello, del furto, dell'assassinio. Da allora letterati e commediografi, romanzieri e poeti non dovevano produrre se non opere che "fossero nel clima del regime".
...
La tessera non d l'ingegno a chi non l'ha! afferm il nume con la consueta sicumera.
E non vi fu uomo d'ingegno che avesse almeno potuto campicchiare senza provvedersi di tessera e di distintivo. Naturalmente una frotta di presuntuosi ignoranti e di giovani trafficanti pass ai primi posti nelle file dell'arte, lasciando indietro tanti forti ingegni, tanti provati talenti.
Fu scritto alla macchia il seguente aforisma: "Quando gli ultimi diventano primi, i primi passano ultimi, ma  allora che si capovolge il valore degl'intelletti, perch gli ultimi pi sono ultimi e pi rimangono primi".
Ma il padreterno aveva ingiunto, nel citato discorso:
Scrittori, bisogna produrre qualche cosa di nuovo, che abbia il sigillo inconfondibile del nostro tempo!
Era il verbum. Aveva parlato il Mos fascista. Come sottrarsi all'ingiunzione? Ne venivano, e ne vennero, ostracismo ed esclusioni, senza contare che si poteva finire in carcere o al confino, se non anche al cimitero.
E cos avemmo una produzione artistica, letteraria e teatrale forzatamente piatta, opaca, mediocre. Quasi nessun scrittore diede quello che avrebbe potuto dare, come succede in ogni tempo e in ogni paese, quando la piaggeria, l'adulazione e l'incensamento si sostituiscono al vero estro, alla fantasia, alla spontanea creazione artistica. L'esempio forse pi evidente di una stupidit non elencata da Erasmo tra quelle da elogiarsi, ce lo forn la produzione cinematografica italiana: probabilmente al mondo non si vide mai nulla di pi basso, di pi scemo, di pi mortificante per un paese intelligente, come una volta era considerato il nostro.
Nel gi ricordato discorso all'Augusteo di Roma, il 5 dicembre 1925, l'Onnisciente afferm che "la scuola italiana dev'essere formativa del carattere italiano".
E in qual modo egli permise che diventasse formativa? Infilando il suo nome in tutte le discipline, nella Storia, nella Letteratura, nella Sociologia, nell'Arte, perfino nelle poesiette per bambini; inneggiando a lui per deificarlo; inserendo le teorie fasciste in ogni materia; mettendo fucili e mitragliatrici nelle mani inesperte dei ragazzi; suggerendo l'odio per gli altri popoli e il disprezzo per le persone d'altre idee; incutendo timori e fomentando vendette, a cominciar dai cos detti "figli della lupa", i quali erano regolarmente definiti dal popolo figli di ben altre bestie, meno simboliche, forse, ma certo pi domestiche e pi utili.
Sui libri di testo per le scuole s'era piantato uno dei pi luridi mercimoni fascisti: autori ed editori pi infilavano Mussolini nei testi e pi lucravano, con illecite intransigenze e spudorati favoritismi, non disinteressati, com' facile intuire.
Io, confidava ad un amico l'autore d'una zoologia, io non riesco ad innestare il duce anche nel mio secondo volume...
Di che si tratta?
Degl'Invertebrati, dall'Amoeba porrecta alla Cintia papillosa.
Perch non lo netti tra le sanguisughe?  il suo posto
...
Le barzellette divertivano immensamente gli studenti obbligati ad apprendere uno scibile "mussolinizzato". Di fascisti "sinceri", tra Universit e Licei, ce n'erano pochini, e quei pochini traevano guadagni e sottomani dalle organizzazioni studentesche. Il titolo del giornale per gli studenti, Libro e Moschetto, era pi comunemente inteso come Litro e Fiaschetto.
Ma andiamo avanti nel medesimo discorso del divo Bagnasciuga sulla scuola italiana.
Non  necessario, egli proclam, imbibire i cervelli con l'erudizione passata e presente!
Immaginarsi gli zucconi che non volevano saperne di studiare, ribadivano soddisfatti che non era indispensabile erudirsi, anzi uno dedusse:
Si pu giungere ad elevati gradi sociali, pur essendo ignoranti, lo ha detto il duce.
E lui ne  la prova! consent un professore.
...
Dieci anni dopo, al Consiglio Superiore dell'Educazione Nazionale, il 5 settembre 1935, il superuomo tornava alla carica col seguente ordine:
Bisogna che la scuola sia profondamente fascista in tutte le sue manifestazioni!
Un preside bonario e sconsolato sbott sottovoce:
Addio cultura universale ammassata fino ad oggi, essa non vale pi un soldo, perch non  fascista.
...
Nel congresso del partito, in Roma, il 22 giugno 1925, il Fatale asser:
Il sindacalismo  l'affossatore del liberalismo!
Ci che non gl'imped di praticare, in breve tempo, tanto il liberalismo quanto il sindacalismo.
Aveva scritto nel suo ristampatissimo e imposto "Diario di guerra": "Bisogna considerare i soldati come uomini e non come matricole".
Ma appena si eresse a capo supremo di tutte le forze armate e disarmate, egli non consider i soldati che come "materiale umano", alias "carne da cannone".
Ecco un epigramma in proposito:
Sciocco, ti credi un uomo in tutti i sensi
perch lavori, soffri, agisci e pensi
col cervello che Dio t'ha regalato?
Ma godi forse tu favori immensi?
Hai cariche? Sei ben raccomandato?
No, quindi un uomo non sei, caro baggiano,
sei solamente "materiale umano"
da stivar gi, senz'aria e senza luce...
Va dunque in piazza e grida: Viva il duce!
...
Tuttavia bisogna riconoscere che in qualche cosa, l'onnipossente predappiese ebbe della coerenza.
L'uomo economico puro non esiste! egli disse in una concione allo spiritosissimo popolo di Parma.
E infatti, si osserv, egli non  n economico n puro.
...
In parlamento, nel febbraio del 1923, sproloqui:
Lo stato fascista non solo si difende, ma attacca!
Attacc precisamente le finanze italiane, devastandole in maniera irrimediabile.
Nella relazione sugli accordi lateranensi, il 14 maggio 1929, egli scrisse; "Nessuno pensi, sotto la specie filosofica o metafisica, di cambiarci le carte in tavola".
E un illustre prelato chios:
Noi del Vaticano, lealmente, il diritto di cambiar le carte in tavola lo lasciamo tutto a lui.
...
Al Senato, il 12 maggio 1928, arzigogol:
Il suffragio universale  una pura finzione convenzionale.
Nelle elezioni che fa lui, s! dissero coloro che lo sapevano.
...
A Genova, in piazza De Ferrari, il 24 maggio 1926, egli specific:
Le armi sole non bastano a dare la vittoria, se gli uomini non la vogliono tenacemente e disperatamente conseguire.
Gli anni hanno dimostrato che la dirittura del suo pensiero e la concordanza con le sue azioni sono ineccepibili: egli volle vincere l'ostilit degl'italiani e oltre le armi della polizia e dell'Ovra, adoper la corruttela, la subornazione, l'inquinamento di tutta la vita nazionale, il delitto. Ah, no, in consimili propositi nessuno potr mai tacciarlo d'incoerenza.
...
Un giorno, pare che un alto papavero politico facesse dell'umorismo:
Ormai dall'Italia sono partiti tutti i partiti.
Un papavero un po' meno alto, gli rispose:
L'unico, che dovrebbe essere partito, purtroppo  proprio quello rimasto.
...
Un altro ameno personaggio, al principio della guerra, afferm:
Gli stati dell'asse sono gli assestati.
E i popoli sono i dissestati! gli fu risposto.
...
Alla Camera, qualcuno citava una frase pronunziata dal Pallavicini nel 1859: "Per riparare gli errori di Cavour, c' un solo uomo, ed  Cavour".
Un vicino mormor:
Per riparare gli errori di Mussolini, invece, non ci sono che due uomini....
Due statisti?
No, due carabinieri!
...
Un ammiratore ironico esclamava:
Che cammino ha fatto Mussolini! Pensare che sei lustri or sono era una canaglia matricolata, un delinquente...
Ma sei lustri or sono aveva vent'anni! gli fu risposto.
Ed oggi ne ha cinquanta, ecco la differenza.
...
Uno dei pi accaniti fascistoni polemizzava con un dissenziente:
Ma credete che anche tra gli avversari del fascismo non vi siano dei farabutti?
Oh, s, ve ne sono indubbiamente, ma non fanno i ministri!
...
Uno dei soliti motti apocalittici del padrone del vapore, come dicevano i milanesi, fu: "Nel vocabolario fascista non esiste la parola crisi!".
Gli si consigli subito di cambiare vocabolario:
Quello che avete,  incompleto, duce!
...
Un buontempone che si associava agl'isterismi d'un esaltatore, esclam:
 vero, vi sono degli uomini di governo che non dovrebbero mai cadere.
Per esempio?
Per esempio quelli che non avrebbero mai dovuto governare.
...
Venne a mancare il caff, e il segretario del partito, quello delle uniformi, l'avversario del "lei" e della stretta di mano proclam con la solita elevatezza verbale:
Italiani, non dobbiamo pi bere il caff, per "far fesso" il Brasile che vuole i pagamenti in oro.
Delicato linguaggio e raffinata provvidenza finanziaria!
Del resto, mugg un altro padreternino di seconda mano, non abbiamo mica bisogno di animarci con bevande esotiche, ci basta il duce, egli fa molto pi effetto del caff.
Sicuro! approvarono gli astanti, niente ci d ai nervi quanto lui!
...
C'era un artista drammatico che, a parer generale, assomigliava al nume.
Chiss come sarete contento! gli si diceva.
Contento un cavolo!
Come no? Avrete spesso applausi e onori, dovunque andiate...
S, se mi vedono alla luce della ribalta o del giorno, ma quando qualcuno m'incontra di notte, solo, e mi scambia per il duce, io prendo botte da orbi, dovunque mi trovo.
...
Uno studioso s'impicciava poco di politica e non era iscritto al fascio, ma pure doveva trattare con alquanti fascisti altolocati, perci confessava di usar con essi il maggior rispetto possibile, la massima deferenza.
Fai bene, gli not un amico, anche alle bestie feroci ci si accosta con rispetto.
Infatti, disse lo studioso, l'esperienza mi ha insegnato che l'eccesso di rispetto per lo pi rende felici e quindi disarma due categorie d'uomini: gl'imbecilli e i mascalzoni.
...
Le storielle che davano Mussolini per morto erano numerose appunto perch soddisfacevano al pi impaziente desiderio delle popolazioni. S'immagin ch'egli, diventato ombra dell'al di l, entr nell'Eliso e not una schiera di altre ombre, ma assai grandi e maestose, tra cui due molto vicine: erano Cesare Augusto e Carlo Magno.
L  il mio posto! decise l'omuncolo fascista, e corse a situarsi tra le due alte anime.
Chi , fecero quelle, stupite.
Ma lui strabuzz gli occhi, allung la mascella, digrign, sbuff, mise le mani alla cintola, il petto in fuori e comand:
Avanti il fotografo!
...
Feste e fasti per lui, mentre per fornire il pane alla nazione si combinavano certe mescolanze in cui della buona farina non rimaneva nemmeno il lontano ricordo.
Uscendo da un forno ed osservando la pagnotta acquistata, un operaio esclam:
Che porcheria!
Tuoni e saette, onta e rossore! Lo intese un alto milite fascista, che gl'impose immediatamente di fermarsi l, nel centro della piazza, tra il fitto viavai di passanti, e gridare tre volte:
Il pane del duce  squisito!
L'operajo, sommesso e rassegnato, obbed, grid tre volte, poi prima d'allontanarsi, disse pacatamente:
Perdonate, signor superiore, ma io neanche mi sogno di pensare che il pane del duce non sia squisito.  il nostro ch' una immangiabile porcheria.
...
Questa pare che sia vera: in un teatro di variet, uno di quei disegnatori che improvvisano caricature innanzi al pubblico, schizz un profilo assai conosciuto e chiese agli spettatori:
Indovinate chi ?
Stalin! risposero quasi tutti.
Il caricaturista abbozz un altro profilo e chiese di nuovo:
E chi  questo?
Churchill! dissero in sala.
Ancora un altro, era Roosevelt. Quindi il temerario schizzatore disegn un grosso porco, domandando:
Riconoscete questo signore?
Nessuno del pubblico fiat. Quello profil accanto al primo un secondo porco, la cui coda quasi pareva una croce uncinata, e ridomand:
Non indovinate chi sono questi due? Silenzio generale.
Ho capito, comment il caricaturista, siete intelligenti, s, ma avete tutti una fifa...
Non si garantisce che quell'uomo non sia andato a finire in qualche campo di concentramento, in Germania.
...
Quando la vita della nazione prese a languire miseramente, due fedeli camerati passando da Trieste, sostarono un momento innanzi al molo intitolato al re: non una barca, non un uomo, non un segno d'attivit, il porto era deserto e come abbandonato.
 una vera gioja per noi italiani e fascisti, recit uno, sentire qui il fremito del lavoro, il pulsare formidabile dei traffici, vedere la selva delle navi, le frotte degli scaricanti, la colluvie delle merci... Qui la vita  intensa, febbrile...
L'altro lo guarda e gli fa:
Ma che sogni? O hai bevuto? Quale vita, se qui tutto  morto?
Ah, disfattista! rimbrotta il primo, antinazionale! Tu dunque non ascolti i discorsi del duce e non leggi i giornali?
...
Dal giornalajo: un tizio domanda il Regime fascista, quotidiano di non fausta memoria.
Non ce n' pi, risponde lo strillone,  finito.
Quello va via, fa due passi e torna a chiedere:
Il Regime fascista?
 finito, signore, ve l'ho gi detto.
L'individuo si stropiccia le mani, come gongolando, fa un altro breve giro e si ripresenta ancora:
Il Regime fascista?
Ma se v'ho gi detto ch' finito, perbacco! fa il giornalajo spazientito, vi ripeto ch' finito,  finito, il Regime fascista  finito!
E lo so, capite? ribatte con molta gajezza il tizio, lo so bene, ma mi piace tanto almeno sentirlo dire...
...
Tra gli ultimi anni dell'800 e i primi del 900, divenne popolare un brigante calabrese che si chiamava Musolino. Se ne parl molto in Italia, quando venne arrestato, processato e condannato all'ergastolo. La pena di morte allora non c'era, perch il capo del governo fascista non aveva ancora messo in bando anche Cesare Beccaria. Forse appunto perci, subito dopo i primi assassin compiuti dai sicar dell'Infaticabile, comparve la sorniona domanda di Marforio:
Tra il Mussolin Benito
e il Musolin bandito,
Pasquin, quale variante vedi tu?
E la risposta era:
La variante  che il primo ha un'esse in pi!
...
A proposito di Cesare Beccaria, quando la Camera approv il ristabilimento della pena capitale, si trov scritto a Milano, sullo zoccolo del monumento al celebre economista:
La vedi, Cesarin, che avevi torto
con i tuoi grandi e umani sentimenti?
Adesso scappa all'estero, altrimenti
ti condannano a morte anche da morto.
...
Negli ultimi anni del fascismo, si udivano di queste scudisciate:
Lo sai che Mussolini s' dato al commercio?
Davvero? E in quale ramo?
Grossista in assassin.
...
Un'altra:
Finalmente, tra poco, lo chiameremo col suo nome di battesimo: Benito.
E perch?
Perch sar ben ito!
...
Ancora:
Il duce ha vietato il Rabagas di Sardou.
Ha ragione! Perch dobbiamo avere un Rabagas in francese, quando c' lui in italiano?
...
Una battuta di quella famosa commedia venne trascritta e da molti ritenuta a mente. Era questa:
" d'una grande semplicit la vostra politica: da un lato persone che hanno tutto, ricchezze, onori, cariche; dall'altro persone che non hanno niente. I primi trovano che tutto va bene, per i secondi invece tutto va male. A destra la digestione, a sinistra l'appetito....".
...
Quando i fumatori incominciarono la serie dei loro sacrifiz, apparve un epigramma:
Il tabacco vien meno al consumo,
ma dev'essere un semplice scherno,
ben sapendo che il nostro governo
non pu star senza vendere fumo.
...
Tra impiegati si mormorava:
Noi siamo tutt'altro che fascisti, ma senza la tessera del partito  difficile mangiare, quella  la tessera del pane.
Oh, ma  difficile mangiare anche il pane della tessera.
...
Un conferenziere citava le parole di R. L. Stevenson: "Forse la politica  l'unica professione per la quale non si ritiene indispensabile alcuna preparazione".
Indubbiamente Stevenson parla della politica fascista! disse qualcuno a voce quasi forte.
...
Un colto industriale torinese lamentava:
Ma come l'Italia potr mai dominare, se  cos schiacciata dal peso delle tasse? Un filosofo, che fu anche uomo di stato, scrisse: "Nessun popolo sovraccarico di tributi  fatto per imperare".
Un gerarca presente s'irrit:
 un idiota!
Pu darsi: per il fascismo, filosofia e idiozia sono la stessa cosa.
...
Stupito nel contemplare la stragrande piazza San Pietro formicolante di folla, la mattina del Corpus Domini, il segretario del partito confid ad una Eminenza:
 incredibile come il nome di Ges richiami subito tanta gente, quando noi dobbiamo faticar moltissimo per riempire piazza Venezia; eppure anche il fascismo  una fede, come il cattolicismo.
E il cardinale ironicamente osserv:
Dovreste provare a far morire in croce il capo della vostra fede...
...
Questi nostri ragazzi, si lagnava un vecchio educatore, questi sbarbatelli che a dieci o dodici anni brandiscono il pugnale, cantano canzonacce a base di sangue, odio, vendette e ammazzamenti, che razza di carriera faranno domani?
La carriera dei brutali banditi, naturalmente.
Per andare in galera?
No, per andare al governo.
...
Quando incominci il tesseramento dei generi alimentari, con la relativa ascesa vertiginosa dei prezzi e quindi il digiuno degl'italiani, uno dei peggiori arfasatti che dalla radio predicavano l'obbedienza e l'esultanza, intascando un compenso di cinquecento lire per ogni dieci minuti di chiacchierata, assicur che novanta lire mensili erano sufficientissime per la vita d'una famiglia di cinque persone, ci che parve esagerato allo stesso Bagnasciuga.
Ma s, duce, gli garant l'arfasatto, la famiglia d'un nostro bravo camerata di Napoli, il mese scorso, ha dimostrato praticamente che ci si pu attenere benissimo alla sola tessera annonaria, per vivere.
Possibile?
Ecco il rapporto dei gerarchi napoletani.
Ma allora bisogna assegnar subito un premio.
Infatti tutta quella famiglia avr la medaglia d'oro... alla memoria.
...
Poich il popolo stringeva la cinghia dei pantaloni, mentre i gerarchi l'allargavano, ci fu in Roma chi mise in voga una nuova interpretazione dell'S.P.Q.R. letto per diritto e per rovescio:
Signori Podest, Quanto Rubate?
E quelli rispondevano con fascistica imperiosit:
Rubiamo Quanto Possiamo. Silenzio!
Motti e trovatine che non rappresentano dei capolavori di arguzia e di spirito, si sa bene, ma vanno ricordati e stampati perch scoprono il vero esatto stato d'animo d'una nazione ritenuta fascistona e osannante. All'estero c'era chi credeva che noi si vivesse, in Italia, proni intorno al pagliaccio di Predappio, adorandolo. La cronaca di queste battute serve a provare precisamente il contrario.
Circolavano degli ameni bollettini di guerra in cui si parlava di pranzi "nettamente stroncati", di prosciutti "datisi alla fuga", di bigliettoni da mille "non tornati alla base", di truppe familiari completamente digiune "secondo i piani prestabiliti", di generi alimentari "sganciati dal nemico senza che questi se ne sia accorto", e cos via.
Alterando d'un poco il nome del ministro tedesco, Ribbentrop i milanesi, con l'aria di dare una notizia, esclamavano:
Rben trop a Roma.
Una mattina si trovarono trascritti in grande, sul muro di cinta d'uno stabilimento metallurgico milanese, due brani di Victor Hugo. Uno diceva:
"Essere pomposamente violento, governare con la dragona e la coccarda, appoggiare il diritto sulla forza, martellare la giustizia e la verit a colpi di fatti compiuti, fare delle geniali brutalit, forse fa apparir grandi, ma  un modo assai grossolano d'essere grandi. La umanit  cresciuta e non vuol pi saperne: la carne da cannone oramai s' messa a pensare e si corregge e non ama pi d'essere cannoneggiata!".
L'altro brano diceva:
"Questa folla fatale, questo grande e lugubre mucchio di sofferenze, questo popolo di cenciosi e d'ignoranti. Caos d'anime! Di tanto in tanto passano su questa superficie le catastrofi, come le tempeste sulle acque: una guerra, una peste, una favorita, una carestia..".
E sotto v'era aggiunto: "In Italia passa il fascismo!".
Apriti cielo! Non ne segu uno scandalo, perch i dirigenti dello stabilimento fecero cancellare in fretta e furia le esecrande parole e misero la cosa in tacere, per evitare le ire dell'Olimpo.
Quando un milanese diceva:
Siamo tornati peggio d'un secolo fa, sotto gli austriaci.
C'era chi rispondeva subito:
Non  vero quelli facevano ridere meno, mentre questi sono peggiori, s, ma in compenso fanno ridere di pi.
...
Sul genero del "condottiero", nominato ministro quando non era neppur trentenne, qualcuno, dopo tre o quattr'anni, ripeteva una considerazione non nuova ma mai cos rispondente alla verit:
And al governo come un beb-prodigio, ma da quando  cresciuto, il prodigio  scomparso ed  rimasto il beb.
...
Un funzionario trasferito da Padova a Roma, credette di acquistarsi merito sobbarcandosi a un indefesso lavoro, appena giunto alla nuova sede. Il suo capo sezione lo richiam:
Se sbrigate tutte le pratiche oggi, che farete domani?
Ma... ma si tratta di affari urgenti.
Qui tutto  urgente, caro voi! Guardate le pratiche che ho io: sono tutte da evadere in ventiquattr'ore, altrimenti la nazione va in rovina. Ebbene io le tengo sulla scrivania da almeno sei mesi, e la nazione procede benissimo ugualmente. Quando c' il duce, egregio signore, tutto va d'incanto!
...
Il fiduciario d'un gruppo esortava i dipendenti:
Ammirate l'operosit del duce, egli salva l'Italia facendo tutto lui.
 vero, sussurr un sottoposto, ma la salva di pi quando non fa niente.
...
Un impiegato chiacchierava con un collega:
Per un uovo che fa, una gallina strepita mezza giornata, mentre le termiti sono mute e costruiscono dei grattacieli.
Che vuoi dire con ci?
Oh, nulla di male, mi piacerebbe un governo di termiti anzich uno di galline.
L'imprudente perdette l'impiego.
...
Tutti i tirapiedi e i sottopancia dell'idolo duceggiavano nella posa e nel tono, tutti si davano arie guerriere, sicch vennero descritti con satire in versi:
Mira il prode nei ritrovi,
per le strade, con maschiette:
stivaloni, guanti nuovi,
distintivi ed etichette,
passa al par d'un nume antico
con baldanza e con cipiglio
poi se va dov' il nemico,
scappa via come un coniglio!
Quest'altra punge meno in superficie ma tocca pi in fondo:
Quel signore ch'ha sul petto
croci nastri e insegne annesse,
fa davvero un grand'effetto,
ma dev'essere un signore
senza meriti e valore:
se n'avesse,
non farebbe con quell'aria
tanta mostra campionaria!
...
Ond' che innanzi alla gazzarra, alla corruzione, all'invadenza d'uomini da manette e donne da conio, si dava, sempre in versi, il seguente consiglio:
O padri e madri
volete i figli rendere felici?
Mettete i vostri maschi a fare i ladri
e le femmine a far le meretrici!
Ma questo allegro non era, no, era infinitamente triste.


 6. BUROCRATI
Mussolini, nel 1923, a Milano:
Bisogna volere, fortemente volere...
Un operaio:
Noi, infatti, vogliamo, fortemente vogliamo mandarlo via! Ma non se ne va.
Le anticamere! Non c'era vassalletto burocratico che non ostentasse grandi arie e non imponesse lunghe anticamere a chiunque avesse urgenza di parlargli per affari di pubblica necessit. Soltanto un certo genere di donnine aveva libero ingresso negli uffici, dai pi alti ai pi modesti, e quando una di quelle s'infilava da un'eccellenzina qualsiasi, si poteva rinunziare ad essere ricevuti per quel giorno.
L'eccellenza  in commissione! avvertiva l'usciere inflessibile.
Di quali commissione si trattasse, lo spiegava la canzoncina:
L'eccellenza
cui l'udienza
domandavi,
non riceve, or  con gravi
personaggi ch'egli aduna
nel segreto,
per il bene e l'alte imprese
del paese....
Via, non essere indiscreto,
non cercar s' bionda o bruna!
...
No davvero, non si poteva dire che tutti quei travettoni dei ministeri e degli enti pi elevati s'ammazzassero dalla fatica, tanto che una quartina, diffusa a loro insaputa, rivolgeva questa specie di suggerimento:
Commendatori egregi, siate pratici,
e in tutti i vostri uffici burocratici
dove fate un lavor molto illusorio,
scrivete sulla porta: "dormitorio!".
...
Quanto ai modi simpatici e accoglienti di tutti i funzionarioni con le persone rispettabili almeno quanto loro, parlano chiaro i seguenti versi:
S, burocrati d'oggi,
siate sgarbati, rudi, fate sfoggi
di villanie! Son ciarle femminili
i bei modi, e nell'essere gentili,
voi che non siete affatto delle cime,
correte rischio d'essere scambiati
per individui un po' beneducati,
ci che potrebbe offendere il regime!
...
E per quello che riguarda l'onest di persone che cedevano, senza troppe insistenze, all'attrazione dei fogli da mille, persone che rimestavano carte intascando invidiabili somme, senza nemmeno l'ipocrisia della bustarella, ecco che cosa ne pensavano i chiosatori:
Per essere un ladro volgare
non  necessario rubare
mettendo forzieri a soqquadro:
c' pure chi ruba senz'essere ladro!
...
Si componevano dei dialoghi di questo tipo:
 strano che il duce non veda quanto fradiciume c' nella burocrazia.
Ha altro da pensare, lui! Non hai sentito che "non bisogna turbare il pilota"?
Nemmeno quando ci manda a picco?
No, nelle sue mani, la nazione  diventata insommergibile.
Eppure credevo che fosse un lungimirante, un occhio d'aquila...
Disillditi, non  che un occhio di pernice.
...
Un affarista domandava ad un altro:
Come hai ottenuto quel permesso?  un ottimo boccone.
Sai, ho messo di mezzo il ritratto del re.
Era il ritratto sulle banconote.
...
Quando si parlava di burocrazia, erano normalissime le locuzioni: "ungere le ruote" e "lubrificare" oppure "ordine superiore" e "bisogna saper fare".
Una specie di proverbio suonava cos:
Tre D giungono ai troni:
donne, denari e doni!
...
Spesso s'indagava:
Quel tale che ha chiesto la concessione d'un grosso affare, quali requisiti presenta?
Presenta una mogliettina deliziosa...
Allora  inutile opporsi, otterr quel che vuole.
...
Un celebre antropologo meridionale, dopo essere stato ricevuto a palazzo Venezia, comunicava agli amici:
Indubbiamente quell'uomo  fenomenale!
Chi il nostro duce?
C' in lui il segno della grandezza di Dio.
Lo riconosci anche tu?
S, perch solamente Dio poteva incastrare nel corpo di un facchino l'anima d'una cocotte.
...
A Roma, sulla gradinata del monumento a Vittorio Emanuele II, dopo una di quelle famose cerimonie che tramutavano la tomba del Milite Ignoto in un palcoscenico da ballo Excelsior, una signora forestiera osservava ad un ras tutto infestonato e decorato:
Eppure devo credere che voi italiani non amate il vostro duce.
Come no? Non sentite quante ovazioni? fece il ras, scodinzolando.
E voi non vedete che Mussolini ha gli stivali sudici?
Oh,  una disattenzione....
No,  una vergogna, con tanti milioni di lustrascarpe che ha ai suoi piedi!
...
Al principio della guerra, in uno dei molti convegni con Hitler, nei quali pareva che si rifacesse il mondo e tutti dovevano tremarne, l'Infallibile si present in assetto bellicosissimo, con in testa un elmo sovraccarico di pennacchi, galloni, ornamenti e distintivi vistosi. Appena si trovarono faccia a faccia, il nostro divo salut gridando:
Vinceremo!
Il Wotan di Berlino lo sogguard un istante poi esclam:
Ma va, che cosa ti sei messo in testa?
...
Una parodia del "Brindisi di Girella" del Giusti finiva cos:
Viva Arlecchini
e burattini
di Mussolini,
viva i cretini
che battono le mani a un farabutto,
e viva Pantalon che paga tutto!
...
Una parodia del "Re Travicello" canzonava ferocemente:
Non c' nel tuo regno
che furto e sconquasso,
con teste di legno
che fanno del chiasso!
...
E ancora del Giusti si declamava:
E fama e credito,
onore, insomma,
son cose elastiche
come la gomma.
...
Ma le parole e le citazioni poetiche erano continue, infinite, s che non  possibile raccoglierle tutte.
Ogni tanto qualche pezzo altolocato, riconoscendosi in una satira, prendeva cappello e allora fioccavano sospensioni e licenziamenti. Una mattina, uno di quei burocrati pi ingingillati con decorazioni e nastri, trova attaccato all'uscio del proprio gabinetto sottoministeriale un mezzo foglio con questi quattro endecasillabi:
I ranghi e gradi e distintivi e fregi,
ciondoli, ciondolini e ciondoloni,
titol, marche, onor, cose che dnno
merito a quei che meriti non hanno!
Folgori del cielo! Il funzionario chiama al redde rationem tutti i suoi dipendenti alti e bassi, capi e code, dal suo sottoposto all'ultimo usciere.
Che roba  questa?
Mah! Tutti si stringono nelle spalle. Qualcuno azzarda:
Se non mi tradisce la memoria, dev'essere una quartina del Casti?
Casti? E chi ? gorgoglia l'offeso.
Un abate, Giovan Battista Casti.
E com' entrato qui?
Non saprei...
Sta bene, me ne lagner presso il Vaticano.
Ma  un poeta satirico del Settecento, eccellenza.
Lo so... fece il sottoministro, sconcertandosi alquanto e tentando di riparare la topica, lo so benissimo... Volevo sentire se lo sapevate anche voialtri. Ors, rispondete, da dove sono tratti questi versacci?
Da un poemetto intitolato Gli animali parlanti.
E forse vorrebbero dire che io sarei un animale parlante?
No, eccellenza, parlante no, voi siete di cos poche parole...
Questa risposta sembra un complimento; il ras si placa un tantino e conclude:
Bene, bene, passi per oggi, ma guai se un'altra volta mi si scrivono delle poesie anonime, fossero anche di Dante Alighieri! Siamo intesi? Potete andare.
Sia vero o no, questo aneddoto, che importa? La gente ci si trastullava e basta. Come si rideva per una istanza rivolta al duce e cos concepita:
Grande e moderno nostro capo e collega, mentre vi esterniamo tutta la nostra ammirazione, abbiamo l'onore di chiedere l'iscrizione al partito in qualit di fascisti provati tutti della prima ora, anzi dell'ora prima della prima ora, perch siamo tutti antisansepolcristi. Le nostre gesta e il passato ci rendono degni della tessera, per cui siamo fieri e vibranti nel metterci al vostro seguito, ai vostri comandi, tra le vostre schiere. Duce, comandateci, noi vi seguiremo, obbedendovi!
E sotto c'erano le firme dei pi famigerati e feroci briganti; Mandrino, Chiavone, Giona, La Gala, Crocco, Sacchitiello, Fra Diavolo, Ninco Nanco, Tiburzi, Gasperone e Musolino.
Si aggiungeva, in un post scriptum, che domandavano la iscrizione al partito anche alcuni camerati stranieri, tra cui Cartouche, Rocambole, Landru, Al Capone e Jack lo sventratore.
...
Una signora corse, un giorno, dal suo parrucchiere:
Presto, cambiatemi il colore dei capelli e la pettinatura perch m'hanno detto che assomiglio a un'amante di Mussolini... Per carit, non voglio che mi succedano cose ripugnanti, per la strada.
Teme d'essere bastonata, signora?
Peggio: temo d'essere ossequiata dai gerarchi.
...
Defunto Costanzo Ciano, presidente della Camera, parecchi fascistoni ultrafedeli aspirarono a sostituirlo nella carica. Uno specialmente, molto malvisto dagli altri, tastava il terreno presso alcuni colleghi:
Non vi sembro il pi adatto io a occupare il posto di Ciano?
Secondo le proporzioni... gli si disse.
Quali proporzioni?
Quelle della cassa da morto, corri a misurarla, se ci tieni a occupare quel posto.
...
Un cospicuo e influente italiano d'America, venne a Roma e si fece ricevere dal nume, esternando dopo le sue espressioni ad alcuni giornalisti.
Mi sbaglier, disse, ma credo che a quell'uomo piaccia troppo d'essere adulato.
Come fate a dirlo?
Egli posa eccessivamente e si adula perfino da s.
Da s? Come pu farlo?
Quando  solo, si mette innanzi allo specchio e parla con s stesso.
...
Uno dei pi scalmanati sviolinatori enunci:
 inutile, il duce quando parla, attrae tutti!
Gi, il guajo  quando agisce...
...
Un altro visitatore dell'Italia, nel periodo di maggiore potenza mussoliniana, osserv:
Nonostante tutti gli sforzi per mantenere nella nazione un partito unico, il vostro capo ha finito col dividere gl'italiani in due grandi fazioni: gli antifascisti e i nemici del fascismo.
Fanno tutt'uno, no?
Niente affatto, perch gli antifascisti sono della prima ora, gli altri sono dell'ultima.
...
Un terzo straniero osservatore del nostro paese, taceva dopo un formidabile discorso da epilettoide del divo, mentre alcuni gregar esplodevano in entusiastiche ammirazioni:
Ah, ragliavano costoro, bisogna riconoscere ch' un uomo forte, audace, strafottente, egli parla senza temere...
L'osservatore finalmente ruppe il silenzio per rilevare:
Allora sono pi strafottenti gl'italiani: lo ascoltano senza protestare.
...
Gli scagnozzi rincuoravano chiunque temeva le conseguenze della guerra.
Finiremo col perdere l'Abissinia, asseveravano i sav, e in tal caso, addio impero!
Macch! garantivano quegli altri, l'impero  opera del duce, ed egli si ucciderebbe piuttosto che perderlo!
Be', bisbigli qualcuno,  quelque chose, malheur est bon!
Ma, rovinato l'impero, colui che aveva sempre ragione non si uccise affatto e i delusi esclamarono:
L'unica consolazione che ci rimaneva, non l'abbiamo avuta!
...
Quando il Tamerlano per burattini sentenzi che la tessera non dava l'ingegno a chi non ce l'aveva, un notissimo pittore ne convenne e chiar:
L'ingegno  appena appena necessario nell'arte, anzi c' un'arte nella quale l'ingegno  dannoso addirittura e bisogna non averne del tutto, se si vuole andare sempre pi su.
E che arte ?
Quella di governare l'Italia.
...
Del pi impopolare tra tutti i ministri, si insinuava:
Non ha alcuna capacit tranne quella d'essere becco.
Macch, pure in quella, lo aiuta la moglie.
...
Poich il sire di Predappio faceva l'alacre, il solertissimo, ogni volta che nominava dei nuovi ministri, teneva loro il fervorino:
Abbiate molta energia nel disbrigo dei vostri compiti, molta attivit: lavorare anche la sera e levarsi all'alba...
All'alba? os uno, ma dopo aver lavorato la sera, ci si sveglia all'alba col cervello annebbiato.
Il Giove tonante lo fiss torvo:
Per fare il ministro, qui non occorre alcun cervello, basta il mio!
Quando si raccontava questa barzelletta, qualcuno spesso commentava:
Ma il suo, purtroppo per l'Italia, non  in equilibrio!
...
Pare che un giorno egli si lamentasse:
Gl'italiani non mi hanno ancora compreso.
Eppure c' chi afferma che siate voi a non aver compreso gl'italiani.
Io? Ma io sono il capo, quindi il mio dovere  quello di prendere tutto senza comprendere niente!
...
Un grattacielo veniva elevandosi di fronte al Vaticano.
 inconcepibile, fece il Pontefice irritato, chi fa sorgere quella nuova torre di Babele.
Bagnasciuga and dal Santo Padre a spiegare:
Sono io che ho ordinato l'edifizio, perch da quella sommit posso arrivare pi presto al paradiso.
Al paradiso, voi? No, signor mio, lass ci vado io...
Mi dispiace, ma io arrivo prima di voi.
Impossibile, io sono il Papa.
E io ho gi mandato avanti mio figlio e mio fratello a tenermi il posto.
Male, male... Fate buttar gi subito quell'edifizio!
Ma vi pare, Santit.  un grattacielo...
Appunto per questo: voi potete grattare tutto quel che volete in terra, ma io non vi permetter mai di grattare anche il cielo!
...
Un uomo armato di rivoltella vuole entrare in palazzo Venezia e strilla:
Fatemi passare, devo arrivare a lui, presto, non mi fate perdere tempo!
E per qual motivo?
Ho urgenza di vederlo, perch  morto mio padre.
E che vuol dire?
Ma s, mio padre ha lasciato scritto "non fiori ma opere di bene", perci lasciatemi arrivare un solo istante vicino al duce....
...
Si presenta all'anagrafe un cittadino incollerito e dichiara:
Ho bisogno di cambiar nome, ditemi subito quali atti si fanno, giacch per questo maledetto nome, non c' pi un cane che mi possa soffrire.
Come vi chiamate?
Benito Levi.
Allora capisco che abbiate dei guaj, pover'uomo, con quel brutto nome giudaico di Levi...
Ma no,  il Benito che voglio cambiare!
...
E, a proposito di ebrei, si narra che il gran feticcio un giorno si rec perfino a pregare in una chiesa cristiana. Inginocchiatosi dinnanzi ad un Crocefisso, prese a dire:
O buon Ges, fa ch'io rimanga eternamente al potere, non me ne voglio andar mai, mi ci sono attaccato e mi va bene, non farmene allontanare mai pi, o Signore!
Dall'alto della croce, il Redentore mormor deciso:
Ringrazia gli ebrei!
Come, proprio gli ebrei? E perch mai?
Perch essi m'inchiodarono su questa croce.
E altrimenti, che cosa faresti?
Oh, se avessi i piedi liberi, incomincerei Io stesso a darti tutti i calci che ti sono necessari!
...
Ancora in chiesa, una mattina il despota e suo genero entrano per una cerimonia alla quale debbono assistere. Ad un certo momento, il suocero scuote il genero domandandogli:
Oh, che fai a guardar cos fisso il Ges messo in croce?
Fisso appunto quel duro legno, quei chiodi... sospir malinconico il giovinotto, e penso che anche noi potremmo fare quella fine, quando ce n'andremo.
Ah, ah, ah! rise l'arcipotente, stupido, noi ce n'andremo solamente quando in Italia non ci sar rimasto pi n un chiodo n un pezzo di legno!
E non si pu negare che abbia mantenuto la parola.
...
Quanti Ciano! monologava un veneto, di quelli che pronunziano le consonanti doppie come fossero semplici, Ciano padre, Ciano figlio, ci no rotto le scatole... Per l'effetto di tanto cianuro, l'Italia  ridotta in uno stato cianotico.
...
A Livorno, sotto la targa stradale che indicava "Via Costanzo Ciano" venne scritto: "Via anche il figlio!".
...
Al principio della guerra, circolava la voce che una signora delle alte sfere fasciste aveva dovuto mettersi le mutandine nere.
E perch? si chiedeva.
Per l'obbligo di oscuramento dei locali pubblici.
...
Della stessa arcinotissima signora si racconta che ad un pranzo intimo aveva a fianco il ministro degli esteri tedesco, il quale, al levar delle mense, non si ritrov al dito della mano destra un suo costosissimo anello.
Facciamo subito delle ricerche... disse la padrona di casa.
Niente, non si rinvenne niente. La signora arcinotissima ebbe un'idea luminosa:
Adoperiamo un cane poliziotto!
Detto fatto: il cane annus la mano destra del ministro e si sguinzagli alla ricerca del gioiello, che doveva indubbiamente aver l'odore del padrone. Pass tutta la notte: alla mattina seguente, l'intelligente bestia riportava all'eccellenza in anelante attesa, non gi l'anello, bens le mutandine della arcinotissima signora vicina di tavola...
...
Correndo in auto, Bagnasciuga e uno dei suoi maggiori tirapiedi attraversano un villaggio, investono e schiacciano un maiale.
Lo raccogliamo e ce la squagliamo? propone il subordinato.
No, anzi, una volta tanto, fingiamo d'essere onesti e paghiamo il danno ai contadini.
Sta bene, vado io.
Il dipendente si muove, arriva alle casette poco distanti e di l a qualche minuto torna verso il padreternone con un carico di doni e fiori, comunicando con sommo stupore:
Sapete che mi hanno fatto un mondo di feste, coprendomi d'ogni ben di Dio? Pareva ch'io avessi reso loro il pi gran favore del mondo.
E come mai? chiese il divo, che frattanto s'era un po' appisolato.
Mah! Io, da lontano, ho indicato questo posto, confessando candidamente: "Perdonatemi, cari paesani, non vogliatemi male, io ho ammazzato quel grosso porco l".
Ebbene?
Ebbene, hanno visto voi riverso nella macchina e si son messi a ballare come matti.
...
Nel microcosmo dei protozoi, la spirocheta pallida aveva messo superbia e i suoi vicini finirono con l'infastidirsi.
Alla fine, le dissero, chi credi di essere?
Il personaggio pi importante d'Europa! millant pompeggiando la presuntuosa.
Sciocca, il personaggio pi importante d'Europa, oggi,  il duce.
Appunto per questo: Mussolini  arrivato alla testa dell'Italia, io sono arrivata alla testa di Mussolini!
...
In provincia, nei caff, tra amici, ogni tanto si domandava:
Ce piove a Roma?
No.
E che tempo fa?
Tempo da ladri.
...
Quando furono vietati i romanzi polizieschi, si approv il provvedimento:
 inutile che i nostri ragazzi leggano quei libri gialli nei quali si insegna a rubare, uccidere e commettere ogni sorta di reati.
Giustissimo, non abbiamo gi in Italia la scuola fascista?
...
Al principio della guerra, quando l'America ne era ancora fuori, il nume ordin al suo segretario:
Siccome devo ricevere tra poco l'ambasciatore degli Stati Uniti, intendo dimostrargli che qui, nell'interno, stiamo benissimo, specie in fatto di viveri, perci dopo qualche minuto tu verrai a dirmi che non c' pi posto in Italia per mettere l'abbondantissimo raccolto di quest'anno: dobbiamo sembrare pieni di grano, capisci?
Il segretario, caso raro, cap ed esegu: mentre il padrone era a colloquio col diplomatico, entr a domandare dove si potesse depositare l'eccesso di grano che avevamo.
Nei docks di Napoli....
Sono pieni, duce.
In quelli di Bari, di Palermo, di Genova...
Son tutti stipatissimi.
Nei grandi magazzini di Milano, Torino, Bologna.....
Non ce n'entra pi neppure un chicco.
Il nume fascista finse d'impazientirsi e si volse all'ambasciatore:
Vedete un po' quali imbarazzi abbiamo? Voi che avete tante risorse, non sapreste indicarci dove possiamo mettere il grano?
Uhm! fece lo statunitense, sorridendo, perch non provate a metterlo un po' nel pane?
...
Dopo l'epica impresa, tanto dispendiosa quanto inutile, di sollevare dal fondo melmoso del lago di Nemi le due spoglie carcasse delle navi di Tiberio, si batt molto la solfa sull'importanza storica e nazionale del ritrovamento, "dovuto al genio del duce che stupiva il mondo e che ci era invidiato da tutti i popoli", e cos via con la solita tiritera dei giornali.
 vero, si osserv, ci voleva soltanto il fascismo per rimettere fuori dei vecchi avanzi di galere.
...
In una visita ad una citt della Romagna, il dittatore venne informato che quattro ricoverati del locale manicomio gli rassomigliavano perfettamente, e siccome erano nativi dei pressi di Forl, s'erano ammattiti credendo ciascuno d'essere Mussolini.
Voglio vederli! fece costui.
Recatosi infatti al manicomio, s'incontr con i suoi quattro sosia. Entr nella loro cella e si confuse talmente con quei disgraziati, che poco dopo, il direttore del triste luogo, impressionato, si smarr e proruppe:
Mio Dio, ed ora come faremo a distinguere quale di quei cinque pazzi sfrenati  il vero capo del governo italiano?
...
Ecco, in barzellette, alcune conseguenze della sua genialissima politica finanziaria e bellica. Egli riceve gli agrar delle regioni pi fertili:
Avete tutti seguito le mie direttive?
S, duce!
Riferitemi, dunque, com' andata la battaglia del grano?
L'abbiamo vinta!
Bravi! E il grano?
N' rimasto vittima.
Sul campo?
No, disperso durante la battaglia.
...
Fammi un favore, domanda uno che non sa ad uno che sa, spiegami chiaramente che diavolo  l'autarchia.
Perch no? Te lo spiego con un esempio: tu esci di casa, cammini disattento e vai col muso contro un lampione. Che ti succede?
Che il mio muso si rompe e il lampione no.
Be', invece che andartelo a rompere fuori di casa, tu te lo rompi in casa: ecco l'autarchia.
Ho capito, finalmente: si fa l'autarchia per fracassarci l'ossa!
E in fondo, non aveva mica capito male.
...
Come possiamo lanciarci in una guerra, corse a dirgli, nel giugno del '40, il quadrunviro De Bono, quando noi in Italia manchiamo quasi totalmente di grassi?
Il Vercingetorige nostrano lo sogguard dall'alto in basso:
Se qui, a Roma, abbiamo Campi d'oglio, rispose con aria di compassione, in Lombardia tutti continuano a dire Abbiate-grasso!
E tu credi che basti dirlo?
Come no? Il partito fascista non  forse pieno di grassatori? Presso Pisa non abbiamo Larderello quanto ne vogliamo?
S, ma il popolo?
 unto e bisunto!
E il burro?
Sui monti, ad ogni passo, trovi il burrone.
Caro mio, se  cos, bada che anche l'esercito finir con l'essere di-strutto!
...
E qualche tempo dopo, la profezia s'era avverata: nel negozio di profumeria d'un fascista entra un signore:
Vorrei dell'acqua di Colonia...
Eh? Cosa? Siete un antifascista, voi? Fate parte della quinta colonna? Sapete bene che di colonie  meglio non parlarne pi.
Ma io desidero l'acqua di....
Acqua s, quanta ne volete, non abbiamo che quella, facciamo acqua da tutte le parti.
...
Perci anche dal fruttivendolo si fanno battibecchi consimili:
Avete delle banane?
No, signore, venivano dalla Somalia, quindi ora non ne arrivano pi.
Avete noci di cocco?
Voi burlate! Venivano dall'Eritrea, quindi ora non ne arrivano pi.
Datemi almeno dei datteri...
Ma volete canzonarci? Venivano dalla Libia, quindi ora non...
Presto, allora, per carit, non perdete tempo, favoritemi delle arance, prima che non ne arrivino pi nemmeno da quelle parti.
E pensare che questa celia, al principio del 1943, pareva una facezia esagerata.
...
Maestranze in siesta innanzi ad uno stabilimento milanese: alcuni operai sbocconcellano un po' di pane e formaggio, altri il formaggio non lo hanno nemmeno. Uno soltanto, beato lui! si spolpa delicatamente un pollo arrosto.
Passa il Padre della pappa, si ferma, osserva, nota e dopo aver risposto agli evviva e agli alal d'obbligo, s'appressa a quello che mangia da gran signore:
Chi ti ha regalato un cos appetitoso spuntino?
L'ho comperato.
Capperi! Tu, dunque, qui guadagni una lautissima paga?
No, caro voi,  che oggi il cassiere s' sbagliato e invece di darmi la paga, mi ha versato le ritenute.
...
Un altissimo consiglio tenuto all'Empireo veniva cos descritto: i santi pi rigidi erano intorno al Signore, dovendo punire i selvaggi Niam-Niam.
IL SIGNORE (irritato),  un popolaccio, quello,  gente pessima, barbara, cannibale...
SAN PIETRO (reciso), Perch non lo mettiamo a mollo per un anno, con un buon diluvio?
SAN PAOLO (con forza),  poco! Io proporrei una vasta epidemia come la peste...
SAN GIOVANNI (adirato),  ancora poco: ci vorrebbero tutte sette le piaghe d'Egitto.
SANT'IGNAZIO DA LOYOLA (col suo tono veemente di ex guerriero), Macch piaghe d'Egitto! Deliberiamo senz'altro di mandare laggi Mussolini!
IL SIGNORE E TUTTI I SANTI (inorridendo), Evvia sempre eccessivo, quel Sant'Ignazio!
...
Uscito da un colloquio con Hitler, dopo il convegno di Monaco, nel settembre 1938, il Gengiscan nostrano confid subito al suo ministro degli esteri:
Abbiamo concluso l'alleanza definitiva, ho preso impegno di scendere in guerra a fianco dei tedeschi...
Ma non siamo affatto preparati! obbiett l'eccellenzina.
Lo so, quindi io ho fatto come Bertoldo che accett di impiccarsi, s, per ad un albero scelto da lui...
Sicch?...
Sicch, in caso di conflitto armato, l'albero mio me lo scelgo io...
Hitler, che veniva fuori in quel momento, sent le parole del degno suo socio, e l'interruppe:
Oh, io so benissimo che tu lo hai gi scelto...
Credi? E quale sar?
L'albero di Giuda!
...
Uno dei pi ripugnanti tra i grossissimi calibri del fascismo, faceva l'avvocato con una laurea fascisticamente carpita, dopo aver fatto il vice-sotto-capo-stazione di Cremona, e bench la sua istruzione fosse tale da far ridere la gente per certi suoi sfarfalloni assai marchiani, pure os scrivere per il teatro un guazzabuglio di sciocchezze da lui definito dramma e intitolato Resurrezione. Datosi a Milano, al teatro Manzoni, dinnanzi agli squadristi coi pugnali e le mazze in mano, ai gerarchi dalle grinte minacciose, agli agenti di polizia, il cos detto dramma naufrag in un subisso di applausi ritmici, a comando militare.
Il nume da Roma ne volle notizia e ne chiese a Lanfranconi, il deputato che faceva lo spiritoso.
Buon lavoro, rifer costui, che va bene per tutti gli artisti teatrali, tranne per la Grammatica... quella con due emme.
Ah, s? E perch non la comunicate a lui, la vostra insinuazione?
Perch non vale la pena,  tanto ciuco da non capirla.
...
Ma pi i suoi gregari erano ciuchi, pi Mussolini se li stringeva intorno: l'Italia doveva andare avanti cos.


 7. LUI, IL POPOLO, IL RE.
Mussolini, a palazzo Littorio, il 7 aprile 1926:
Quando spara il cannone,  veramente la voce della patria che tuona!
Un romano:
Gi, perch ricorda ai fascisti ch' l'ora di mangiare.
(A Roma, il mezzogiorno era annunziato da un colpo di cannone).
E il re permetteva? S, il re permetteva tutto, firmava decreti su decreti, forse senza nemmeno sapere di che si trattasse. Ormai s'era abbandonato ciecamente nelle mani del suo uomo di fiducia, e in vent'anni firm pi di cinquantamila decreti, supinamente. I napoletani lo chiamavano 'O rre firmalloco, che vuol dire "il re firmaqu". L'autorit del sovrano si sgretolalava, come un delicato pavimento di mosaico sotto gli scarponi chiodati d'un esercito marciante, la monarchia divallava nella disistima e nella derisione del popolo. Si davano come avvenute tra il re e il suo ministro le pi esilaranti storielle.
Ho disposto che alla maest vostra venga cambiato il numero del telefono, diceva l'idolo.
Perch, cugino, non va bene quello che ho?
No, ce ne vuole uno vostro personale, per quando dobbiamo comunicare noi due, direttamente: vi ho fatto assegnare il seicentodieci.
Il... cosa? Seicento e quanto?
Seicentodieci, ossia sei uno zero, maest.
...
Una mattina, i due personaggi passeggiano insieme per i giardini reali, quando al re cade di mano il fazzoletto. Lesto, il ministro glielo raccoglie e glielo porge.
Oh, grazie, duce, siete stato oltremodo gentile, perch voi non immaginate nemmeno lontanamente quanto io sia attaccato al mio fazzoletto.
Davvero? E perch ci tenete tanto?
Perch  l'unica cosa nella quale io possa ancora mettere il naso.
...
Assistendo insieme alle grandi manovre dell'esercito, in piena campagna, il tremendissimo e Vittorio Emanuele ad un certo momento hanno appetito. Viene improvvisata una merenda, apparecchiandola sull'erba, ed  loro offerto un giornale per ciascuno, da far servire come tovaglia. Essi accettano il tutto, di buonumore, e guardano incuriositi la testata dei due fogli, prima di stenderli sotto i piatti.
Che giornale avete, sire? chiede il ministro.
Io mangio sulla Nazione, e voi?
Io mangio sul Popolo d'Italia. Buon appetito!
...
Una nota opera di Umberto Giordano, intitolata Il Re, viene data alla Scala di Milano. Uno spettatore arriva in gran ritardo e s'informa all'ingresso:
Ebbene, che si dice del Re?
Oh,  una vergogna, non val niente... Noi ci domandiamo: che cosa ci sta a fare al Quirinale?
Il Quirinale? Ma no, io parlo dell'opera di Giordano...
Ah, s, quella va bene,  un'opera comica, c' un re che fa ridere molto...
Auff, vi ripeto che non parlo di quello del Quirinale!
...
Inoltre si narravano fatterelli di questo genere: un tizio incontra un vecchio amico che non vedeva da tanto tempo.
Oh, che piacere, mio caro! Su, stiamo un po' insieme, vieni a pranzo in casa mia.
Cos all'improvviso? Sar di disturbo...
Non dirlo neppure per ischerzo, io sono il re, in casa mia, dispongo, ordino e comando.
Sei proprio il re?
Se te lo dico... Vieni, andiamo subito.
Vanno, infatti, ma poco dopo l'invitato sente che la signora dell'amico strilla, nella stanza accanto:
Ma sei matto? Come ti salta in mente di portarmi un invitato senza dirmelo? Rester digiuno! Andatevene insieme a mangiare in trattoria...
Afflittissimo, il tizio si ripresenta all'amico proponendo:
Sai, forse  meglio se andiamo fuori...
 curiosa, fa quello, allora tu non sei il re, in casa tua?
S, non c' dubbio, il re sono io, ma mia moglie  il duce.
...
Altrove, alcuni cittadini chiacchierano senza troppa prudenza e sopratutto senza prima guardarsi intorno.
Il re  un fesso! sentenzia uno d'essi, a conclusione d'un discorso.
Due carabinieri, l accanto, si volgono di scatto intimando:
Ehi, l, favorite con noi!
E per qual motivo?
Siete in arresto, avete insultato sua maest Vittorio Emanuele.
Ma no, non avete capito bene, noi si parlava del re...
Per l'appunto!
Del re di... Turchia, ecco! Il re di Turchia  fesso.
Se  cos... convengono i carabinieri, ammansendosi, se  proprio cos, andate pure.
Ma si pentono immantinente e richiamano i cittadini malcauti:
Ehi, giovinotti, voi volete canzonarci! Avete detto che il re  fesso, dunque parlavate del nostro, perch uno pi fesso di lui non esiste in tutto il mondo. Venite subito in prigione!
...
Un altro dialoghetto di due cittadini esprimeva l'impressione generale del paese sul conferimento del collare dell'Annunziata al divo:
Cos il re ha insignito il suo ministro di tutti gli ordini cavallereschi esistenti in Italia.
No, ce n' ancora uno che dovrebbe dargli subito...
Ed ?
L'ordine di sfratto.
Tu scherzi? Quello  un ordine che un bel giorno Mussolini dar al re.
...
Gli epigrammi in voga non risparmiavano certo il sovrano. Ne cito qualcuno di quelli pi diffusi:
Tutto  permesso a un re: l'animo obliquo
la crudelt, il mostrarsi avaro e cpido,
l'aver dei vizi, l'essere anche iniquo
ma non l'essere stupido!
...
Credi tu che in alto han l'obbligo
d'esser vigili? Macch!
Sono i popoli che pagano
gli spropositi dei re.
...
E questo  uno degli ultimi, evidentemente:
Un monarca non abdica d'un tratto
quando abbandona il trono ov' seduto
e se ne va;
egli abdica di fatto
quando di fronte ai sudditi ha perduto
tutta l'autorit.
...
E l'autorit di Vittorio Emanuele III veniva disfacendosi sempre pi miseramente. A Roma gli davano diversi nomignoli, lo chiamavano Pippetto, spesso anche "Provolone", come a Napoli "Capo 'e prvola", oppure "Strummulillo" e "Chiachieppe" e perfino "Cicchignacco int'a butteglia", che indica il diavoletto di Cartesio, il quale va su e gi secondo la pressione. Altrove veniva indicato come "Sciaboletta", e a Milano definivano lui e sua moglie con un ricordo storico: Curtatone e Montanara.
Alla "Festa de noiantri" a Roma, in Trastevere, dove si fanno concorsi di canzonette, un ritornello la cui musica aveva incontrato un certo favore diceva:
Trastevere, Trastevere,
brilli de nova luce,
cii la Madonna e er duce
che vejano su te.
Dopo qualche minuto che lo si era ascoltato, le parole cambiarono subito e il popolino prese a cantare:
Stufi de tanta luce,
volemo sta' allo scuro,
vadano faccia ar muro
duce, gerarchi e re!
...
Si considerava:
Il re ha sul duce il vantaggio di rimanere re vita natural durante, egli perci vive tranquillo sopra una simile sicurezza.
Oh, su quella vive anche il duce.
Su che cosa?
Sulla pubblica sicurezza.
...
"Evitar di tenere in primo piano il re", fu un ukase del dittatore che intendeva sovraneggiare da solo. Subito, i suoi tirapiedi ordinarono a tutta la stampa:
Nulla dev'esserci d'ammirabile in Italia, al di fuori della persona del duce!
Si narr che a Ginevra, dovendosi scegliere un reporter speciale per le sedute, venne bandito un concorso tra giornalisti di varie nazioni, affidando loro l'incarico di scrivere un articolo sopra un argomento anodino qualsiasi, per esempio: l'ippopotamo.
Il concorrente britannico present il suo "pezzo" intitolato: L'ippopotamo nell'economia dell'Impero britannico.
Il francese: L'ippopotamo e i suoi amori.
Il tedesco: Applicazioni fisiche e composizione chimica dell'ippopotamo.
Il russo: Non esiste disuguaglianza sociale tra l'ippopotamo e la pulce!
Infine l'italiano: L'ippopotamo e la sua ammirazione per il duce.
...
Fu in quel periodo che nacque la seguente storiella: aviatori di differenti nazioni volano ad alta quota; un improvviso turbine investe l'apparecchio che sbanda e sta per rovinare, se non lo si alleggerisce. Qualcuno deve sacrificarsi. Ma chi? Si tira a sorte. Chi esce? L'inglese.
God save the king! egli dice flemmatico, e si butta nel vuoto.
Ma l'aereo si scombussola ancora, occorre tirare a sorte un altro. Spetta all'americano.
Good by, Gipsy! egli grida e si scaraventa.
Non serve a niente, urge un terzo capitombolo:  la volta del francese.
Allons enfants de la patrie... canta quello e si precipita.
Invano! Lo sbandamento  pauroso, si fa un ultimo sorteggio: tocca al tedesco.
Heil Hitler! strilla il nazista a tutto fiato, quindi prende pel collo l'italiano e lo scaraventa gi.
...
E l'opposizione alla tirannide, in Italia, non poteva farsi che cos. Non si dica che gl'italiani si sian lasciati jugulare per pi di due decenni senza reagire, perch invece essi reagivano a loro modo, beffando, e qualche volta la beffa  pi dura di una sferzata a sangue.
Per uno dei tanti arrivi del nume a Milano, in una tipografia si preparavano grandi cartelli d'entusiastiche scritte, appositamente ordinate da Roma: Al duce la vittoria! Al duce tutte le mete! Duce, tu lotti per tutti noi! e altre cretinerie del genere.
Per voluta e calcolata distrazione dei tipografi, i due ultimi cartelli vennero cos stampati, a lettere vistose: Al duce tutte le mele! Duce, tu fotti per tutti noi!
Di questo secondo s'avvide in tempo un gerarca e lo striscione non comparve sui muri, ma il primo non fu notato da alcuno e venne affisso accanto agli altri, con amenissimo sollazzo dei milanesi, di cui non uno fece notare lo svarione ai pettoruti ras striscianti intorno al loro padrone.
...
Una delle molte canzoni fasciste che per le strade di Roma venivano cantate dai ragazzacci della milizia, aveva questi due versi finali:
Evviva il duce
che ci conduce!
E va a mor ammazzato te e er conducente, esclamavano i popolani, tirando via irritati.
...
N i contadini erano da meno: si raccont di quel ligure che s'infuriava contro il proprio asino impuntatosi in una via del centro di Genova.
Auff, muviti, cnchero!
Ma la bestia si ostinava peggio, e intorno s'era formato il solito crocchio di sfaccendati curiosi.
Ti venga un accidente! imprec l'asinajo, raddoppiando le frustate.
Immediatamente il somaro cadde in terra, stecchito.
To',  morto davvero! stupirono i curiosi.
Anzich placarsi, il contadino prese a bestemmiare pi forte:
Ah, corpo di... Ah, sangue del....
E perch t'arrabbi tanto, ora?
Perch ci avevo un cos bell'accidente, e l'ho sciupato con l'asino, invece d'indirizzarlo a Roma, a...
Non fin la frase, notando alcuni militi tra la gente, e spieg con tono cortese:
Oh, mica per parlar di politica, veh?
...
Nelle esibizioni ciarlatanesche che l'Infallibile faceva in luglio a Littoria, mescolandosi ai mietitori e lavorando a torso nudo, gli fu messo in mano uno di quei bidenti che i contadini chiamano forca.
 mezza rotta... egli osserv.
S, gli risposero, ma non abbiamo di meglio.
Sta bene, ne regaler una nuova a ciascuno di voi.
Gran giubilo dei mietitori che si misero subito a gridare contenti!
Il duce ci d la forca! Evviva la forca del duce!
...
Una volta volle compiere anche la pagliacciata di prendere la paga delle due ore di lavoro compiuto, regalandola poi ai vicini, e termin la giornata ballando sull'aja, a suon di fisarmonica, con le contadine che lo circondavano pi da presso. Di conseguenza una storiella descrive come egli s'infatuasse d'una di quelle forosette, saltarellando con lei:
Tu mi piaci molto, le flaut all'orecchio, che cosa posso fare per te?
La donnetta che si schermiva in silenzio, chin il volto arrossendo.
Suvvia, insistette il divo civettuolo, chiedimi pure qualunque cosa, io ti accontenter senz'altro.
Allora la vezzosa contadinotta, con una voce rauca da fumatore arrabbiato e con forte accento meridionale, si decise a parlare:
Signor ducio, io vorrebbe essere trasferito alla quistura del mio paese, perch a quella di Roma nci  troppa fatica...
Era un agente di polizia.
...
Mussolini infatti non faceva un passo fuori di casa senza essere salvaguardato da stuoli d'agenti. Ve n'erano duemila, a piedi e in bicicletta e in moto, che si muovevano ogni giorno espressamente per lui, duemila che vestivano in tutte le fogge, che si tramutavano in operai, bersaglieri, balie, secondo che il padrone dovesse trovarsi tra gli operai o i bersaglieri o le balie. Duemila per il solo servizio quotidiano, beninteso, perch appena egli si metteva in viaggio, gli agenti non si contavano pi.
A Roma erano scaglionati lungo il passaggio dell'automobile di lui, da villa Torlonia a palazzo Venezia e alla Camilluccia, dove sorgeva il villino della sua amante, quella modesta donnina borghese che dalla propria madre veniva definita "la nostra Pompadurina".
Qualche romano, male intendendo la definizione e poco sapendo di storia, diceva:
Quella signora  la Pompa d'oro der duce.
Sull'ingresso di quel villino, una sacrilega ignota mano aveva scritto: Qui si fa la mistica fascista!
La quale mistica era anche chiamata la "mstica fascista".
La paura fisica del nume era notissima: egli vedeva nemici dappertutto, temeva attentati dovunque: si narr che prima d'entrare in un gabinetto che non fosse in casa sua, facesse esplorare da un commissario di questura il luogo, i mobili e gli arnesi relativi. Una volta, il commissario corse ad avvisarlo, giubilando:
Duce, nel vaso vi sono alcuni gerarchi che v'attendono.
Quando il giovine sardo antifascista Schirru venne fucilato, unicamente per aver avuto il pensiero di poter uccidere il padreterno nostro, questi fu colto da un tremendo panico che si risolse in ordini perentor, disposizioni drastiche, precauzioni e sorveglianze incessanti.
Due popolani di Cagliari commentavano:
Ma che ha fatto Schirru da essere nientemeno fucilato?
Ha pensato d'uccidere il duce.
Allora ben gli sta; le buone azioni non si pensano mica tanto, si compiono senza pensarci.
...
Ogni volta che il dittatore doveva recarsi in qualche parte d'Italia, alcuni giorni prima si arrestavano regolarmente centinaia d'individui che poi venivano rilasciati, alcuni giorni dopo la partenza di lui, quando li rilasciavano... Erano le pecore nere, le persone di cui si conoscevano apertamente le idee poco ortodosse nei riguardi delle cos dette "dottrine mussoliniane", professionisti, impiegati, operai, commercianti, perfino molte donne lavoratrici. A Milano gli arrestati regolarmente erano di solito sui tremila, e Milano era la citt del fascio primogenito.
Ci non ostante, il despota non si sentiva mai molto tranquillo e nei suoi discorsi in piazza, quando si elevava sopra un palco di tre metri d'altezza o si ergeva sopra uno di quei carri armati che poi, in guerra, apparvero fatti di latta e cartapesta, egli accarezzava la folla con frasi che sembravano nuove ed erano soltanto il rimasuglio della sua vecchia demagogia. S'impettiva, si gonfiava per suscitar l'ammirazione della moltitudine, come le canzonettiste nel presentarsi alla ribalta sorridono al pubblico del variet per carpirne subito la simpatia.
Non da oggi voi ed io c'incontriamo, egli esclam una volta agli uomini che formavano le prime file della folla, io vi conosco tutti, vi guardo in faccia e posso ripetere i vostri nomi uno per uno....
Sfido, fece sottovoce, con inconfondibile accento lucano, uno di quelli, sicuro che lui ci conosce: ci ha visti a Torino, a Genova, a Bologna, da un anno siamo sempre gli stessi agenti che facciamo questo servizio.
E gi a battere le mani, secondo l'ordine ricevuto, e a gridare: Du-ce, du-ce!....
...
Ruffianeggiava, dunque, con la folla. Nel 1923, ai portuali di Bari, grid:
Ammiro la forte gente di Puglia, che io ben conosco.
Ci deve conoscere, infatti, visto che ci spoglia! dissero i baresi.
...
Il 5 ottobre 1924, alla Casa del Fante, a Milano, gorgheggi:
Io conosco un solo privilegio, quello del fante.
Un milite sussurr:
Giustissimo, egli fu un bersagliere, un fante come noi...
Ed  sempre rimasto un lesto fante! dissero altri.
A Roma, il 1 febbraio del 1938:
Il popolo italiano, quando vuole, sa fare tutto....
Tranne che prenderti a pedate! mormorarono alcuni.
A Bologna, il 24 ottobre del '36, solfeggi:
Io soffro dei dolori del popolo!
Ma ci non gli fa perdere l'appetito! commentarono i buoni petroniani.
Agli agricoltori, in piazza Venezia, nel 1928, con fare seducente:
Ho l'orgoglio d'essere il vostro amico, il vostro fratello, il vostro capo.
E cos ci minchiona sempre di pi! concluse un contadino tetragono alla seduzione.
...
Il 31 ottobre del 1926 accarezzava i bolognesi proclamando:
Bologna, quadrivio del fascismo italiano!
Bologna  un quadrivio? stup un ascoltatore, e Roma, allora?
Roma  un trivio! gli spiegarono.
Agli atleti italiani, il 28 ottobre del 1934, disse:
Voi dovete essere tenaci, cavallereschi, ardimentosi.
E uno esclam:
Allora non dobbiamo essere fascisti!
Nel discorso agli avanguardisti, al Colosseo, il 28 ottobre del 1926.
Voi siete l'esercito di domani!...
Bene, prepariamoci a scappare! proposero alcuni di quei giovani.
E il 21 aprile, a Roma, nel 1934:
L'avvenire  nostro!
E il bagno penale pure! mugol una voce solitaria.
Questa era un'idea cara ai romani, perch anche nel 1927, a palazzo Chigi, il nume aveva promesso:
A tutto il popolo italiano una casa sana e decorosa!
E a lui una casa di pena! bofonchi uno dei presenti.
A un'assemblea del suo partito, nel 1929, aveva grugnito:
Lo stato ha il dovere di educare il popolo!
E una signora esclam:
Vergine santa, che brutta educazione ne verr fuori!
Il divo aveva detto, nel 1923, in Roma:
Il denaro dell'erario  sacro sopra ogni cosa!
Infatti li gerarchi se lo mettono via... osservarono i beffardi quiriti.
...
Il 18 marzo del 1932, dichiarava al Senato:
Diamo del sole, della luce, dell'aria al popolo! Un senatore gorgogli:
 gi un pezzo che lui al popolo d il sole, ma a scacchi.
Alla camera dei deputati, nel 1925, aveva detto:
Noi vogliamo che l'Italia sia grande, sia sicura, sia temuta...
E un romano del pubblico inform:
 come er carcere de Regginaceli...
A Reggio Emilia, il 30 ottobre del 1926:
Io vi porter sempre pi in alto, sempre pi avanti!
Fino al cataletto! sospir un popolano.
A Roma lisciava la folla flautando, nella ricorrenza del 4 novembre 1929:
Noi siamo un popolo che sale.
Una voce sogghign:
 la libert che invece scende.
Nel 1923, a Torino, negli stabilimenti della Fiat, tuon:
Il lavoro  la cosa pi alta, pi nobile, pi religiosa della vita.
Due operai osservarono:
E allora perch tutti i suoi gerarchi non lavorano?
Come no? Tu non sai quanto hanno da fare, con le unghie e con i denti.
Infine, a Pomezia, nel 1938, si glori:
Io mi vanto sopratutto d'essere un rurale!
 vero, approvarono parecchi, malfattore, s, ma rurale.
...
Che Mussolini fosse intimamente un codardo, a Milano lo si sapeva fin da quando egli, direttore all'Avanti!, provocava scioperi e tumulti, fra il 1913 e il 1914. Filippo Corridoni li capitanava, ma Mussolini se ne restava in redazione, ben guardato, a scrivere articoli spacconi e incendiari: "Noi assumiamo la responsabilit dei disordini, dei danni e anche dei morti!".
Per in piazza non scendeva, e a morire erano sempre gli altri.
Questa dell'assumersi ogni responsabilit  sempre stata una sua spavalderia oratoria: vant la responsabilit della marcia su Roma, ma fece marciare gli altri, egli si tenne nascosto a Milano, tanto che il prefetto lo cerc affannosamente un giorno e una notte, per comunicargli la chiamata del re, e sulle prime il "trionfatore" non voleva credere, dubit si trattasse d'un tranello; gli dovette telefonare personalmente il generale Cittadini, a nome del sovrano Vittorio Emanuele III. Cpperi! Allora l'antico mangiasovrani si precipit a tutta velocit.
Nel famigerato "covo" di via Paolo da Cannobio, come poi in via Lovanio, dove si trasfer col suo giornale, egli aveva una specie di corpo di guardia, anzi di guardia del corpo, formata da squadristi e arditi, alcuni dei quali reduci da molte galere per reati comuni. Il duce, gi si era proclamato tale, scriveva avendo sottomano, come oggetto da scrittojo, una rivoltella carica, ch'egli stesso poi aveva paura di toccare.
Fu nel "covo" che un giorno si svolse una fragorosa zuffa tra i suoi cagnotti e alcuni comunisti: ai primi cazzotti, il dio Impavido si rifugi sotto una scrivania, preoccupato non d'altro che della sua pelle. Un ardito di guerra, il capitano Ferruccio Vecchi, lo prese pel bavero e lo trasse fuori, sputandogli in faccia.
Quando un brivido d'orrore scorse per tutta la penisola, alla scoperta dell'assassinio di Giacomo Matteotti, il "guerriero ed eroe" del Carso si tenne nascosto pi che pot, quadruplicando intorno a s la sorveglianza della polizia.
Si vantava d'essere idolatrato a Milano, teneva immensamente agli applausi degli ambrosiani, ma non os pi avvicinarsi alla citt, da quando conobbe il vivo malumore che veniva fermentando contro di lui, nella classe operaia specialmente. A inaugurare la celebre Fiera Campionaria o la Mostra Triennale di Milano, egli mandava il re, che una volta appunto venne fatto segno a un gravissimo attentato.
Si diceva che il senatore Silvio Crespi, incaricato di una inchiesta sul colore politico delle masse lavoratrici lombarde, cos riferisse al padrone:
Vi sono tante migliaia di socialisti, tante di democratici, tante di comunisti, tante di cattolici....
Ma, l'interruppe il nume crucciato, e di fascisti?
Tutti, duce, oh s, sono tutti fascisti con tessera e distintivo.
...
Poich fin dal principio della guerra, il nostro miserrimo paese venne martoriato dagli aerei, Mussolini non ebbe il coraggio di recarsi in alcuna citt colpita: temeva terribilmente le dimostrazioni ostili.
Le spie fasciste pullulavano, l'Ovra tendeva dovunque l'orecchio e il pugnale, gli agenti provocatori entravano dappertutto.
Ahi! gemette una signora, incominciando a mangiare, che diavolo c' nella minestra?
Non indagare, spieg il marito, pu essere un agente provocatore.
Al caff Biffi di Milano, ad un tale che seduto in disparte, tranquillo e solo, leggeva il giornale, s'accost un signore del tavolo vicino per attaccar discorso.
Voi leggete sempre, eh? E ci credete ai giornali d'oggi, voi? Tutte frottole, signor mio! Si va male, non  vero?
L'interpellato lo guard un attimo poi disse placido:
Amico, a me non mi freghi: viva il duce!
S'alz, fece il saluto fascista e si rimise a sedere, rituffandosi nella lettura.
...
Gli epigrammi sbocciavano da un capo all'altro d'Italia, circolavano abbozzati su pezzetti di carta qualunque, su margini di giornali, nel retro delle buste usate, perfino su biglietti tranviar, o si trovavano scritti sul tavolino d'un caff, sulla parete d'un vespasiano o sotto un affisso murale qualsiasi.
Uno ce l'ha direttamente col popolo:
Povero popolo,
quanto sei bravo!
Farti suo schiavo
pu un fanfarone
che da un balcone
ti sa incantare;
se fa il giullare
con le parate,
le smargiassate,
tu corri appresso....
Povero popolo,
quanto sei fesso!
...
E un altro al popolo stesso par che gridi:
O popolo, sta in guardia, perch un despota
quando il potere in mano ancor non ha,
parla d'un ideal di libert,
ma poi sopprime, appena in alto sale,
tanto la libert che l'ideale.
...
Un terzo parla dei gerarchi:
Siamo in questo momento
da gran buffi di vento
in Italia percossi,
e andremo ruzzoloni
perch son buffi grossi,
proprio veri buffoni!
...
Ce n' uno che definisce il governo autoritario:
L'Italia  il bel paese dove impera
l'autorit, sicch per alti fini
i ministri son ladri, ma in galera
ci vanno i cittadini.
...
Questi sono per il Giove tonante:
Gli avventurieri che per prepotenze
fan fortuna; non son pi avventurieri
ma pezzi grossi, nobili, eccellenze,
ministri, condottieri....
...
Se un demagogo, un rosso arruffapopoli
che d'ogni libert fa il difensore,
sa giungere al poter con qualche inganno,
incomincia col fare il dittatore
e finisce con l'essere un tiranno.
E un altro ancora:
Tutti in Italia abbiamo il mal di vista,
scambiando un ciarlatano per statista.
...
E questi puntano contro il giornalismo asservito al padrone:
Per tant'anni in Italia abbiamo letto
giornali gonfi di pomposit
e che cosa abbiam detto?
Che al mondo non v' nulla di pi abbietto
del giornalismo senza libert.
Uno anche pi chiaro:
Con una penna in mano
e un foglio quotidiano,
puoi salir fino ai troni,
come puoi scender fino ad esser l'ultimo
dei mascalzoni!
...
Infine questi tre sono per sua maest il sovrano:
Bimbi di Lombardia,
Sapete voi l'Italia ormai com'?
Come l'inizio d'una fiaba, ossia
"c'era una volta un re....".
...
Al fascismo il re tapino
tanto  docile e fedele
che chiamar si pu perfino
re Littorio Emanuele.
...
Il re si lagna: Ho male agl'intestini,
con dolori di pancia ad ogni istante,
ma come faccio a prendere un purgante
se non chiedo il permesso a Mussolini?
...
E cito soltanto gli epigrammi puliti: quelli troppo spinti o pornografici addirittura sono d'una mordacit pi profonda, talvolta, ma non sono riproducibili.
E il popolo lottava cos.


8. IL "FINE DICITORE"
Mussolini, a Roma, il 10 marzo 1929:
L'Italia  fascista, il fascismo  l'Italia...
Un popolano
E l'Italia  sfasciata!
Interminabile  la serie delle facezie intorno ai roboanti discorsi del despota, per riportarle tutte ci vorrebbe un volume grande quanto un'enciclopedia. Venivano applauditi, quegli sproloquioni istrionici, con uragani di consensi urlati, deliranti, regolarmente preordinati orchestrati e concertati. Poi, dopo averli accolti acclamandoli, la gente si sparpagliava a deriderli sottovoce, divertendosi un mondo.
E cos trattavamo il regime fascista.
Da che cosa tu giudichi l'importanza dei discorsi del duce? chiedeva un tizio a un cajo.
Dalla lunghezza: pi lui parla e pi sciocchezze dice.
...
In un pistolottone, a Bologna, il nume protest che lui detestava i farabutti.
Sfido, si disse, gli fanno concorrenza!
...
Dopo una concione dal palazzo Venezia, uno dei comandati ad assistere e osannare domand ad un altro:
Che ne dici?
L'altro si guard cauto in torno poi condusse il camerata in un luogo solitario, ma vedendo ancora un passante, cerc il sito pi deserto possibile, quindi confid al primo, in un orecchio, con molta tremarella:
Be' ti confesso che tutto sommato, non m' dispiaciuto.
A farsi sentire da qualcuno, aveva paura d'essere preso per fascista.
...
Per le troppe esibizioni dal balcone di piazza Venezia, con sbracciamenti e sorrisi alla folla, all'Invincibile venne appioppato il nomignolo di "Giulietta".
L'amante di Romeo? si domandava.
S, non vedi che sta sempre al verone?
...
Quand'egli in un discorso lanciava una massima, una sentenza, una delle sue affermazioni apodittiche, a qualche ascoltatore sfuggiva una frase, un'impressione che sollevava l'ilarit, subito rattenuta e compressa. Era la frase che poi girava tramutata in barzelletta.
Nudi alla meta! stentoreggiava il divo.
E con le mani in tasca! aggiungeva l'uno qualunque della strada.
Nella tasca degli altri, s'intende! completava un altro.
Chi aveva sentito, riferiva nel proprio crocchio le due battutine, le quali, dopo qualche ora, diventavano di pubblico dominio.
In una manifestazione a Bari, nel 1934, il dittatore romb:
La rivoluzione fascista  andata molto innanzi, ma c' ancora da fare....
Certo, bofonchi uno del popolo, ci sono tutte le banche da svaligiare ancora....
...
Nel 1933, dal balcone di palazzo Venezia, l'idolo strill:
La rivoluzione non  conclusa, non pu concludersi.
 inconcludente! ghign uno l sotto.
E gi una risata nel capannello.
Ancora a Roma, nello stesso anno, egli dichiara:
La forza politica crea la ricchezza, la ricchezza ingagliardisce l'azione politica....
....e finisce in mano ai gerarchi! geme un povero
diavolo.
Un altro dettame mussoliniano, ai giornalisti, nel 1928:
I sostantivi rendono superflui gli aggettivi.
E uno scrittore presente not:
Infatti col sostantivo teppista  inutile l'aggettivo fascista, e viceversa.
Al parlamento, nel 1927, l'Insonne afferm:
Bisogna curare la razza.
Quale? chiese un deputato ad un collega.
Quella razza di bestie che siamo noialtri! confess l'interpellato.
Dando le direttive per la campagna zootecnica, il nume ordin l'allevamento dei conigli, e alcuni osservarono a bassa voce:
In Italia ce ne sono quarantacinque milioni, che vuole di pi?
In un articolo largamente riprodotto su tutti i giornali, egli scrisse:
"Il fatto vale pi del libro l'esperienza pi della dottrina"....
E il pranzo pi del digiuno!.... termin un affamato.
...
Nel 1925, all'Augusteo:
Il parlare prolisso  vecchio regime...
Oh, se lui finalmente tacesse... sbotta qualcuno.
Ma per sempre! fa un altro.
Alla Scala di Milano, il 28 ottobre del 1925:
Qual' la chiave magica che apre la porta alla potenza?
La truffa! si risponde dal loggione.
Alla Permanente di Milano, l'anno seguente:
Non v' dubbio che la politica sia un'arte....
L'arte di prenderci per fessi... si sussurra tra gli astanti.
...
A Roma, il 7 agosto del 1924, egli definisce:
Il fascismo non  soltanto azione,  anche pensiero.
Un senatore postilla:
Infatti pensa di rovinarci e agisce.
A Torino, in piazza Castello, nel 1932:
Nel partito si entra soltanto per servire e obbedire!
E un torinese sornione spiega:
Con la differenza che di solito i servi sono mantenuti dal padrone, mentre nel fascismo il padrone  mantenuto dai servi.
A Roma, nel 1923:
Io detesto i parassiti di tutte le specie e di tutti i colori!
Ah sciagurato, si osserva, detesta quelli che gli stanno intorno!
Il 18 novembre dell'anno in cui fu preso dalla fregola dell'autarchia, con cui doveva finire di seppellirci, nel 1937, a Roma egli sdottorava:
La disciplina autarchica risponde per l'Italia alla necessit, alla logica, alla giustizia.
E alla fregatura completa! esclam un industriale che intuiva l'avvenire.
A Milano, il 28 ottobre del 1925, aveva decretato, col suo sommo sapere:
Una battaglia o  vinta da un generale solo o  perduta da un'assemblea di generali.
Un alto ufficiale borbott:
Bella comodit! Cos le vittorie son tutte sue, le sconfitte sono tutte nostre.
Il 9 dicembre 1928 dice in parlamento:
Noi siamo sempre "domani"!
E qualcuno deduce:
L'onest? Domani! Il benessere? Domani! Quando va a quel paese? Domani!
Ancora in parlamento, nel maggio del 1925, sproposit:
La penna  un grande strumento, ma la spada  uno strumento migliore.
Per lui il grimaldello  meglio di tutti! fece uno scanzonato.
Al congresso fascista del 22 giugno 1925, stabil:
Preferisco al cattedratico impotente, lo squadrista che agisce...
...e che sotto la sua protezione, non va mai in galera! aggiunsero alcuni congressisti.
Ancora allo stesso congresso, dichiara:
La camicia nera non  la camicia di tutti i giorni.
Oh, no, bisbiglia uno dei presenti,  soltanto per quando si compiono imprese ladresche.
...
Quando s'istituirono tre nuovi ministeri, si compil l'elenco di quelli che stavano per essere creati ancora:
il ministero dello Squinterno,
il sottosegretariato delle Ruberie Generali,
il dicastero delle Poche-razioni,
il portafogli Truffe e Frodi,
il sottosegretariato per le Pubbliche Porcate,
infine il ministero della Prostituzione Nazionale.
...
Quando il divo s'ammal in modo serio, si diffuse la voce:
Mussolini ha gi fatto testamento.
Se ne sa qualche cosa?
S, ha lasciato l'anima al diavolo, le corna a suo genero, l'appetito ai gerarchi, il genio all'istituto dei deficienti, il fegato al re che appunto ha bisogno d'un po' di fegato...
E il cuore?
Niente cuore, Mussolini non ne ha mai avuto.
...
Quando il governo divenne "totalitario", secondo la sgrammaticata espressione del nume, e ci fu l'assoluta esclusione d'ogni elemento di provenienza d'altri partiti, tranne il nazionalista, s'intende, la pasquinata immancabile commentava:
MARFORIO: Tutto  fascismo! Che dirai, Pasquino?
PASQUINO: Che la suburra ha invaso il Palatino!
...
Quando a Milano, nel 1924, il divo disse:
Governare  una cosa complessa che pone ogni giorno dei problemi gravi.
I milanesi consentirono precisando:
Per esempio, il problema di spogliare il paese, sopprimere gli avversari, imbrogliare tutti gli affari...
...
Quando a Bologna, il 24 ottobre del 1936, il Fatalissimo afferm:
Tutta la nazione oggi  su d'un piano diverso e pi elevato, il piano dell'impero!
Si chiedeva giocosamente intorno:
 un piano forte?
No,  il piano d'un furto.
...
Quando si seppe che l'Infallibile aveva perfino un proprio panfilo, si immagin il dialogo seguente, tra due competenti di nomenclatura marinara:
Ma  proprio vero che lui adesso possiede una nave per suo uso personale?
Naturalmente sar una filibusta...
O un brigantino.
Se l' fatto lui?
No, glielo ha regalato il re. Lui non sarebbe stato capace di farselo.
Che dici? Sai quegli schifi che si costruiscono gli inglesi?
S, ma quelli sono speciali....
Be', se il duce ci si mette, fa un grandissimo schifo.
Oh, anche se non ci si mette!
...
Quando egli scelse palazzo Venezia come sua sede ufficiale, si disse:
Gli piace quell'edificio perch  un castello quindi ci sono tutti i merli che gli servono.
Gi, ma quando c' dentro lui, c' un merlo di pi.
...
Quando fece lega col Giappone, corse la seguente storiella:
Sai il giapponese, tu? domanda un poliglotta a un amico.
No, e tu?
Oh, lo parlo benissimo.
E come si fa a dire ladro, in giapponese?
Si dice: ta.
Due ladri?
Ta ta.
E tre ladri? Ta ta ta.
Sicch moltissimi ladri, come si dice?
Ta ta ta, ta ta ta, ta ta ta... e il poliglotta infila i suoi monosillabi sul motivo di "giovinezza, giovinezza, primavera di bellezza".
...
E ancora quando si stabil l'asse Berlino-Roma-Tokio, si chiedeva:
A qual genere d'assi appartiene?
Agli assi pigliatutto!
E qual', in fondo, il compito dell'asse?
L'assassinio!
...
Si narrava d'un pastorello toscano il quale ingannava il tempo raccogliendo quelle pallottoline nere che rappresentano l'effetto ultimo della digestione delle pecore, e le metteva in fila, per quattro.
Che fai? fece un passante, incuriosito
Fo' gli squadristi, gua'...
Allora dovresti fare prima di tutti il capo, cio il condottiero.
E noe, non posso, e' ci vuol troppo sterco!
...
A Milano, ore d'oscuramento obbligatorio: nel buio della strada, uno che vede filtrare un po' di chiarore da una finestra, grida verso l'alto:
Luce! Luce!
Gli risponde una formidabile pernacchia, seguita da alcune insolenze, moccoli e imprecazioni assortite.
Oh, madona signour! esclama il buon uomo eccessivamente zelante, calma, calma, ho detto soltanto luce, non ho mica detto duce!
...
Tragedia del pesce che non intende cuocersi nell'olio, facendo disperare la cuoca. Interviene lo sguattero:
Non muore, insomma?
Macch! Maledetto pesce rimane vivo...
Ora gli parlo io...
S'accosta al tegame, lo sguattero, e avverte a voce forte:
Arrivano i gerarchi!
Il pesce scatta e si tuffa nell'olio esclamando:
Son fritto!
...
Ora ecco un poco di nomenclatura, quale si veniva formando nelle sfere popolari.
Il parlamento si chiamava "pappamento".
I gerarchi erano conosciuti col nome di ras: quelli che non arrivavano ad arranfare molto e si ritiravano in buon ordine, erano i ras-segnati, quelli che divoravano a straccabocca erano i ras-patutto.
A questo proposito si riferiva di un medico che aveva raccomandato al principale, a villa Torlonia:
Attenetevi ad un regime dietetico...
Non posso, rispose l'immenso infermo, io devo attenermi al regime fascista.
E va bene, ma cercate almeno di non abbondare in farinacci, altrimenti finite male.
Il medico era un profeta.
...
Si assicura che ogni citt doveva avere il suo aggettivo specifico: Venezia serenissima, Genova superba, Torino sabauda, Roma magna, Milano paga...
...
Sulla base del magnamento c'era tutto un questionario, per l'erudizione delle masse fasciste:
Perch il duce  magnanimo?
Perch ci magna anche l'anima.
E perch magna?
Perch suo padre era magnano.
E perch il duce  pi grande di Alessandro Magno?
Perch quello era solo magno, mentre il duce  magnone.
E qual' il suo aggettivo?
Il magnifico.
E il suo fiore?
La magnolia.
Com' il suo fascino?
Magnetico.
E la sua parola?
Magniloquente.
E perch il suo rango  superiore a quello magnatizio?
Perch lui magna a Tizio, a Cajo e anche a Sempronio!
...
Non si pu dire che il popolo risparmiasse lo staffile, dunque, ma c' di pi. A Napoli il nume veniva chiamato "capintesta", ch'era un grado di comando dell'antica camorra, sotto i Borboni. Gli diedero anche il nome di Ciccio Cappuccio, che della stessa camorra fu il capo assoluto, nel secolo scorso.
A Milano, specie nel secondo decennio, pochi gli davano ancora il suo nome; per lo pi, discorrendo di lui, si diceva "el crapapelada", "el sciour Ernest", "el padron del vapor", "el paciatucc" che significa il mangiatutto, "el sciour Cerruti" e altri nomignoli dileggianti.
In ogni citt gliene appiccicavano uno diverso, pittoresco, tutt'altro che ammirativo: il bau-bau, il Bismark autarchico, il Petaccione, il Napoleonital, e in ultimo il pi comico, quello con cui forse ormai  destinato a passare nelle cronache della grande delinquenza: Bagnasciuga.
La sua prima amante, appena egli afferr il potere, era una donna irrequieta, ingombrante, invadente, fastidiosa, che per lui scrisse il primo libro incensatore intitolato Dux. Dai romani quella signora venne subito definita "er buce".
...
Come un'altra sua amante che si diede al cinema, tentando di diventar diva, fu battezzata "la Eleonora Duce della pellicola di Mussolini".
Ci furono altre favorite che dopo di lui scesero nelle grazie dei sottostanti gerarchi, e perci si specificava:
Lui riceve i volumi intonsi, li sfoglia, li legge, poi li rilega in oro e li trasmette alla biblioteca circolante.
I tabelloni geografici murali esposti al principio della guerra, sui quali s'indicavano gli arretramenti in mancanza delle avanzate, si denominarono "il muro del pianto".
Pavolini che li aveva esposti con impudente sicurezza, li ritir subito, zitto zitto, nottetempo.
Dovendosi sparlare dell'asse Roma-Berlino-Tokio, si restrinse il trinomio alle sole prime sillabe d'ogni capitale: Ro-Ber-To, e quindi si diceva.
Roberto va maluccio, grazie a Dio! Le quotazioni di Roberto calano, precipitano...
Ad alcune persone che ghignavano su quel nome, due cremonesi chiesero torvi:
Di chi si parla, qui?
Di... di Roberto, ecco Roberto il Guiscardo... gi, sicuro, il Guiscardo.
E chi ?
Fu un galantuomo onesto saggio colto e bravo.
Galantuomo? Onesto? Saggio? Colto? Oh, allora perdonate, siamo in equivoco noi, ci pareva che qui si parlasse di Roberto Farinacci.
...
In un primo tempo, il despota aveva riconosciuto agli italiani un lieve diritto di critica a bassa voce, benevola.
Concedo un jus murmurandi! egli disse.
Ma la mormorazione s'allarg tanto da corrodere le basi stesse della dittatura, come fa l'acqua nei sottosuoli umidi. Parecchie barzellette riferitegli lo irritarono, poich egli pretendeva soltanto, ad ogni costo e da tutti, ammirazione, lodi, plausi, entusiasmo.
Gl'italiani sono condannati all'entusiasmo perpetuo, scrisse un diplomatico da Roma ad un collega di Parigi.
Da quel momento il concesso jus murmurandi venne combattuto con la pi poliziesca delle persecuzioni. L'adirato dio si fece perfino venire ad audiendum verbum un popolarissimo deputato fascista, ritenuto uomo di spirito, inventore di freddure, l'onorevole Luigi Lanfranconi, il quale in effetti aveva una sua arguzia, alquanto grossolana ma non priva d'efficacia, forse anche in grazia del sollazzevole aspetto di lui: barba alla nazzarena, zazzera lunga sulla nuca e sulle orecchie, palandrana vistosa color nocciola, mezzatuba alla moda del 1889, cravattone  plastron e nodosa mazza con pomo d'avorio o d'argento.
Mi si dice, l'invest il principale, brusco e burbero, mi si dice che voi diffondiate delle stupidaggini sul regime.
Io diffondo le vostre teorie, duce.
No, voi diffondete barzellette sul fascismo, ma ricordatevi che il fascismo  una cosa seria!
Be', codesta, per esempio, non l'ho mica detta io... azzard timidamente il deputato.
Ma chiss se  vera, per quanto Lanfranconi la spacciasse come autentica. Certo  che la frase gir tutta l'Italia, insieme ad altra autentica davvero: quella che Giovanni Giolitti disse al segretario del partito, come si raccontava.
Fu nell'epoca in cui incominciarono a fiorir gli scandali sugli eccessivi guadagni disonesti degli alti papaveri del regime.
Corbezzoli, che appetito! comment qualcuno, in un gruppo di parlamentari.
Il segretario, credendo di far dell'ironia elegante, si volse allo statista piemontese ed esclam:
In fondo, mangiavano anche i vostri ministri....
S, ma sapevano stare a tavola! rimbecc il vecchio volpone di Dronero, che si compiaceva di mettere spesso del sale attico nelle sue risposte.
...
All'annunzio della scandalosa amnistia del 1925, che avvantaggiava molteplici sicari fascisti, Giolitti non voleva prestar fede.
No, disse, non credo che si giunga a tanto,  come se Mussolini, rimirandosi nello specchio, dicesse a s stesso: Io ti perdono!
L'aneddoto  esattissimo e l'amnistia ci fu, ne beneficiarono prima d'ogni altro gli assassini di Matteotti, gi condannati a pene lievissime. Venne immaginata allora la proposta degli svizzeri che volevano liberarsi da un'invasione di rospi.
Invitiamo molti italiani nei nostri Cantoni...
Per che fare?
Da quando hanno il governo fascista, gl'italiani non fanno che ingojare dei rospi grossi cos.
...
Quando venne la disposizione che la divisa fascista fosse confezionata in orbace, fu diffuso il seguente sillogismo, che fece incappellare molti gerarchi suscettibili:
La pecora fa la lana, la lana fa l'orbace, l'orbace fa il fascista, il fascista fa la pecora.
Uno dei pi offesi scatt furibondo:
Per vostra norma, il fascista fa il leone!
S, quando mangia... complet qualcuno.
...
Era gi divenuta popolarissima la nota incompatibilit dei tre aggettivi che non potevano stare insieme, perch l'unione di due di essi escludeva sempre il terzo. I tre aggettivi erano: fascista, onesto, intelligente.
Il fascista onesto non poteva essere intelligente, il fascista intelligente non poteva essere onesto, l'intelligente onesto non poteva essere fascista.
Ognuna di queste trovate umoristiche era una freccia scagliata contro il regime e i suoi uomini. Non si faceva a tempo a escogitarle, che gi circolavano in largo e in lungo, per tutti gli ambienti. E si rideva e si precisavano i nomi dove mancavano, e si levavano commenti salaci, e si ripetevano le novit subito agli amici, ai conoscenti, si faceva a chi pi ne sapesse, con la consueta domanda:
Sapete l'ultima?
Prima di volgere in tragedia, che purtroppo  la tragedia della nostra patria, la farsa dilagava clamorosa ogni qualvolta il dittatore cesareo e fastoso distribuiva alte onorificenze e titoli nobiliari ai suoi tirapiedi, cos vedemmo gonfiarsi, per improvvise contee e baronie, un mucchio di pacchiani pretenziosi e giullareschi. Schizz fuori immediatamente l'epigramma frizzante:
Conti, baroni, duchi...
Quanti titoli falsi vani e goffi
vengon distribuiti a grossi ciuchi
e a fastosi gaglioffi,
dai nostri ministeri!
Ma infine  sempre il popolo
quello che appioppa i titoli pi veri.
...
Poi si disse:
Mussolini fa una quantit di falsi conti.
Non importa, i conti veri li faremo in ultimo.
E si chiedeva:
Ma dunque, anche quello l che s' fatto ricco a via di furti, ora avr uno stemma?
Sicuro: mano rampante in campo d'oro altrui.
...
Ogni tanto arrivava una nuova nomina.
Oh, hai sentito? Quei signori, padre e figlio, sono stati fatti conti.
Sono conti senza l'oste, non ci badare.
Bisogner non farli partire.
Di che hai paura?
Del pubblico erario, tutti sappiamo che i conti fascisti non tornano mai.
...
Tra un pezzo grossissimo che guadagnava molto con lo smercio dei blasoni e un altro borioso che voleva acquistarne uno, durante il contratto ci fu questo battibecco:
Io disprezzo chi compera la nobilt! fece il venditore.
Io disprezzo di pi chi la vende! ribatt il compratore.
I grandi personaggi del fascismo, tra loro, si stimavano in questa maniera.


 9. DI QUA E DI L.
Mussolini, il 22 giugno 1925 al congresso fascista:
Bisogna essere o di qua o di l.
Uno del pubblico
Oppure in galera, ch' meglio!
Oh, i viaggi del folgorante signore di Predappio!
Egli era sempre in giro, a pavoneggiarsi nelle sue varie uniformi, facendosi fotografare in tutte le pose, in tutti gli abbigliamenti, perfino in costume da bagno, a Riccione, dove si palesava pessimo nuotatore, e in tenuta da sciatore, al Terminillo, dove non osava sciare, perch rotolava nella neve ad ogni avvio. Le fotografie del suo torso nudo, subito esposte nelle vetrine dei giornali e in quelle di molti negoz, mostravano un petto fortemente peloso e volgare. Collere del nume che pretendeva d'essere bellissimo. Una volta ordin fulmineamente il ritiro di quelle fotografie, le quali per ricomparvero il giorno seguente, ma erano state ritoccate, corrette: il petto del divo appariva glabro, liscio e perfetto, come quello dell'Apollo sul Belvedere.
Visitava tutto e tutti, voleva vedere ogni cosa, ma principalmente farsi vedere, farsi ammirare. E le storielle si moltiplicavano.
Una narrava la sua visita al manicomio di non so qual paese: tutti i poveri ricoverati vennero messi in fila ad acclamare con studiato ed imposto entusiasmo; soltanto un giovinotto se ne stava in disparte, indifferente, senza scalmane n giubilo. Il divo gli si accost:
E voi non esultate? gli chiese.
Oh, no! Non sono mica matto, io: sono l'infermiere.
...
In un'altra visita ad un altro manicomio, egli si trov di fronte ad un nuovo individuo che gli manc di rispetto, non salutandolo:
Ehi, gli fece, accigliandosi, il gran feticcio, non sapete forse chi sono io? Fatemi il saluto romano, io sono Cesare moderno!
S, s.... rispose quello, scrollando il capo in segno di compatimento, lo so, anch'io ieri ero Napoleone, ma oggi sto meglio.
...
In una piccola citt di provincia gli venne offerto un grande banchetto: uno dei maggiorenti arriv tanto in ritardo da non poter sedere al suo posto accanto al duce, e il pranzo era quasi alla fine. Egli si rassegn:
Pazienza, e si volse ad uno dei camerieri, presso l'uscio, ma almeno fatemelo vedere, il nostro capo del governo, dov'?
Eccolo l, al centro della tavolata.
Quello laggi che non mangia?
Ma no, Mussolini  quello che mangia il Bel Paese....
Il nume aveva attaccato il formaggio, infatti.
...
Stanco, assetato, dopo una corsa in auto, si dice che il Sommo si fermasse innanzi ad una birreria di campagna a ordinare da bere.
Subito, intim al garzone, una grande birra per il vostro duce.
Eh? sbalord il ragazzo, quale onore! Aspettate un attimo.
Corse al banco, ma torn tosto esclamando disperato:
Mi duole moltissimo, duce, birra non ce n' pi, l'abbiamo finita or ora. Possiamo darvi del vino o dell'acqua.
Il divo s'accontent, bevve e ripart. Il garzone riprese tranquillamente a servire la birra agli avventori normali.
Ma come, fecero questi, se la birra c', perch a lui non l'avete data?
Fossi matto! Chi beve birra campa cent'anni, capite? E quello  Mussolini....
...
Ad un altro paese, il Formidabile, giunto in incognito, ha voglia d'andare al cinema. Per fortuna nessuno lo riconosce, ed egli pu godersi lo spettacolo, vedendo anche il film Luce con le ultime cronache, nelle quali, naturalmente, campeggia lui, tronfio e vanesio. Tutti gli spettatori battono subito le mani, tranne lui che si astiene dall'acclamarsi, per tema d'essere ravvisato. Allora il suo vicino di poltrona gli tocca il gomito e gli consiglia sottovoce:
Sa, signore, capisco le sue idee antifasciste, per se vuole scansare dei guaj, faccia come noialtri: qui tutti siamo contrar a quel buffone, ma per la quiete della famiglia, tutti battiamo le mani.
...
Strada facendo, sempre in auto, per recarsi a visitare una localit qualunque, il padreterno autarchico viene fermato da un contadino che, nel centro della via, fa grandi gesti di richiamo.
Che c'? domanda lui, facendosi scuro in volto.
C' una frana a cento metri da qua, spiega il buon campagnolo, se correte cos, ci andrete contro, sar meglio che cambiate strada.
Oh, vi ringrazio, brav'uomo, voi salvate la vita al vostro duce: che cosa posso fare per voi?
Che? stupisce quello, voi siete Mussolini? Oh, Vergine Santa...
Non ve l'immaginavate, eh? Ebbene esternate pure qualunque desiderio.
Ecco, allora... allora io vi pregherei d'una cosa sola: non lo raccontate a nessuno, per carit. Se si viene a sapere che vi ho fermato io, qua mi fanno la pelle.
...
In un'altra strada, un vigile decisamente ligio al suo dovere, ferma il duce per eccesso di velocit con la macchina.
Ma no, protesta il grande, io non correvo, il contagiri segnava appena trenta all'ora.
Mi dispiace, ma dovevano essere pi di cento: c' da pagar la multa.
E va bene, la pagher ugualmente, bench io sia il vostro duce.
Sono mortificato, eccellenza, ma devo compiere il mio dovere.
Quant' la somma?
Venti lire.
Eccole, per io andavo piano....
No, eccellenza!
Ricordatevi che questo  denaro rubato.
S, eccellenza, questo s, lo sappiamo tutti.
...
Nelle conversazioni dei salotti c'era spesso qualcuno che avvertiva:
Il governo non vuole che si raccolgano le voci messe in giro.
Ha ragione, spiegava un altro, le dicerie sono pericolose per l'Italia. Per esempio, ai primi tempi del fascismo girava la voce che un caporale dei bersaglieri fosse una specie di novello Napoleone. Be', lo sapete che ha finito col crederci anche lui?
Parli di Napoleone il grande?
No, di Napoleone il fesso!
...
Con l'aggiunta di due versi, un'antica quartina notissima e popolare era diventata una sestina e suonava cos:
In tempi men leggiadri e pi feroci
i ladri s'appendevano alle croci,
in tempi men feroci e pi leggiadri
s'appendono le croci in petto ai ladri,
in tempi nostri e nei pi alti quadri
i ladri dn le croci ad altri ladri!
Il nume infatti distribuiva commende e titoli di nobilt, per cui un distico punzecchiava:
Prosegue il duce a dare nobilt:
ma come mai pu dar ci che non ha?
...
Il figliuolo d'uno dei capi del partito domanda al padre, durante il pranzo:
Pap, ma vuoi farmi capire bene come devo comportarmi io, per essere fascista?
Mangia e taci; risponde il padre, sintetico ed espressivo.
...
Quella del mangiare e tacere era una regola molto diffusa ed osservata dai caporioni, ma qualcuno alla succulenza del pranzo copioso aggiungeva il vanto chiassoso. Perci si narrava la favoletta del merlo affamato che, pur di nutrirsi, s'inscrisse al fascio, dove gl'indicarono la mucca di servizio. Transitando appunto in quell'istante, la volgare giovenca si lasci dietro il pingue prodotto della sua larga digestione: il merlo vi si gett sopra avidamente, e saziatosene, rivol sull'albero a zufolare con giojose e trillanti variazioni. Pum! La fucilata d'un cacciatore lo fredd.
Morale: mangia pure lo sterco, se proprio ti va, ma non vantartene dopo con tanta superbia!
...
Si garantiva che il capobanda avesse detto alla sua masnada:
Noi dobbiamo gestire l'Italia, ma prima bisogna ripulirla da capo a fondo, indi gestione.
E la cricca faceva l'indigestione per ordine del duce.
...
Voglio introdurre i magnati anche da noi, come ci sono in Ungheria, comunic l'Invincibile al gran consiglio.
Tutti approvarono, ma qualcuno obiett:
Poich l'Italia  assai pi grande dell'Ungheria, il titolo di magnate  pochino pochino....
Allora lo raddoppio, dichiar il nume, magnate e bevete!
...
Non si contano le variazioni a quel noto suo donchisciottesco comandamento: "Se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!".
Non c'era chi non avesse qualche aggiunta o qualche modifica da fare: "Se m'incontrate, sputatemi in faccia", "Se vado in galera, lasciatemi andare", "Se vado sulla forca, seguitemi", "Se avanzo, fermatemi; se scappo, imitatemi; se le prendo, prendetele anche voi!". E in tal modo si continuava all'infinito.
...
Un altro figlio di pap domandava:
Ma perch, pap, tu e i tuoi camerati gridate sempre "me ne frego"?
Perch siamo fascisti.
E che significa "fregare"?
Significa stropicciare, strofinare, grattare e simili!
E allora i fascisti grattano?
Tutta l'Italia, ragazzo mio, grattano tutta l'Italia!
...
E ancora un piccolo rampollo di ras:
Pap, come si fa il passato, il presente e il futuro?
Cambiando i tre tempi del verbo.
Ma io non riesco a mettere nei tre tempi la frase dettata dalla maestra.
Che frase ?
"Il duce fonda l'impero".
Non ti riesce perch il  verbo difettivo.
E come devo scrivere?
Passato: "il duce fond l'impero"; presente: "il ducen sfonda l'impero"; futuro: "il duce affonda l'Italia"!
...
In una delle tante sue autoapologie, il divo ebbe a dire alla Camera, un giorno:
Io sono figlio delle mie opere!
Farebbe meglio a non vantarsi di cos bassi genitori! mormor un deputato, in un gruppo di colleghi.
No, intervenne un altro, lui lo fa per scagionare suo padre dalla colpa d'averlo messo al mondo.
...
Non indicano forse lo stato d'animo del popolo italiano, tutti questi fatterelli?
Ribellioni a parole! hanno scritto i giornali d'alcuni paesi d'Europa.
A parole s, ma spietate, senza sosta e senza misura: il ridicolo accompagnava Mussolini e i suoi corifei sempre, dovunque, li sberteggiava, li diminuiva continuamente. Egli tonitruava da uno degli alti suoi palchi, definiti palchi d'infamia, e il popolo rideva, egli inferociva contro la nazione e la nazione ne faceva la caricatura, egli ordinava repressioni furibonde, arresti inesorabili, punizioni crudeli per distruggere qualcuno, e le barzellette distruggevano lui insieme al suo seguito, al suo grottesco contorno di pulcinelli, ai suoi cagnotti che lo servivano, l'obbedivano ma non lo amavano affatto, anzi spesso erano i primi a deriderlo, commiserandolo.
Ma colui che non sbagliava mai, il feticcio che aveva sempre ragione, il tab dei predoni in auge non aveva il senso del ridicolo e quindi non sapeva n poteva controllare i suoi gesti o le sue parole sulla misura dell'equilibrio e del buonsenso, ragion per cui precipitava sempre capofitto nella buffonata: ogni sua azione, ogni suo atteggiamento apparivano ed erano parodistici, farseschi, pi specialmente quando tentavano di sembrare augusti e storici, secolari, solenni, monumentali, eterni.
Una epigrafe che, al dir della storiella, doveva essere scolpita sotto una sua statua, sul Campidoglio, era cos composta:
AL DIO D'ITALIA
BENITO MUSSOLINI
CHE VOLLE ESSERE CESARE AUGUSTO
MA RIUSC AD ESSERE SOLTANTO
VESPASIANO:
USATELO, O CITTADINI
FACENDO IL VOSTRO DOVERE
SECONDO I VOSTRI BISOGNI!
...
Pretendeva l'ammirazione per decreto-legge, i monumenti, l'apoteosi vita natural durante. Si fece erigere una statua equestre a Bologna, e volle che il cavallo avesse una superba fierezza.
Deve assomigliare a uno dei miei pi baldi gerarchi, dispose, e si potrebbe prenderne qualcuno a modello. Lo scultore scroll il capo e obiett:
Gerarchi modelli per un cavallo? Uhm, non  possibile, duce, essi sono tutti somari.
...
Non a caso lo si  paragonato a una canzonettista: ne aveva tutta la vanit fisica e mentale. Le fotografie, i film Luce, l'affissione nazionale dei suoi discorsi, la propaganda baracconesca d'ogni suo gesto, la pubblicit che egli imponeva perfino per taluni atti della sua vita privata, erano la prova sempre pi palese del suo animo banale da canzonettista di caff concerto d'infimo ordine.
Una mattina i cronisti dei giornali romani e i corrispondenti di quelli non romani vennero svegliati all'alba.
Correte subito a villa Torlonia a vedere il duce!
Tutti si buttarono gi dal letto, non senza una coroncina di maledizioni e moccoli var, e galopparono fino al domicilio del padrone, perch a non obbedire lesti e ciecamente c'era da perdere il pane.
Che cosa vorr di nuovo? congetturavano, che gli sia venuta un'altra idea strampalata durante la notte e voglia attuarla immediatamente? Dio ce la mandi buona...
Arrivarono trafelati a villa Torlonia e videro: oh, vaga visione! Il bellissimo Apollo di Predappio cavalcava. Niente altro? No, niente altro! Egli intendeva d'essere ammirato dai giornalisti perch costoro ne informassero il mondo e possibilmente l'universo.
Poi scese da cavallo, si spogli e si tuff nel laghetto, sbracciandosi a nuotare malamente, come un bove a fiume. Quindi gioc a tennis, dopo si mise in tenuta da schermitore e saltell in qualche minuto d'esercizio, con l'epa che gli sobbalzava, infine si situ al volante della propria automobile e si diresse a palazzo Venezia, seguito dal solito nugolo d'agenti.
E tutto ci perch? Perch alla mattina seguente, su ogni giornale italiano, e su parecchi esteri, comparissero ben due colonne intitolate: "La giornata del duce", con frasi sperticate, molte fotografie, molta adulazione. Egli aveva cinquantacinque anni! La sua imbecillit era in piena esuberanza.
E questa  storia, non  affatto storiella.  storia come la concepiva Mussolini, beninteso, ossia buffonata. Ed  storia tal quale anche il notiziario ininterrotto fornito dall'agenzia ufficiale d'informazioni del governo, la Stefani, sui commenti dei paesi esteri. Basta dare uno sguardo alle collezioni dei giornali: i titoli che con pi frequenza ritornavano sotto gli occhi dei lettori erano "L'ammirazione del Giappone o del Nicaragua o magari della Papuasia per il duce", "Gli americani c'invidiano il duce", "Anche la Francia o il Messico o la Malesia vorrebbe un duce come il nostro", "Mussolini ce n' uno solo", "Il capo del nostro governo ammirato dagl'inglesi" e via dicendo, con simili stupidit.
"Ammirato" e "ammirazione" erano termini di Mussolini, mai adoperati innanzi per un uomo politico, per grande che fosse, perch in Italia erano rimasti sempre nel gergo teatrale a indicare i corteggiatori di ballerine e divette del variet. L'anima sfarfalleggiante d'una soubrette era evidentemente racchiusa nel corpo massiccio del possente signore d'Italia. Lo si notava e regolarmente si rideva. Chi mai pot prendere sul serio, tra noi, un simile istrione?
Eppure ci govern per oltre vent'anni,  vero. I futuri filosofi della storia dovranno indiscutibilmente studiare lo stranissimo fenomeno di questo tragico e comico ventennio italiano.
L'Infallibile grandeggiava a cavallo, nelle parate pi coreografiche che militari, per via dell'Impero, e la folla ghignava ammiccandosi, mentre applaudiva. Lo si seguiva quando egli transitava sculettando a passo svelto, nelle costose cerimonie pubbliche, e intanto si motteggiava a bassissima voce. Gli si moltiplicavano le chiamate al balcone, proprio come a teatro si replicano le chiamate delle divette alla ribalta.
Facciamolo venir fuori un'altra volta! proponeva qualche gerarca o qualche mattacchione.
E gi battimani e osanna. Il gran Fetonte si presentava raggiante e smargiasso, alternando una smorfia d'importanza con un sorriso civettuolo, levando in alto la destra, sgambettando da un lato all'altro del balcone e ritirandosi poi con femmineo effetto di fianchi. Ma si fermava a un passo dalla soglia del balcone fatato, tendendo l'orecchio per sentire se v'erano ulteriori applausi, pronto a farsi riacclamare, precisamente come la canzonettista si ferma dietro il siparietto ad anelare un altro battimano che la richiami al proscenio. Spregevoli meschinit della miserabile vanagloria umana!
A tutti era noto quanto egli, corpulento e adiposo, tenesse a sembrare snello e marziale, sicch salendo o scendendo qualche scala, anche pochi gradini, alle volte, zompettava come fanno gli atleti da circo, appena, dopo il loro esercizio, vengono avanti per ringraziare il pubblico. Era anche noto ch'egli, ventruto e flaccido, faceva ginnastica, cure e massaggi, tal quale le signore cinquantenni, per non perdere la linea, sicch portava il busto e si sorvegliava nei pasti. Era noto, infine, come egli provasse innanzi allo specchio i suoi gesti, i movimenti, le smusate, come si abbandonasse volentieri nelle mani dei sarti per mitigare con gli abiti la volgarit dei suoi piedi storti e del suo sedere grasso, come si lisciasse e usasse di continuo acqua di Colonia a litri, imitando Napoleone anche in questo, e come fosse seccatissimo della sua calvizie, cos che quando si affacciava al balcone della sua gloria, pur essendo egli in un gabinetto da lavoro, compariva sempre col capo coperto, giacch teneva sottomano un certo numero di copricapi, appunto per ogni evenienza del genere.
Insomma egli si piaceva e si compiaceva, era il primo ammiratore di se stesso. E tutto ci non era soltanto ridicolo, ma anche supremamente stupido. Gli uomini del suo seguito lo sapevano benissimo e ne approfittavano per ingraziarselo sempre pi. Lo esaltavano, lo piaggiavano, lo adulavano indicandolo come il pi bello, il pi attraente, il pi incircoscritto e inarrivabile dei grandi uomini. E l'imbecille ci credeva!
Ma la gente ci si patullava.
A furia di fare il condottiero in piazza Venezia, si diceva, quel povero grullo ha finito col ritenersi veramente Napoleone.
Per, chiosava qualcuno,  sempre preferibile il Napoleone vero, almeno quello  morto.
E poi, aggiungeva qualche altro, quello era soltanto Buonaparte, mentre questo  tutto.
...
Conviene raccogliere alla rinfusa, qualche volta, un po' dello spirito popolare con cui gl'italiani mostravano non solo di odiare il loro tirannello da fiaba per bambini, insieme al suo codazzo e alle sue cricche, ma anche e sopratutto di disprezzarli in blocco, profondamente.
Fu in una discussione con altri uomini politici stranieri, che il capo della nazione nostra si proclam superiore a Cavour e a Crispi.
Oib, gli fu osservato, quelli non abolirono mai nel paese la giustizia e la libert.
E il nume rispose col tono d'immensa importanza che gli era solito:
Perch quelli dovevano soltanto governare, mentre io debbo anche regnare....
...
Nel 1936, dopo la conquista, ahi, tanto effimera! dell'impero, Lanfranconi sussurrava:
Se come cittadini d'un regno, noi eravamo regnicoli, ora come cittadini d'un impero, siamo tutti impericoli... e in pericoli gravi!
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Uno dei tanti fascistoni disonestamente arricchiti indossando la camicia nera, vantava il regime:
 cos perfetto che permette il lucro di molti milioni a uno come me: in fondo io sono uno scemo ignorante vestito da pagliaccio...
Appunto, tu hai trovato un capo che t'assomiglia.
...
A vent'anni, questo invitto guerriero ariostesco fugg a Lugano per sottrarsi al servizio militare, fu quindi renitente alla leva. In varie citt elvetiche commise reati di ogni genere, dandosi per anarchico petroliere e dinamitardo, sicch quel governo lo espulse, ed egli ebbe l'incredibile spudoratezza di scrivere, quindici giorni pi tardi: "tornai in Italia cedendo al desiderio che fiorisce nel cuore di tutti gl'italiani: il servizio militare mi richiamava".
Mentitore senza vergogna! Angelica Balabanoff che lo conosceva a fondo, disse di lui:
L'incoscienza  il suo stato consueto, perch non ha mai una vera e propria coscienza, n morale n materiale.
Dunque  stato sempre un pazzo.
...
Una mattina inform alcuni giornalisti:
Ieri ho firmato il decreto che d il titolo di accademico a dodici nostri camerati. Ne sono lieto, perch ce n'era uno che se lo meritava, poveretto!
...
Un operaio disoccupato incontra un suo compagno d'anni prima:
To', chi si vede! Come stai? Mi sembri ben pasciuto e bene in arnese...
Non posso lamentarmi, vengo dalla Germania dove in principio facevo una tal fame da buttarmi, un giorno, a mangiar l'erba sul ciglio d'una strada.
Infelice!
Non molto, perch di l, in quell'istante, passava Hitler, il quale si ferm e mi disse: Non  giusto che un giovanottone sano e vigoroso si avvilisca a tanto. Venite da me domattina, vi far ingaggiare in una fabbrica d'armi.
 un bel caso! Voglio tentare qualcosa di simile anch'io a Roma, cos trover finalmente lavoro.
Infatti il disoccupato va sulla via della Camilluccia, e appena scorge l'automobile del divo, si curva a divorar l'erba. Esito immediato: il divo s'arresta, lo chiama:
Non avete altra roba da mangiare, voi? Non siete dunque fascista?
Non ancora, duce.
Ci non  giusto, venite da me domattina vi dar una mia fotografia con dedica autografa.
E via! Al disoccupato non rimase che l'erba.
...
Era cos infatuato di s, il nostro Miles gloriosus, da credere che davvero gl'italiani lo adorassero. A una commissione di francesi in visita a palazzo Venezia, egli disse:
In fondo, le mie qualit effettive sono esattamente quelle che gl'italiani mi attribuiscono.
Si salvi chi pu! urlarono i visitatori, e se la diedero a gambe, abbottonandosi la giacca per tutelare il portafogli.
...
Corse voce che il divo fosse malato.
Pare che abbia la gotta.
Possibile? Te l'immagini lui, coi piedi immobili?
E allora come far a governare?
...
Un pittore espose alla Biennale di Venezia un grande ritratto del Pulcherrimo: poich ai visitatori parve che il volto fosse troppo pallido, il ritrattista si scus dicendo:
Per quanto colore io abbia usato, non  stato possibile vedere arrossire Mussolini nemmeno in effige.
...
Qualcosa di simile si narrava anche per l'autore d'una delle tante biografie mussoliniane, nauseanti d'adulazioni e di menzogne.
Com', fu chiesto allo scrittore baciaterga, com' che nel vostro volume, il nome del biografato non  mai stampato giusto? Ora vi manca un's, ora un'i, ora l'l....
Lo so, ce ne siamo accorti, in tipografia.
Non avete fatto correggere le bozze di stampa?
S, ma  che in tutta la sua vita, non si  mai riuscito a trovare un Mussolini corretto.
...
Ai ministri accadeva sistematicamente d'essere mandati via senza preavviso. D'un tratto, ciascuno svegliandosi una mattina, apprendeva dai giornali d'aver presentato le proprie dimissioni, e basta.
Ma perch ci ha licenziati cos? lamentarono alcuni, se fossimo stati delle serve, avremmo avuto almeno gli otto giorni di preavviso.
Mah! Egli dice che gli avete rotto gli stivali.
E si capisce, a furia di doverglieli sempre lustrare.
...
Un giorno, l'ex maestrucolo elementare divenuto dio d'Italia, ferm uno di quei suoi turiferar che mangiavano pi forte, e gli disse a bruciapelo:
Tu frodi l'erario!
Prego, fece quello, offesissimo, io faccio sempre il mio dovere di fascista.
Io ti far raddoppiare lo stipendio, purch tu smetta di frodare.
Ah, no, non posso accettare, ci rimetterei troppo.
...
Quando il segretario del partito era quel gonfio e inuguagliabile bestione di cui tutti ridevano, egli lo mandava a chiamare spesso a rapporto.
Ho i nervi, gli diceva talvolta, non venire a contarmi le consuete frottole, se no ti prendo a calci.
Che cosa volete ch'io vi dica?
Magari il contrario della verit, purch sia diverso dal solito.
Allora vi dir che tutta l'Italia vi adora, vi considera grandissimo e v'augura mille anni di vita.
...
Nel consiglio dei ministri, dopo la tassa sul celibato, trattandosi di escogitare var pretesti per applicare nuovi gravami fiscali e succhiare altro sangue ai contribuenti, il figlio dell'ubriacone di Predappio avvert:
O mi trovate un tributo originale o cambio tutto il ministero.
Ma... ma... balbettarono i lacch intimiditi, senza saper che cosa rispondere.
Io, riprese il padrone, avrei pensato ad un congruo tributo sull'intelligenza... C' da incassar parecchio.
Eh? tentarono d'obiettare gli umilissimi, vorreste imporre una tassa nientemeno agli uomini intelligenti?
Sicuro, ma non vi spaventate, a nessuno di voi capiter mai d'esserne colpito.
...
Molti degli ordini perentor imperativi e impellenti che il nume emanava, erano eseguiti a rovescio da quella caterva di disonesti idioti dei quali si circondava, sicch un giorno, tra una violenta bestemmia e l'altra, egli url sfiduciato:
 inutile, finch ci saranno i fascisti, in Italia non potremo mai fare il fascismo!
...
Per una delle rotazioni di alte cariche, un anno venne scelto alla presidenza di un ente molto cospicuo e redditizio un fascistone detto della prima ora, per distinguerlo da quelli della seconda, ch'era l'ora del pranzo, bench, a essere esatti il pranzo c' sempre stato per tutti e a tutte le ore. Il prescelto, al funzionario che gli partecipava la nomina, disse commosso:
Sono veramente grato al duce per il gentile pensiero, ma sar adatto a quel posto, io che non ho un occhio di lince?
Oh, non importa, commendatore, basta che abbiate uno stomaco di struzzo!
...
Pare che dopo la conquista dell'Abissinia, un ministro inglese abbia detto a Dino Grandi, ambasciatore d'Italia a Londra:
Il duce mi stupisce, se  davvero lui che ha concepito e diretto la campagna d'Africa, secondo quanto ha rivelato il vostro re Vittorio, nella motivazione della pi alta onorificenza militare italiana a Mussolini.
Quel che il re ha affermato  esattissimo, e il duce sar molto felice quando io gli far conoscere il vostro pensiero.
Una vittoria cos facile e rapida in Africa,  degna d'un grande generale...
Oh, grazie, a nome del mio capo!
Ditegli pure ch'egli mi fa pensare a Voltaire.
Voltaire? E che c'entra? Non  mai stato un generale, Voltaire.
 appunto per questo...
...
Un forestiero in giro turistico per Roma, nel '40, quando ancora se ne poteva fare qualcuno, vuol vedere subito tutto e si rivolge ad uno spazzino:
Prego, qual' il foro Mussolini?
Ecco, fa malinconicamente il brav'uomo, 1'urtimo foro che ce dovemo fa alla cinghia de li carzoni  quello de Mussolini.
...
Battibecco tra fascisti e cittadini indifferenti... Indifferenti, capite? Non gi antifascisti, perch di questi non potevano essercene. Vivi, per lo meno, no.
Dobbiamo essere riconoscenti a Mussolini, se l'Italia non  tornata quella dei secoli in cui i barbari calavano dalle Alpi a saccheggiarci. No, oggi nel nostro paese non vi sono pi calate di barbari!
Avete ragione, oggi non abbiamo che calate di brache.
Purtroppo era vero!
...
Minculpop, cio ministero della cultura popolare: due superiori sorprendono un inferiore che se la fuma beato, piedi sulla scrivania, giornale in mano e tazza di caff davanti.
Che cosa fate voi? gli domandano inferociti.
Ma! risponde quello, beffardo e pacioso, fo' le ore d'ufficio.
Che ufficio avete?
Questo, non vi piace?
S, ma che ci fate qui dentro?
Il comodaccio mio.
Ah, s? Be', la vedremo, perbaccone!
Cari signori, sapete che vi dico?  meglio per voi se non mi capitate pi tra i piedi.
 troppo! I due superiori prendono le generalit dell'impudente e vanno a controllare il suo stato di servizio, nel quale trovano scritto: Impiegato in soprannumero perch fortemente raccomandato dai figli del duce.
Nespole! esclama uno, come ci regoliamo, ora?
Uhm! fa l'altro, io mi regolo in modo da non capitargli pi tra i piedi, e tu?
Io? vibra il primo, duro e severo, io... Oh, io che pretendo il rispetto alla disciplina, gli raddoppio lo stipendio e lo avanzo di grado.
Infatti, spesso, era cos che si faceva carriera.


 10. GRANDI E PICCOLI.
Mussolini a Montecitorio, nel 1927:
In uno stato bene ordinato, la cura della salute fisica del popolo dev'essere al primo posto!
Uno statale:
Infatti lui ci mantiene a dieta leggera, e per scaldarci, ci copre di tasse.
Vogliamo esaminare un istante di che cosa era fatta l'acquiescenza degli italiani per la tirannide fascista?
Gli attentati a Mussolini, tra quelli noti e quelli tenuti segretissimi, furono una ventina. In proposito, una barzelletta raccontava d'un giovine provinciale che non ne poteva pi del regime e dei suoi uomini.
Ah, confid ad alcuni amici del paese,  ora di finirla, vado a Roma.
A che fare?
A uccidere quel mascalzone di Mussolini.
Sei matto? Tu finisci innanzi al plotone d'esecuzione.
Me n'infischio, io debbo liberare l'Italia da quel delinquente: leggete i giornali, domani, e gongolerete. Viva la libert!
Infatti egli parte e i suoi compaesani leggono i giornali per una settimana di seguito, senza trovarvi alcuna buona novella. Alla seconda settimana, il giovinotto tanto bene intenzionato torna al natio borgo:  abbattuto, sfervorato.
Be'? gli domandano gli amici, stringendoglisi intorno, be', non l'hai ucciso?
Macch! Mi hanno preceduto, cari miei, a Roma sono in tanti che aspettano, c' una fila lunga cos....
...
La riluttanza dei contribuenti a pagar le tasse si faceva pi decisa d'anno in anno. Una canzonetta tratta da un film (La mia canzone al vento) e divenuta presto popolare, fu cos parodiata, quando si applic il balzello del due per cento su tutte le mercanzie, in qualunque compravendita:
Vento, vento,
portalo via con te,
non ne possiamo pi del rubamento
e adesso vuole pure il due per cento!
...
E veniva ripetuta la seguente presentazione che il nume faceva di s stesso, secondo i mormoratori, agli italiani:
Io non vengo da Lodi per lodarvi,
n vengo da Piacenza per piacervi,
ma vengo da Predappio per predarvi!
...
Le sigle fasciste erano cos interpretate dalla massa:
P.N.F. ossia Partito Nazionale Fascista, per i poveri lavoratori d'ogni branca, obbligati a inscriversi se non volevano morir di fame, significava "Per Necessit Familiari", o anche "Pane Nostro Fatigato". Per chi invece s'arricchiva scialacquando, la sigla indicava i tre periodi annui delle mance e dei pranzi pi succulenti: "Pasqua, Natale, Ferragosto". Per tutti i costretti a lavorare sotto il fascismo, la spiegazione era: "Possiamo Non Fascistizzare?". Ma significava anche: "Per Niente Fare", oppure "Preparazione Nostri Furti". E chi pi ne aveva, pi ne metteva.
La sigla della Milizia, M.V.S.N. era spiegata in relazione alla fannullaggine di tutti quei falsi militari, sicch invece di leggere Milizia Volontaria di Sicurezza Nazionale, si leggeva "Mai Visto Sudare Nessuno", e anche "Meglio Vivere Senza Noie".
La G.I.L. Giovent Italiana del Littorio, voleva dire sopratutto "Giova Imparare Ladrerie" ed anche "Grande Istituzione Ladruncoli".
L'O.N.D. Opera Nazionale Dopolavoro, era interpretata come "Oggi Nessun Dovere".
La sigla delle A.A.S.S. Aziende Stradali, veniva tradotta cos: "Andare Avanti Sottraendo Sempre".
Non risultava difficile, di questo passo, intuire quale era lo stato d'animo generale.
Ma s'erano formate molte altre sigle di pura invenzione privata, le quali per non si diffondevano meno di quelle ufficiali, anzi, sotto certi aspetti e in taluni ambienti, anche di pi. Eccone alcune:
U.C.A.S. ossia Ufficio Complicazione Affari Semplici.
N.N.P.P. cio Non Ne Possiamo Pi!
F.U.R.T.O. ovvero Fascisti Uniamoci Rubando Tutto Ovunque.
P.O.R.C.I. cos spiegato: "Premiata Organizzazione Romana Corbellerie Italiche".
E si potrebbe continuare per un pezzo, giacch noi si faceva l'opposizione cos, non potendola fare altrimenti, giova ripeterlo per chi all'estero non vuol sentire.
La lettera M, che il divo intendeva fosse diffusa dappertutto, come la napoleonica N, acquistava valori diversi, secondo i momenti e i luoghi dov'era messa. M significava tutto: Mariuolo, Mercimonio, Minchionerie, Marciume, Mascalzonate, Magnamento, Maiale, e si andava avanti fino alla parola di Cambronne. L'M, insomma, voleva dir tutto, tranne il nome dello zar di palazzo Venezia. E a proposito di Cambronne, un epigramma venuto dopo uno degli ultimi consigli dei ministri, era questo:
Eccellenze riverite,
perdonate e compatite
la sorpresa alquanto grossa,
ma di l, presso un'aiuola,
c' Cambronne in carne ed ossa
che vuol dirvi una parola!
...
Dov'era dunque l'acquiescenza degl'italiani? Non certo nei disordini che scoppiavano frequenti qua e l, ma venivano subito messi a tacere o smentiti minacciosamente, e dove non era possibile negarli, venivano spiegati in modo del tutto opposto alla verit. A Cerignola, a Verona, a Napoli, a Milano, a Palermo, a Savona, e quasi ogni centro grande o piccolo della penisola, un giorno tumultuavano le donne che al mercato trovavano i prezzi sempre pi alti, un altro giorno erano i contadini a sollevarsi, insofferenti di nuove prepotenze fiscali, ora si ribellavano gli operai non disposti ad altre sopraffazioni poliziesche ed ora erano gl'impiegati di questo o quell'ufficio a tentare un "pronunciamento" che veniva soffocato rapidamente.
Chi poteva appurare la vera cronaca di queste sommosse, che rimanevano localizzate e si davano come inventate da pochi nemici interni irresponsabili e turbolenti?
Negli ultimi anni, le iscrizioni al partito si rarefacevano, migliaia di tesserati per obbligo, impiegati, operai, giornalisti, non pagavano pi le quote imposte, e tutti coloro che obtorto collo rinnovavano la tessera, non celavano pi ormai il malcontento e l'avversione, sia contro il governo, sia contro il capoccia, sia contro il sovrano che lasciava calpestare cos biecamente il suo popolo. Ma che cosa era il sovrano, se non uno strumento dello strapotente e strafottente padrone suo e nostro?
Un aneddoto, apocrifo, beninteso, ma rispondente alla esatta situazione, riproduce un dialoghetto tra Mussolini e Vittorio Emanuele III.
Maest, voi verrete alla cerimonia di domenica sull'altare della patria.
Ma veramente io non potrei....
E verrete prima di me!
Gi, ma gli  che io....
E non in borghese, intendiamoci....
S, io per...
Indosserete la livrea di re, avete capito? Andate pure!
...
Che cosa poteva fare il popolo? Gli s'imponeva di recarsi alle riviste militari, che talvolta non si differenziavano molto dalle sfilate delle ballerine sui palcoscenici di riviste teatrali, e il popolo, che in fondo ci si sollazzava, ci andava. Gli s'imponeva, con cartolina rossa e dure comminatorie, di correre ad ascoltare le roboanti tirate da imbonitore del duce, e il popolo non poteva rifiutarsi, perch ciascuno aveva in casa una famiglia. Era forse possibile far diventare gl'italiani quarantacinque milioni di Sciesa o di Ciceruacchi?
Gli applausi erano comandati dai gerarchini e dai commissar di polizia, si sapeva benissimo che tra la folla circolavano migliaia di spie, d'altronde quel commediante che in uniforme di doppio maresciallo si sbracciava dall'alto d'un podio, forniva uno spettacolo pi spassoso del solito cinema, non era dunque dilettevole assistervi? La curiosit veniva pagata con la sola fatica di gridare compitando le consuete due sillabe, du-ce, e il popolo, eterno bambino sempre disposto a baloccarsi con un po' di chiasso, correva alla chiamata. Ci si svagavano piccoli e grandi.
Erano pochi, proprio pochi assai coloro che prevedevano come quei clamori da padiglione dei divertimenti nelle fiere festive, si sarebbero poi scontati col sangue e la miseria. Nessuno arrivava a supporre che ci sarebbero costati perfino la perdita totale della libert.
In qual frantume andava riducendo d'anno in anno la coscienza italiana, il fascismo? Sviluppava sempre pi gli oppiacei e li applicava all'animo della nazione, obbligava gli adulti al silenzio, educava i giovani a non pensare, allevava i bambini all'imbecillit, irreggimentandoli a tre anni, come figli della Lupa. E figli venivano definiti, ma d'una bestia meno feroce e pi utile, specialmente per il prosciutto.
I bimbi negli asili dovevano giocare cantando:
Giro giro tondo,
il duce  re del mondo,
e noi che siam bambini
vogliamo Mussolini....
Cos incominciava l'avviamento al cretinismo nazionale.
Nelle scuole elementari, gli scolaretti dovevano imparare a memoria le lezioncine dei primi libri fascisti di lettura, a domande e risposte. E il popolo di cui si volevano addormentare gli spiriti ribelli, aveva sveglio invece lo spirito canzonatore e cos parodiava quei testi scolastici:
Domanda, Chi  il duce?
Risposta, Il duce  il nostro capo, ce l'abbiamo sempre davanti, di dietro, di sopra, di sotto e perfino sullo stomaco.
Domanda, Che cosa fa il duce?
Risposta, Vigila sugl'italiani e la sera lui non va a letto se non ci siamo andati prima tutti noialtri.
Domanda, E per qual motivo?
Risposta, Perch  tanto buono che pensa sempre lui a spogliare tutta l nazione. -
Domanda, A chi dice egli "credere, obbedire, combattere"?
Risposta, Credere lo dice al re, obbedire lo dice alla milizia e combattere lo dice ai fessi.
Domanda, Che cosa chiede a noi il duce?
Risposta, Di vivere pericolosamente e disprezzare la vita comoda.
Domanda, E perch mai?
Risposta, Perch la vita comoda deve farla soltanto lui, ed  una bella vita, mentre in Italia invece deve imperare la malavita, il cui capo  il nostro duce adorato.
Domanda, Che cosa  il gran consiglio?
Risposta, Il consesso dei grandi sconsigliati.
Domanda, E a che serve il re?
Risposta, Serve a servire il suo servitore.
...
Alla sua scolaresca, una maestra domandava:
I vostri babbi hanno appeso in casa i ritratti dei due nostri amati duci, quello di Roma e quello di Berlino?
S, signora maestra! fecero i ragazzi.
Uno soltanto accenn di no.
Come no? Il tuo pap non rispetta forse Hitler e Mussolini?
Pap  al confino, signora maestra, per ci ha scritto che appena torna, vuole metterli al muro tutt'e due.
...
E altrove, un diverso insegnante fa ripetere ad un alunno la lezione del giorno precedente:
Che cosa fai, quando ti svegli al mattino?
Io prego per i poveri martiri fascisti.
Bravo, e prima di dormire, alla sera?
Io prego per i poveri martiri fascisti.
E durante la giornata?
Io prego sempre per loro.
Bene! E dimmi, ti sei mai domandato, tu, chi sono i poveri martiri fascisti?
S, signor maestro; quarantacinque milioni d'italiani.
...
Ancora in una scuola elementare, avevano abituato i ragazzini che ogni qualvolta si nominava il duce, essi dovevano alzarsi, fare il saluto romano e gridare:
Eja, eja, alal!
Poi un giorno la disposizione fu sospesa e la maestra ammon gli allievi:
D'ora in poi, al nome del duce bisogna fare un rispettoso silenzio in segno di venerazione, e non altro.
Ma quel giorno uno degli scolaretti era assente e non fu avvertito. All'indomani, la maestra, in fine di lezione, disse:
Ed ora volgiamo il pensiero al nostro venerato duce...
Lo scolaretto scatt in piedi gridando:
Li mortacci sua!
Quello era il surrogato dell'alal che i ragazzi dicevano quotidianamente.
...
Un epigramma rivelava:
Andare verso il popolo....
tuonava il capo in forma imperativa,
andare verso il popolo....
e il resto della frase non gli usciva,
gli rodeva la lingua come un tarlo.
Voleva dare l'ordine:
Andare verso il popolo e fregarlo!
Ma l'ultima parola
gli rest sempre in gola.
...
Un altro mordeva sodo:
Bello  vivere in alto, da potente,
con tutti i comodi
e con molto valsente,
senza il pericolo
del minimo accidente,
poi sporgersi a gridar: Bisogna vivere
pericolosamente!
Ma in quel modo non vivono
che il fesso ed il pezzente.
...
Questo precisa anche meglio:
Qualcuno a noi strombazza:
Sprezziam la vita comoda!
Per lo grida al popol ch' in piazza
e non lo dice in casa, dopo cena,
sprofondando in poltrona, a pancia piena.
...
Un altro lo si cantava sopra un ritornello popolare:
Pur se cambia gli emblemi,
sempre a rotoli un popolo va,
quando i ladri e gli scemi
hanno cariche ed autorit!
...
E questo ha addirittura valore di rampogna civile:
La patria? Ma se  quella
che impecorita da un immondo nume,
non si ribella
e subisce il marciume,
e pi s'infogna
prosternata perfino a chi trad,
non amo questa patria ed ho vergogna
d'essere nato qui!
...
Uno cerca un tenue conforto:
Per esser consolato
dell'idiozia presente,
pensa che nel passato
l'Italia fu un paese intelligente!
...
Un altro osserva rassegnato:
Con molte azioni indegne oggi si va
rapidamente a grandi dignit:
c' chi con qualche affare e un grosso appalto,
a furia di bassezze  giunto in alto!
...
 filosofico anche quest'altro:
Tre forze che in politica
valgon pi di qualunque idealismo:
egoismo, cinismo e opportunismo!
...
Non una canzonetta nuova s'affacciava alla soglia della popolarit, senza che venisse rapidamente contraffatta e applicata al regime.
Il ritornello di Sincerit era mutato cos:
Me dice sempre er core:
sta zitto e nun parl,
nemica del fascismo
 la sincerit....
Ma quanno er duce parla,
coriamo ad ascort
strillanno: Evviva er duce,
lo possino ammazz!
...
Con gli occhi fuori dall'orbita, stravolto e malintenzionato, si dice che un ignoto passeggiasse innanzi a villa Torlonia, canticchiando minaccioso:
Un'ora sola ti vorrei,
per farti quel che tu non sai....
...
Chiss qual sardonico spirito, nell'auditorium dell'Eiar, coordinava le canzoni da trasmettere per radio, giacch durante un lungo periodo, veniva l'annunzio della marcetta Vinceremo!
E subito dopo: Illusione!
Un titolo faceva a pugni con l'altro, o meglio, lo integrava.
...
Non si calcolano le parodie di Lil Marlen. Ve n'era tra l'altre una che assicurava:
Se lo mandiamo a calci nel seder,
mandandolo a Berlin,
un giorno o l'altro ei vien
con te, Lil Marlen,
con te, Lil Marlen!
...
E La famiglia Brambilla era ritoccata su per gi in questo modo:
Col pap,
la mamm,
col beb,
col Bib
tra Claretta e Marietta s'avanza
la famiglia Petacci in vacanza....
Il Bib era lui, il potente signore d'Italia, vezzeggiato dalle vaghe amichette con quel nomignoletto tanto poco solenne e imperiale: Bib....
...
Gli aneddoti riguardanti le scuole erano molti e penetranti in cavit.
Ad un alunno il maestro diceva:.
Poich nelle nostre case c' il benessere e la tranquillit, chi dobbiamo noi ringraziare?
L'ingenuo scolaretto rispondeva:
Dobbiamo ringraziare il buon Dio, signor maestro.
Niente affatto! Se viviamo bene  merito del duce nostro, lui  tutto, lui fa tutto.
Gi, ma se il duce morisse?
Oh, allora s che ringrazieremmo Iddio!
...
Quando tra Italo Balbo, ministro dell'aviazione, e Mussolini capo del governo esistevano vivi e notissimi dissapori, originati dalla popolarit che il Balbo pareva acquistasse nel paese, il minor figlio del duce si present agli esami di terza elementare.
Bisogna approvarlo per forza, s'accordarono i maestri, se no son guaj, quindi  bene rivolgergli delle domande futili e facili.
Infatti l'esaminatore chiede al ragazzino, con molto rispetto e deferenza:
Siccome nella nostra nazione abbiamo un grand'uomo, di quelli che nella storia rimangono immortali, ossia non muoiono mai, sai tu dirmi chi ?
Il piccolo ci pensa un po' su, poi risponde:
S,  Italo Balbo.
Ma no, da chi hai appreso uno sproposito simile?
Da pap, lui dice sempre che quel Balbo non muore mai.
...
Qual' il pi bel giorno dell'anno? domanda una maestra ai suoi minuscoli allievi.
Natale! risponde uno.
Pasqua! trilla un altro.
Il giorno degli esami! fa un terzo, gesuiticamente.
No, bambini, pensateci meglio... spiega la maestra, io parlo del pi bel giorno, che a tutti piacerebbe venisse anche magari domani.
Io lo so... grida un piccolino.
E allora sentiamo, qual'?
Il dieci di novembre.
Il dieci di novembre? E per qual motivo?
Mah, io sento sempre pap che invoca quel giorno, perch venga il pi presto possibile.
Oh bella, ma che santo c' al dieci novembre?
Santa Rachele vedova...
...
Alla lezione di zoologia, un insegnante chiede ad uno scolaro poco studioso e molto disattento:
Come si chiama quella bestia ruminante che dove passa lascia una traccia, ossia lascia il suo sentore olfattivo?
L'interpellato non sa rispondere e il professore lo aiuta:
Suvvia, pensa a una bestia che rumina...
Un compagno caritatevole suggerisce pianissimo:
Il Mus... il Mus...
Il Mussolini! proclama trionfante lo scolaro negligente.
Ma no, il muschio, idiota! corregge subito il professore, terrorizzato.
...
Un altro professore di ginnasio spiegava:
Il fascismo  tutore e istitutore del popolo, lo sorveglia, lo fa camminare avanti, e cos il fascismo tenendosi dietro, vive....
Vive alle spalle del popolo! concluse un alunno, con la voce dell'innocenza.
...
Intanto viene proposta la riforma della scuola e sprizza subito fuori l'epigramma corrosivo:
La riforma delle scuole?
S, ci vuole,
pu magari
darci subito buon frutto,
se riformano anzitutto
gl'insegnanti e gli scolari.
...
Grandi e piccoli odiavano fascismo, fascisti e capoccia, dunque, specialmente dopo i primi anni. I ragazzini non si lasciavano conquidere dalle "befane fasciste" e dalle "colonie estive", come i giovani delle scuole secondarie non erano mica comperati dalle fanfaronate dei "littoriali" o dai campeggi al mare o al monte. L'odio serpeggiava dovunque, irrimediabile, perch scolaretti e studenti godevano della festajoleria del regime, ma la cuculiavano senza il minimo rispetto.
Per esempio, si accennava a Lil Marlen, fingendo che fosse il sommo nume nostro a canticchiarla, rivolto al ritratto d'Hitler.
Io soffro e piango
se penso a me,
ma poi sorrido
se penso a te....
E tra loro, ragazzoni o ragazzini, intavolavano botte e risposte indiavolate:
Sai perch il duce ci fa giungere nudi alla meta?
Perch strada facendo, lui ci spoglia!
Alle volte si gridava:
Allegri, camerati, ch forse il fascismo, prima dell'annuale della marcia su Roma, ne fa un'altra...
Quale?
La marcia funebre!
E poi ridacchiavano a certi calembours di dubbia eleganza:
Ma perch mai tra Francia e Italia non spira aria buona?
Sfido, con Ptain da una parte e Petacci dall'altra...
E sia tra i piccoli che tra i grandi, si ripeteva un'implorazione biascicata su per gi come una prece, facendosi il segno della Croce:
Il cibo ci sparisce,
il duce ci tradisce,
il re niente capisce,
il popolo patisce,
Signoriddio, quando finisce?
Non era nuova, ma era perfettamente sincera!
...
Visitando un campeggio estivo, il burattinone rivolge qualche domanda ad alcuni ragazzi:
Che cosa sei tu?
Niente, signor duce, qui non sono proprio niente...
E che cosa sogni di essere, sentiamo?
Vostro figlio, per esempio.
Il nume sorride e dice a un altro:
Anche tu, vero?
Oh, fa il piccolo, modesto e sommesso, io non sogno che d'essere il vostro orfano.
...
In una scuola rurale, il maestro interroga un alunno:
Dove ognuno di noi ha il sentimento del buon Dio?
Nel cuore.
E il pensiero della patria?
Nella mente.
E il duce?
Secondo, signor maestro: mio zio lo ha sui nervi, mio padre lo ha sullo stomaco.
...
Morto Bruno Mussolini, in ogni scuola si fanno collette per mandar corone. Uno scolaro si ostina a non portare il suo contributo.
Ma perch? rimbrotta l'insegnante, perch tuo padre nega due lire per infiorare la tomba al figlio del duce?
Pap dice che due lire son poche, se invece del figlio fosse il padre, lui ne darebbe anche mille.
...
Il rampollo d'un gerarchissimo torna imbronciatissimo dalla scuola.
Che hai? gli fa la madre.
Ho... ho che nessuno ancora sa che io sono figlio tuo.
Ma s che lo sanno tutti, sciocchino!
Ti dico di no! In classe sono figlio della Lupa, in chiesa sono figlio della Madonna e per la strada sento dire che sono figlio d'una certa Messalina... Io non la conosco neppure!
...
Il direttore d'una scuola vede un crocifisso anche in direzione e s'irrita col segretario:
Non  a posto, non  adeguato ai tempi, sostituitelo subito!
Il segretario obbedisce prontamente e fa mettere in cambio un gran fascio littorio.
Oh, approva il direttore, ecco, quello s ch' una vera croce!
E ancora non si prevedeva per quale Calvario eravamo avviati!


 11. COS PER VENT'ANNI.
Mussolini, ricordando, dopo dieci anni, il suo discorso del 1922 al gruppo Sciesa di Milano:
Noi suoniamo la lira su tutte le corde!
Un deluso:
No, voi suonate l'Italia, perch le lire ve le mettete in tasca!
Nei circoli, nelle case, nelle villeggiature si trascorrevano serate intere a barzellettare contro il figlio del fabbro-ferrajo di Predappio, contro la sua corte e i suoi cortigiani. Ciascuno aveva da dire la propria, e ne zampillavano sempre delle nuove, a getto continuo, ridendo e deridendo, cos che mai, nell'intera Italia, in alto e in basso, sia tra i nobili che tra il popolo, come tra la piccola e grande borghesia, nessuno mai riusc a prendere profondamente sul serio il fascismo e il suo condottiero. Nessuno, tranne Vittorio Emanuele III. Perfino coloro che ne traevano favori e lucri, onori e grandezze, ci credevano poco e sapevano che da un giorno all'altro la cuccagna sarebbe finita.  facile intuire quanto tutti quei signori fossero in malafede, se si pensa che frequentemente essi erano i primi a divertirsi delle barzellette, magari ridendo verde, ma se le riferivano, se le telefonavano, se le trascrivevano per non dimenticarle. Salvo ad assumere il fiero aspetto rigido, "facite 'a faccia feroce!", austero e convintissimo, non appena v'era da comparire in una cerimonia, dove si presentavano in alta uniforme, cosparsi di nastrini ciondoli scudetti distintivi e tutti quegli altri ammenicoli da cotillon che costituivano i loro addobbi rodomonteschi.
Si obietter che le barzellette non sono una rivoluzione.  vero, ma sono un'arma, la sola arma con cui ci siamo difesi e abbiamo offeso per vent'anni. N' prova la costatazione che quando il dittatore decise la guerra e la dichiar, contro il volere di tutta la nazione, le barzellette presero a diradarsi e cessarono addirittura appena s'inizi l'atroce catena di disastri che port l'Italia allo sfacelo. Da quel giorno la farsa fascista era conclusa, determinando la definitiva sventura dell'Italia. Non c'era pi da ridere ma da piangere, i fiumi delle facezie avevano ceduto l'alveo ai fiumi di sangue. E forse solamente allora molti compresero come avevamo fatto male a trattare il masnadiero e la sua banda a frecciate d'arguzie, quando bisognava scacciarli a colpi di rivoltella.
Ma prima di quello spaventoso anno 1940, il ridicolo in cui erano sommersi gerarchi e capintesta, li aveva resi schernevoli agli occhi degl'italiani e non sembrava verosimile che i clawns da circo potessero tramutarsi in sanguinarie belve.
S'era stabilito gi da anni che gli spettacoli offerti da tutti i pezzi magni del fascismo, con capocomico Mussolini, avessero il repertorio formato di poche commedie: una di Zamacois, una di Bernstein, una di Schiller e una di Victor Hugo:
I Buffoni, interpretazione speciale dei componenti il governo;
Il ladro, cavallo di battaglia del caporione;
I Masnadieri, lavoro particolare per gerarchi;
I Miserabili, nella riduzione drammatica espressamente fatta per i commedianti di palazzo Venezia.
Mancava assolutamente nel repertorio del fascismo L'Onore (di Sudermann), in compenso c'era Quella vecchia canaglia (di Nozire), protagonista il divo di Predappio.
...
Poich si piccava di saper fare tutto, il gran Fetonte faceva credere anche d'essere un violinista. Un giorno Toscanini esclam:
Se suona il violino come fa lo statista, chiss che strazio per le orecchie di chi ascolta!
Eppure, osserv qualcuno, egli mostra di saper suonare benissimo un altro strumento a corda, ma ad una corda sola, quella della forca.
...
Si vantava inoltre d'essere poliglotta, ma gi, che cosa non era lui? e un suo tirapiedi lo trombazzava con la solita ammirazione illimitata:
Il duce conosce a fondo il tedesco, parla scioltamente l'inglese, scrive bene il francese...
Rovina soltanto l'italiano... bofonchi uno dei presenti.
...
Era d'una volgarit rozza e villana, nel gesto e nella conversazione: un clinico conosciutissimo anche per la sua statura tutt'altro che gigantesca, siccome aveva con lui della confidenza, confessava ad un amico:
Mussolini  assai pi alto di me, tuttavia io non posso ascoltarlo senza abbassarmi.
...
Per una carica vistosa, il nume cercava uno di quei nomi che facevano effetto sul pubblico.
Mi ci vuole una celebrit, una persona di fama... Perch non scegliete il tale? sugger il segretario del partito, indicando un gregario stupidissimo.
 celebre?
Sicuro!
In che cosa?
Mah, non ha mai fatto parlare di s.
...
Negli ultimi tempi, quando la lue gli aveva corroso la materia grigia ed egli dava ancora pi gravi i segni della megalomania criminale, si notava:
Egli  tutto,  come il Re Sole che affermava: Lo Stato sono io!
S, infatti, Mussolini  stato... Ma adesso non  pi niente.
...
Per un certo tempo, quando due amici s incontravano, l'uno diceva all'altro:
Posso darti due notizie, una buona e l'altra cattiva.
Dimmi quella buona.
Mussolini e Hitler hanno avuto un convegno e le automobili dell'uno e dell'altro, per corrersi incontro con maggior impeto affettuoso, si sono investite a vicenda, fracassandosi e uccidendo i due delinquenti.
E la notizia cattiva qual ?
Che purtroppo questo fatto non  vero.
...
Qualcosa di analogo riferisce il seguente discorsetto tra amici:
Sai tu precisarmi con un esempio la differenza tra sciagura e sventura?
Sta attento: l'aeroplano pilotato dal duce strapiomba in terra da una quota di tremila metri, e uccide lui con tutto il suo stato maggiore... Che cos'?
Una sventura.
No,  una sciagura! La sventura  che il fatto non sia ancora avvenuto....
...
Pranzo intimo di Mussolini e Hitler: tra una portata e l'altra, il capo tedesco viene chiamato al telefono. Egli si alza e prima di allontanarsi prega il suo correo:
Stappa tu lo spumante, caro camerata, perch ci porta fortuna.
L'italo canzonettista esegue l'ordine, ma essendo maldestro, si fa andare il tappo in un occhio, producendosi un largo livido.
Oh, che t' successo? fa Hitler, tornando a tavola.
Mah, non so com' stato... balbetta il nume nostro.
Ma perbacco! prosegue il tedescaccio,  possibile che appena ti lascio solo un attimo, tu le pigli subito da qualcuno?
...
A Milano, dopo un lungo periodo di disastrosa amministrazione comunale a base d'imbrogli, sotto un podest Belloni, mentre era ministro alle corporazioni un'eccellenza Rossoni, gli ambrosiani lamentavano nostalgicamente:
Nel secolo scorso, la musica in Italia era fatta da uomini che si chiamavano Bellini e Rossini, oggi invece siamo, suonati da Belloni e Rossoni!
...
Il nume istituiva enti dappertutto, si deduceva che soffrisse d'enterite: c'era l'ente della cooperazione, l'ente della moda, l'ente del grano, si aggiungeva che stava per regalare agli italiani perfino l'ente-roclisma.
Quando istitu a Novara l'ente del riso, si disse:
Ha istituito se stesso: chi pi di lui provoca il riso generale?
E siccome per ogni attivit sorgeva l'ente relativo, si parl sottovoce, naturalmente, di un ente al quale era affidato il compito di liberar l'Italia dal suo padrone e dal fascismo.
Ma no, si rispondeva con incredulit, magari fosse... E che ente sarebbe?
L'Ente Supremo!
...
Recatosi a pranzo in casa di suo genero, nel periodo in cui v'era il divieto del caff, la figlia e il consorte dissero:
Pap, abbiamo fatto uno strappo ai tuoi ordini, abbrustolendo del caff vero, che ora berremo...
Be', non  mica uno strappo, cari miei, li confort il Terribile, anzi voi obbedite meglio degli altri italiani alla mia volont, perch bruciate un prodotto coloniale proibito.
...
Per i suoi pietosi sfoggi di cultura, spesso il maestrucolo elementare citava con molta sicurezza e anche a sproposito nomi, date ed avvenimenti storici senza alcuna esattezza n verit, per poi fingersi modesto, sottolineando le sue errate citazioni.
Scusate la mia erudizione! ebbe a dire nell'ultimo infelicissimo suo discorso al direttorio del partito, un mese prima del 25 luglio 1943, attribuendo a Protagora un pensiero di Anassagora.
In una conversazione, un fascista da mezzo milione di stipendio annuo, faceva il panegirico del suo principale:
 l'uomo che inventa ogni giorno nuove formule politiche, inventa leggi che sono la fortuna dell'Italia, soluzioni d'immensi problemi...
 vero, annu uno degli astanti,  un inventore di prim'ordine, inventa perfino la storia.
...
Tutti sanno quale voltagabbana sia stato colui ch'era per i suoi umilissimi leccazampe "l'uomo della Provvidenza": in uno dei primissimi congressi del partito, egli dichiar apertamente e a gran voce che il fascismo era ateo e tendenzialmente repubblicano. Perci, poco dopo, egli si mut in puntello della monarchia e rimise il Crocifisso nelle scuole. La qual cosa  ben fatta, ma sarebbe stata pi schietta se l'avesse compiuta una persona senza precedenti d'ateismo.
Quando, dunque, egli intravedeva la possibilit di ghermire il potere, passeggiando con vari amici, si tolse il cappello innanzi alla Croce portata da un sacerdote che precedeva un funerale.
Come, stup uno della comitiva, Mussolini s' riconciliato con Ges Cristo?
Uhm! gorgogli l'interpellato, lo saluta qualche volta, per gli occhi della gente, ma ancora non Gli rivolge la parola, poich non ne ha bisogno, per il momento.
Non ne avr bisogno nemmeno per il futuro.
No, sta tranquillo, quando gli servir, quello  uomo da mettere la camicia nera anche a Nostro Signore Ges.
Ci che infatti Mussolini tent, ma non gli riusc. Anzi si racconta che per accattivarsi le simpatie del mondo cattolico, egli chiedesse ad un alto prelato:
Che cosa devo fare, dunque, per guadagnarmi il paradiso?
...
Circa il suo ateismo, Angelica Balabanoff racconta che in Svizzera il buffone pubblic un volumetto intitolato Dio non esiste!, e partecipando ad un comizio sovversivo, egli depose sul tavolo innanzi a lui un orologio prestatogli da un compagno, dichiarando in tono di sfida:
Concedo a Dio tre minuti di tempo per fulminarmi, se in questi tre minuti io non sar incenerito,  segno che Dio non esiste!
Credo che al mondo assai difficilmente si riesca ad essere pi cretini di cos.
...
Nei primi tempi che sal al governo, il divo ebbe l'uzzolo della nobilt: volle essere ricevuto nel Circolo dell'aristocrazia di Roma, diede ricevimenti invitando principi e duchi romani, i quali si dilettavano un mondo alle topiche e alla prosopopea dell'avventuriero ex muratore in posa augusta. Vi fu perfino un babbo di professore che s'incaric di provare come il padre dell'Infallibile, oltre che fabbro sfatigato e taverniere sbevazzone, fosse anche discendente da chiss quale ipotetico grande di Spagna che si chiamava Musolinos o gi di l. E tutto ci ci rallegrava infinitamente. Immaginarsi quante e quali amene frottole escogitavamo ogni giorno!
Io sono in fondo un aristocratico, confid il despota a un giornalista che l'intervistava, il mio spirito ha la tinta rossa del plebeo e la sfumatura azzurra del blasonato di razza, il colore verde dell'artista e lo sfondo grigio del pensatore, insomma il mio spirito ...
 quello d'Arlecchino! interruppe l'interlocutore.
Ma questa frase non comparve sul giornale che pubblic l'intervista.
...
Un'altra volta, in uno dei suoi atteggiamenti da superuomo nietzschiano, in cui c'era l'evidente scimmiottatura di Gabriele d'Annunzio, il sire di villa Torlonia ebbe ad esclamare:
Io fuggo la bassa gentaglia!
Uno dei suoi trepidi gregar, che allora si ritrovavano al caff Aragno, osserv:
Se la fugge  perch egli la conosce bene.
No, intervenne un altro,  perch conosce bene se stesso.
...
In uno dei suoi discorsi in piazza, a Firenze, una mattina egli afferm:
Per la patria io son pronto a sacrificare tutto.
Un caustico fiorentino fu del medesimo parere:
Gli ha ragione, va! O 'un ha gi sacrificato la patria stessa, per il suo comodaccio?
...
Tra studenti si diceva:
Che monte  il Chilimangiaro?
Un monte fascista, perch significa "mangiare a chili".
Vedi che ti sbagli? Se fosse fascista, mangerebbe a quintali!
...
Uno dei ministri che si vide improvvisamente dimesso, perdendo la pazienza, sfuri:
Me ne devo andare? Sta bene, tanto peggio per il principale!
No,  peggio per voi... gli opposero.
Per lui, vi dico, giacch io finora da questo posto non avevo servito che gl'interessi miei, ora che finalmente stavo per servire il paese, lui mi licenzia... Non  dunque tanto peggio per lui?
...
In una casa di maternit, da un po' di tempo tutti i bimbi che nascevano assomigliavano stranamente al capo del governo.
O che sar mai? fecero gli ostetrici stupefatti, deve trattarsi d'un fenomeno collettivo.
Indagarono, chiesero riguardosamente alle puerpere se avessero mai, per caso, avuto rapporti col duce. Ma le donne si offesero, raccapricciando. Allora vennero invitati tutti i padri, e il direttore della clinica spieg loro l'incredibile faccenda:
Egregi signori, non so come avvenga, ma qua vediamo che tutti i vostri figli hanno la faccia del duce.
C'era da aspettarselo! chiarirono quelli,  tanto tempo che ne abbiamo le scatole piene!
...
In uno dei suoi famosi articoli sul Popolo d'Italia, l'Uomo del destino scrisse: "Uno dei peggiori mali  l'ottimismo imbelle e imbecille".
E molti esclamarono:
Oh, il duce  un grande ottimista!
...
A Pesaro, nel 1926, parlando in piazza, promise:
La nostra lira va difesa e sar difesa!
 appunto per difenderla, che i fascisti se ne riempiono le tasche... brontolarono i pesaresi.
...
Nello stesso anno, nel messaggio del 28 ottobre, scrisse:
"Bisogna riformare il costume".
Sicuro, si disse, non c'era abbastanza malcostume in Italia, ora ci pensa lui.
...
E aveva scritto l'anno prima: "Spesso il caso, la fatalit, gli uomini guastano l'opera che si credeva compiuta".
Subito si comment:
Ha ragione, dopo Vittorio Veneto noi italiani credemmo l'Italia compiuta, ma  venuto lui e ce l'ha guastata.
...
Nell'Enciclopedia Treccani, alla voce "fascismo", redatta personalmente da lui, il nume scrisse tra l'altro: "Chi dice fascismo, dice stato".
Un famosissimo penalista napoletano osserv:
Chi dice fascismo dice stato, s, ma stato di fatto, purtroppo, non stato d'arresto, come sarebbe pi giusto.
Pi sotto, nella stessa enciclopedia, il capocamorra insiste: "Il piede di casa  un segno di decadenza".
Perci si commentava:
E dove metteremo il piede, dunque?
Dietro a lui, se vogliamo evitare la decadenza.
...
Nel 1923, in uno dei suoi troppi articoli diffusi, ristampati e venerati come le tavole della legge, aveva scritto: "Il fascismo non conosce idoli, non adora feticci".
Si disse ridendo:
C' un solo feticcio per tutti, ed  lui!
...
Nello stesso anno scriveva su Gerarchia: "La libert non  un fine,  un mezzo".
Mentre poco prima, al Senato aveva detto:
La libert non  solo un diritto, ma un dovere!
E poco dopo, a Torino, tuonava:
La libert senza ordine n disciplina significa dissoluzione e catastrofe.
E a Montecitorio:
Ma che cosa  questa libert? Esiste forse la libert?
Nel mondo giornalistico, dovendo fare dei commenti elogiativi, non capivano come regolarsi e concludevano:
Mussolini gioca di prestidigitazione con i suoi stessi concetti.
Passato un anno, infatti, nel 1924, egli a Roma concionava:
La libert non  un'uguaglianza,  un privilegio.
E la gente sogghign:
Un privilegio riservato in esclusiva a lui e ai suoi complici.
Ma ancora un anno appresso, sempre a Roma, egli afferma con la sua insuperabile sfrontatezza:
Il governo fascista ha ridato al popolo le essenziali libert!
Ed alcuni domandano in giro:
Quali sono le libert essenziali? Mangiare no, parlare nemmeno, agire e vivere liberamente neanche a pensarlo....
Ignoranti, le libert essenziali, in Italia, sono quelle di esaltare il governo, pagare le tasse, ingrassare i gerarchi, morire di fame e gridare viva il duce!
Cos, mentre tutto nel nostro misero paese si veniva sempre pi squilibrando, dalle ricchezze che si ammucchiavano nelle mani di pochi pirati alle libert che, concesse tutte ad una sola categoria di fascistoni, diventavano libertinaggi e arbitr, il nume os dichiarare ancora, nel 1934, ad un'assemblea in Roma, il 18 marzo:
Il fascismo ristabilisce nel mondo contemporaneo gli equilibr necessari!
Come trattenere allora le risate, le ironie, le beffe?
Era appunto cos che nascevano le barzellette. Da quale fonte scaturissero in principio, non s' mai saputo con precisione. Spesso di qualcuna se ne attribuiva la paternit a Tizio o a Cajo, ma i designati si affrettavano a smentire senz'altro, recisamente: non c'era da scherzare! Procacciarsi il confino o la gattabuja, la miseria o la persecuzione o addirittura l'invio all'al di l, per un motto di spirito, sarebbe stato un eroismo inutile e sciocco.
Le barzellette, dunque, nascevano ed era bene non incamminarsi in cerca delle fonti. Talvolta era la semplice esclamazione di qualcuno, uno qualunque, che riferita ad altri chicchessiano e ripetuta ancora da un qualsivoglia ad un chiunque, prendeva corpo di storiella via via che passava di bocca in bocca.
Esempio: Mussolini s'era fatto definire dai suoi amanuensi "motore del secolo": quando incominciarono le prime brutte figure e cominciarono subito, sui campi di battaglia, ci fu chi disse:
Ahi, il motore  in panna!
Intorno alla frase sarcastica, l'aneddoto si formava da s, si sviluppava, ciascuno v'aggiungeva qualcosa di proprio, e un motto finiva con l'essere qualche volta perfino una novella. Mussolini disse in parlamento, il 26 maggio 1929:
In Italia non c' posto per gli antifascisti!
Una voce in sordina arrischi:
O briganti o niente!
La sera tutti sapevano di quell'esclamazione e la riesponevano con molta cornice.
Nel 1924, all'Accademia di Belle Arti di Perugia, l'Infaticabile sproloquia:
Bisogna creare l'arte nuova, l'arte fascista.
E con che cosa? chiede sottovoce un tizio.
Col grimaldello! soffia un altro.
Qualche ora dopo, la battuta  gi bell'e arrivata a Roma.
Di motti del genere se ne possono riferire a migliaia, perch l'eloquenza dell'insonne genio di Predappio era torrenziale. In Roma, il 30 ottobre 1937, egli promise:
A tutto il popolo italiano, una casa sana e decorosa!
Dialoghetto di conseguenza, tra due ignoti:
E a lui che casa spetter?
Una casa di pena.
Proseguiamo a citare alla rinfusa, se non vi dispiace, perch coordinare la materia parolaia del nume non mette conto. Il 4 novembre del 1925, al teatro Costanzi, egli svela:
L'Italia non si  esaurita nella prima e nella seconda civilt, e ne sta creando una terza...
Per distruggere le due prime! brontola una persona, in un palchetto di proscenio.
Quindi, nello stesso discorso, il divo proclama:
Noi siamo i portatori d'un nuovo tipo di civilt!
Quella dei delinquenti! precisa uno spettatore delle poltrone.
A Pescarolo, nel 1924, il dittatore grida:
Tutti dobbiamo considerarci servi della nazione!
Due paesani lamentano:
Anche i fascisti?
S, ma quelli sono servi che rubano sulla spesa.
In parlamento, il 24 maggio del 1925, altro proposito mussoliniano:
Dopo aver conquistato la sicurezza, dobbiamo tendere alla potenza.
Ma no, basta un poco di Pubblica Sicurezza per lui! dice piano uno del pubblico.
In piazza Colonna, il 28 ottobre del 1926, stentoreo grido del nume:
La mia parola d'ordine  un verbo: durare!
Una timida voce tra la folla:
E un altro verbo: rubare!
In piazza Venezia, il 28 ottobre del 1933:
L'Italia fascista deve tendere al primato sulla terra, sul mare, nei cieli...
E nelle carceri giudiziarie! completa uno qualunque.
Il 24 marzo del 1924, in Roma:
Non vi pu essere forza se non c' consenso!
E se non c' consenso, lui l'impone con la forza! -aggiunge il Pinco Pallino della folla.
In piazza, a Perugia, nel 1926, il divo enuncia:
Se mai vi fu nella storia uno stato di popolo,  il nostro.
Verissimo, conferma l'individuo X, infatti il popolo non osa parlare.
Il 3 marzo del 1926, egli predica agli assicuratori:
Ogni individuo e ogni popolo  artefice del suo destino...
Uno not subito, pianissimo:
Parla sgrammaticando.
Non badarci, fa un altro. Dio volesse che i suoi errori fossero soltanto di grammatica.
A Parma, in piazza:
Bisogna agire, muoversi, combattere e se occorre morire!
Che? esclama una donna, vuol farci morire?
S, le rispondono, e magari tutti, purch viva lui solo!
A Firenze, nel 1930:
Noi non possiamo mai metterci a sedere!
Ce ne siamo accorti, perch il sedere ci duole! fa un giovinotto.
All'assemblea delle corporazioni, nel 1936:
Il fascismo non intende statizzare l'intera economia della nazione...
Oh, no, intende appropriarsene e basta! bisbigli un impiegato.
Parlando ai capifamiglia rurali, nel 1935, l'idolo schicchera:
Chi non beve vino  un agnello, chi ne beve giusto  un leone, chi ne beve troppo  un asino!
E i rurali deducono:
Da noi chi sta in basso non beve, quindi  un agnello, chi sta in alto beve troppo, quindi  un asino!
A Firenze, nel 1930:
Un secolo intero ci appartiene! egli grida.
S, ma lui dovrebbe passarlo a Pantelleria! si mormora.
Nello stesso anno, a Bologna:
Chi ha del ferro ha del pane, ma quando il ferro  ben temprato, trova anche l'oro.
E un brontolone emiliano bofonchia:
Ma se son dieci anni che lui l'oro lo trova nelle nostre tasche!
A Montecitorio, nella seduta del 25 marzo 1938:
L'Italia ha una volont sola, un'anima dura e marcia diritto...
Nella tribuna del pubblico si parlotta:
Hai sentito che l'Italia marcia?
Non c' dubbio, e pi in alto si va, pi marcia si trova.
Il 22 giugno del 1925, sempre in Roma, il sommo aveva asseverato:
Noi creeremo attraverso un'opera di selezione ostinata e tenace, la nuova generazione.
Un operaio domanda:
La crea lui?
S, risponde uno accanto, una generazione di figli di sgualdrine.
A Catania, nel 1937, dal balcone del municipio:
Noi non ci vergognamo pi d'essere italiani, ne abbiamo l'orgoglio!
E i catanesi dissero:
Per noi italiani non ci guardiamo nello specchio per non sputarci in faccia!
E a Palermo, nel Foro Italico, il 20 agosto dello stesso anno:
L'Italia fascista pu affrontare e piegare qualunque destino!
Vall'a contare ai minchioni! risero i palermitani.
...
Non era mai abbastanza saturo di onori e stamburate. Si rivolse anche al Pontefice:
Non potrebbe la Santit Vostra inserire il mio nome in qualche litania?
Non occorre, sorrise il Santo Padre, voi siete gi ricordato nel Paternoster.
Io? Davvero? E dove?
L dove si prega il Signore: Libera nos a malo.
...
Volle premiare un industrioso ortolano che aveva piantato i suoi ortaggi in modo da ottenere delle figure e delle scritte fasciste. Lo ricevette e lo encomi:
Vi lodo incondizionatamente! Ma come avete fatto a combinare un orto cos patriottico?
Ho concordato i colori d'ogni pianta nel seminarla ed ho composto il fascio col finocchio e la rapa, ho fatto W. IL DUCE col cocomero e VINCEREMO col cavolo.
...
Per una manifestazione dell'asse, si trovano a palazzo Venezia il Pirgopolinice nostro, quello alemanno e il rappresentante nipponico: gi, nella piazza, la solita moltitudine "oceanica" acclama chiamandoli fuori. E qualcuno maligna:
Perch chiamarli fuori, quando sarebbe meglio metterli dentro?
Il teutone propone ai due compari:
Affacciamoci uno dopo l'altro e sentiamo chi  festeggiato di pi.
Messisi d'accordo, Hitler va al balcone e froda, perch butta sulla folla manate di fogli da mille. Applausi a non finire. Mussolini, non meno ciurmatore, si mostra subito dopo, gettando dall'alto una pioggia di tessere annonarie. Le acclamazioni arrivano alle stelle.
Il giapponese si morde le labbra e interroga l'ambasciatore:
Che cosa mi resta da buttare, ora?
Volete ottenere la pi clamorosa di tutte le ovazioni?
Magari.
Prendete i vostri soc dell'asse e scaraventateli gi tutt'e due. Avrete un trionfo!
...
Una delle solite dimostrazioni in piazza Termini: arriva Hitler, Mussolini  andato a riceverlo alla stazione. La bandiera sventola sul pinnacolo frontale dell'edificio e copre l'orologio ch' al centro. Urloni della folla. Il gran feticcio si secca:
Che cos'hanno oggi i romani?
Bah! Dicono che non vedono l'ora...
E non l'hanno vista che dopo pi di vent'anni...


12. GL'INTELLETTUALI
Mussolini a Perugia, nel 1923:
Se la nazione perisce, anche il popolo muore...
Purch viva lui solo. grid un ignoto.
Una delle caratteristiche pi arrabbiate del fascismo fu l'avversione per gl'intellettuali. Nacque evidentemente dal famoso manifesto antifascista firmato e lanciato alla nazione da un folto gruppo di uomini d'alto valore spirituale, proprio nei primi giorni del governo mussoliniano. Da allora "dgli all'intellettuale!" divenne una specie di parola d'ordine. Il capo, da autentico divetto di caff-concerto, con molta tracotanza e molta aria di superiorit, si vantava di disprezzare gli scrittori, di non essere mai entrato in un museo, di esecrare "quegli individui oziosi che si isolano nella loro cultura". Ogni volta che gli riusciva, nei discorsi o negli scritti, innestava qualche motto di spregio per il mondo dell'intelletto. I suoi lustrascarpe lo avevano capito e lo assecondavano pi che potevano. Un certo signor Giraci cos ne scriveva sul Messaggero: "Esteti e gente consumata dalla cultura, che porta con s un verso da scandire in segreto ed un fiore bellissimo all'occhiello".
Ci ch' il non plus ultra dell'idiozia fascista.
Nel dare le solite direttive ai giornalisti, il Ferocissimo disse, nel 1923, all'Associazione della Stampa:
Il giornalismo  una scuola di vita!
Di malavita, corresse piano qualcuno, e di malavita ai suoi ordini.
Il gran barbassoro prosegu:
Desidero che il giornalismo collabori con la nazione...
....nell'impecorirsi? domand un altro malcontento meneghino.
E nel 1928, ai giornalisti romani, il nostro zar intimava:
Il giornalismo italiano fascista deve sempre pi nettamente differenziarsi dal giornalismo degli altri paesi...
Eh, sussurr un vecchio cronista, gi si differenzia nell'aver perduto ogni libert.
E il nume continu:
Il giornalista italiano  libero, perch serve soltanto una causa e un regime.
Un corrispondente estero chiese sottovoce:
E come fa ad essere libero, se  servitore?
Ancora, nello stesso sermone, il capintesta avverte:
I giornalisti debbono essere moralmente e tecnicamente preparati.
Preparati a che cosa? fece un giovane inesperto.
Ad incensare solamente lui e a leccargli le terga! spieg uno del Popolo d'Italia.
Naturalmente io non garantisco l'autenticit di tanti commenti alle "sacre" parole dell'onnipossente di Predappio, ma si davano come pronunziati, sia pure a bassissima voce, magari con la tremarella in corpo, certo  che le frasi circolavano e si ripetevano, accolte come probabili, se non vere addirittura.
Ce l'aveva, dunque, con gl'intellettuali, 'er fijo d'a sora Rosa, come lo si definiva spesso a Roma.
Essi pensano... sfuriava colui che fu il pi ciuco di tutti i segretar del partito.
Che c' di male? gli si obiettava, forse che noi fascisti non pensiamo, qualche volta?
S, ma gl'intellettuali pensano con la testa loro e non con quella del duce, come facciamo noi.
Le ire di quel segretario contro Sem Benelli, per esempio, e contro Massimo Bontempelli, che pure essendo accademico, si mostrava indisciplinato, erano notissime, valevano quelle di Mussolini contro Benedetto Croce e Roberto Bracco.
Tutti i mezzi furono tentati per asservire al fascismo il mondo della cultura e del pensiero. Inutilmente! Quei malnati uomini di studio e d'arte erano in prevalenza refrattar: tra il fascismo e l'intelligenza della nazione s'era stabilita una incompatibilit senza rimedio, senza vie d'uscita. L'accademia e i prem letterar, le onorificenze, le sovvenzioni e altre lusinghe pi o meno sonore e sonanti non guarirono l'ostilit. Anche quelli che per necessit di cose dovettero aderire e adeguarsi, quelli che pi largamente accettarono onori e provvidenze, che scrissero articoli e libri magnificanti il burattinajo e i suoi fantocci, quelli che tennero conferenze di sperticata fede, che predicarono dalle cattedre le pseudo dottrine mussoliniane, mostrandosi accesi e convinti, ebbene perfino quelli appena abbassavano la voce, in casa e fuori casa, deridevano, schernivano, sferzavano, biasimavano, mai risparmiando quel ludibrio ch' il destino dei tiranni.
Un insegnante di Lettere perdette la cattedra perch dava da tradurre ai suoi scolari taluni brani di classici greci che mette conto di riportare.
Dai Cavalieri, di Aristofane, le parole d'un personaggio a un altro:
"Tu hai tutto quel che serve a conquistare il favore del popolo, voce stentorea, indole perversa, impudenza senza limiti, dunque tu possiedi interamente i requisiti indispensabili per arrivare al governo".
Dalle Vite degli uomini illustri, di Plutarco:
"Un potere che si basa sul terrore, sulla violenza, sull'oppressione,  insieme una iniquit e una vergogna".
Dalle Sentenze di Pittaco, che fu uno dei sette sav della Grecia:
" felice quel paese nel quale i disonesti non arrivano a governare".
Da Le Supplici di Euripide:
"Per gli uomini intemerati,  ripugnante vedere che un briccone, il quale in passato non era niente, ascende ai gradi pi elevati dello stato".
Dai Pensieri scelti di Senofonte:
" la pi spudorata impostura quella di voler governare senza averne la capacit".
...
In una Crestomazia latina per le scuole classiche, v'erano inseriti dei pensieri come i seguenti:
Dall'Adelphoe di Terenzio:
....et errat longe, nea quidem sententia,
qui imperium credat esse gravius aut stabilius
si quod fit, quam illud quod amicitia adiungitur.
(Sbaglia moltissimo, a parer mio, chi crede di stabilire meglio e pi a lungo il suo potere con la forza anzich col consenso).
Dalle Sentenze di Publio Siro:
Male imperando summum imperium amittitur.
(Mal governando si annienta la dignit del governo).
Dagli Annali di Tacito:
Paucorum dominatio regiae libidini proprior est.
(L'accentramento del potere nelle mani di pochi,  pressoch un dispotismo).
Dalle Storie dello stesso:
Nemo unquam imperium flagitio quaesitum bonis artibus exercuit.
(Mai alcuno esercit bene un potere acquistato in malo modo).
Ancora pi avanti, con Tacito:
Nec unquam satis fida potentia, ubi niam est.
(Mai fidarsi d'un potere, quand' soverchio).
E mi fermo qui nelle citazioni, ma  inutile dire che appena un preside, un pavido cortigiano, si avvide d'un simile florilegio, il libro fu bandito immediatamente e il compilatore mandato al confino.
...
Ma la resistenza degl'intellettuali trovava a volte delle forme sottili e spiritosamente insidiose. Eccone un esempio: il divo aveva una specie di debolezza per Niccol Machiavelli, anzi, come disse un professore di Torino, egli aveva la debolezza di sentirsi forte in machiavellismo. In una certa epoca del primo decennio, fu addirittura preso dall'uzzolo di sembrare l'attuatore degl'insegnamenti del Principe, quindi tra i suoi cipigli non mancava nemmeno quello di Cesare Borgia. Tenne una specie di lezione sul tema, alla Universit di Perugia, ingemm di citazioni del gran Niccol i suoi discorsi, per poco non comparve alle folle in costume da segretario fiorentino del sedicesimo secolo.
Un pittorello approfitt dell'occasione per ritrarlo seduto alla scrivania tra libri e carte, con una penna nella mano appoggiata al mento, in atto pensoso, tal quale il Machiavelli  nel celebre quadro di Stefano Ussi, nella Galleria Nazionale di Roma.
Allora ci si scambiava impressioni di questo genere:
Indubbiamente in Mussolini c' un po' del Borgia e un po' del Machiavelli....
Ti pare? Che cosa pu avere del duca Valentino?
La durezza di cuore.
E del Machiavelli?
I dolori di pancia.
Manco a dirlo, comparvero subito dei trattati sull'argomento, stud, saggi critici, opuscoli, tutti calorosamente raccomandati dall'alto, consigliati nelle scuole, imposti nelle pubbliche biblioteche, cos che per qualcuno anche il sommo storico e statista del Rinascimento si tramut in un buon affare. Senonch, tra le monografie ampiamente stamburate dai giornali, una ne usc miserella e putibonda: usc per modo di dire, giacch alla luce del sole non pervenne che di straforo e maluccio. Circol sotto sotto, tra le mani degli studenti, dei professionisti, delle persone colte. Era semplicissima, parlava di Machiavelli con una interpretazione opposta a quella datagli dal Giove predappiese a Perugia, e riportava tra l'altro, i seguenti brani dei Pensieri, con osservazioni e chiose gustosissime:
"Il principe tiranno voleva la servit, non la benevolenza degli uomini, e per questo pi d'esser temuto che amato desiderava".
"Coloro che si volgevano alla tirannide non si avvedevano che fuggivano tanta fama, tanta gloria, tanto onore, sicurt, quiete, soddisfazione d'animo e incorrevano in tanta infamia, vituperio, biasimo, pericolo e inquietudine".
"I principi devono fuggire come la peste gli adulatori".
"Nessun indizio si pu avere maggiore d'un uomo, che le compagnie con le quali usa".
"Il principe ottimo deve tenere il suo paese in giustizia grande, esser facile nell'udienze e grato".
"In un governo bene istituito, le guerre, le paci, le amicizie, non per soddisfazione di pochi, ma per bene comune si deliberano".
" meglio per comandare una moltitudine, esser umano che superbo, esser pietoso che crudele".
"Il ministro, se pensa pi a s che al Principe e allo stato, non sar mai buon ministro".
"Il ministro deve morire pi ricco di buona fama e di benevolenza che di tesoro".
"Governar troppo  il pericolo pi grande dei governi".
"Non c' tirannia peggiore di quella che si esercita all'ombra delle leggi e sotto colore di giustizia".
"Si riducano le tasse al giusto e al ragionevole".
" cosa dura voler trarre donde non si pu".
"In un governo bene istituito, le leggi si ordinano secondo il bene pubblico, non secondo l'ambizione di pochi".
"Non si muti dove non  difetto, perch non  altro che disordine".
"La natura degli uomini superbi e vili  nelle prosperit essere insolenti, e nelle avversit abbietti e umili".
"Chi  rozzo e crudele nel comandare,  male obbedito dai suoi".
E i compilatori della piccola antologia, chiudevano scrivendo: "Cos parl Machiavelli, ma evidentemente Mussolini non lo ha mai capito!".
...
Quando venne mandato a casa all'improvviso, con draconiano ordine, un illustre professore della Facolt di Lettere nella pi antica Universit italiana, il mondo intellettuale se ne chiese le ragioni. Pare, dunque, che discorrendo con alcuni studenti, i quali dopo la lezione lo accompagnavano fuori dell'aula, il professore dicesse a un tratto:
Ho finalmente trovato dei passi in cui Seneca ha torto.
Quali? chiesero alcuni giovani incuriositi.
Prima di tutto quando opina, nella "Tebaide": Inique nunquam imperia retinentur diu, ossia "mai s' visto che duri a lungo un iniquo regime".
Gli studenti compresero e gli si strinsero un po' pi da presso:
E poi, professore?
E poi quando arguisce, in "Tieste": Ubi non est pudor nec cura juris, sanctitas, pietas, fides, instabile regnum est. E cio " effimero un potere in cui non v' pudore e non si valutano la giustizia, l'onest, l'umanit, la fede".
E lei crede che Seneca abbia torto davvero, professore?
Evidentemente! Il regime fascista non dura gi da tre lustri?
...
Uno scrittore faceva osservare che nel Don Sebastian, il poeta inglese Dryden affermava che non si pu essere uomo di stato se non si  un grande ipocrita.
Ma... balbett qualcuno imbarazzato, ma allora Mussolini?
 infatti un grande uomo di stato! concluse lo scrittore.
...
Alla presenza di quel medesimo pi volte ricordato segretario del partito, dopo certi decreti-legge emanati dal divo, un avvocato afferm:
Le leggi inutili nuocciono alle leggi utili!
Menzogna! ragli il segretario trucibaldo, badate che io vi espello dal partito!
Ma non sono io a dirlo, protest l'avvocato, lo dice Montesquieu.
E io espello anche lui!
Se  cos, dovete far presto, perch  morto da due secoli.
...
Quel dannato mondo dell'intelligenza e della cultura non si adeguava, non si lasciava inquadrare. L'oraziano hirritabile genus era anche refrattario alle genuflessioni, all'osservanza di ogni editto e d'ogni ukase del padrone. Non che mancassero i panegiristi, tra la gente intellettuale, ch purtroppo parecchi si abbassavano alle pi sbracate forme della cortigianeria, per arricchirsi in tal guisa, collezionando cariche e onori. Ma la massa era indocile, restia, recalcitrante.
Talune sfere culturali delle grandi citt avevano il viziaccio, oh, incorreggibili! di non saper tacere, ma non volendo scapparsene in esilio e provando una istintiva riluttanza per le patrie galere, facevano parlare personaggi lontani nel tempo e nello spazio, pensatori, scrittori, statisti defunti e passati alla storia. Pertanto, assai spesso, sia in articoli su riviste e giornali, sia nel testo di libri, conferenze e lezioni scolastiche, spuntavano frasi, idee, pensieri del tutto eterodossi, ma sempre con tanto di citazione dell'autore, regolarmente defunto forse da qualche secolo, e magari da qualche millennio, perci non pi incarcerabile n fucilabile. Tuttavia constatavano che ad una lunga serie di uomini celebri, da Aristotele a Carducci, da Euripide a Massimo Gorki e via dicendo, bisognava imporre almeno l'espulsione dal fascismo, per delitto di lesa maest mussoliniana.
Avveniva uno dei tanti cambiamenti di ministri secondar, ci ch'era detto "l'avvicendamento dei piccoli struzzi", cio gli struzzini, perch gli struzzoni assai di rado lasciavano la pappatoria, subito, in uno scritto che trattava di costumi orientali, per esempio, si poteva leggere la seguente citazione: "I ministri che cambiano spesso sono un male, ma qualcosa di peggio sono i cattivi ministri che non cambiano mai".
Poteva forse qualche gerarcone arricciare il naso? No, perch a fianco al pensiero c'era il nome dell'opera e dell'autore: Penses morales et politiques di Pelet de La Lozre.
Quando, dopo i primi due o tre anni di potere, Mussolini si tolse la maschera, era stata permessa in teatro la riesumazione del Matrimonio di Figaro, nel quale ad una certa scena del terzo atto, un personaggio dice in tono sprezzante:
"Simular di non sapere quel che si sa e di sapere quel che non si sa, di capire quel che non si capisce e non capire quel che ognun capisce, d'essere strapotenti, di dover celare un gran segreto che non esiste, apparire pieni di pensieri quando si  vuoti, atteggiarsi bene o male a grand'uomini, spargere delle spie e salariare dei traditori, tentare di elevare l'ignobilit dei mezzi per l'altezza dei fini, ecco che cos' la politica!".
Un applauso vivissimo scrosci alla prima rappresentazione, a Milano: il pubblico rise, battendo a lungo le mani. Con chi prendersela? Con Beaumarchais che aveva lanciato la frecciata contro gli uomini politici francesi del 1784, o con l'attore che recitandola pareva indirizzarsi agli uomini politici italiani di centocinquant'anni dopo?
Le autorit fasciste che erano in platea finsero di non intendere, ma alle recite successive la battuta venne soppressa.
Un altro improvviso e prolungato applauso significativo scoppi in un teatro a Bologna, ad una recita dell'Amleto.
S, signore, dice ad un dato punto il folle principe di Danimarca, essere onesto, a questi lumi di luna, significa essere un uomo scelto tra diecimila!
Per caso, o pi probabilmente con voluta intenzione, l'attore protagonista ingross la cifra, dicendo un milione anzi che diecimila. Il suo interlocutore esclam a mezza voce: Esagerato!
Ha ragione Amleto! scatt uno delle poltrone.
E il pubblico applaud approvando allegramente.
...
Dopo un discorso tra i pi istrionici, nel quale il nume aveva detto che bisognava essere pronti anche a dar la vita per lui e per la sua vanagloria, compariva in un giornale letterario una biografia dello scrittore livornese Carlo Bini, il quale nella prima met dell'Ottocento fu patriota, carbonaro, soffr il carcere insieme a Francesco Domenico Guerrazzi e pubblic quindi il Manoscritto d'un prigioniero, di cui venivano riportati alcuni periodi. Uno di questi diceva: "Il despota bisogna che insegni a dormire. Guai a lui se insegna a morire:  una lezione che bentosto gli torner contro".
Chi voleva capire, capiva. E ci si sollazzava, beffando.
Nella disamina di alcuni scrittori francesi, comparsa in una rivista di Milano, venivano citati e riportati molti pensieri, alcuni de quali erano come sassi dei monelli contro la piccionaja del regime. Tra gli altri, questi tre di Remy de Gourmont:
"L'anarchia o il dispotismo, in fondo, sono la stessa cosa".
"Se il patriottismo  una religione, meno se ne parler e pi la sua autorit sar solida".
"Uomini e montoni vanno dove debbono andare, ossia dove c' l'erba".
Questi due di Montesquieu:
"Non v' tirannia pi crudele di quella esercitata all'ombra delle leggi e con l'apparenza della giustizia".
"Quando si cerca cos forte il modo di farsi temere, si trova sempre in antecedenza quello di farsi odiare".
Questo di Lacordaire:
"Il dispotismo non ha mai salvato nulla!".
Quest'altro di Proudhon:
"La vita senza libert non  che una lunga morte".
Uno di De Vigny:
"Il governo meno dannoso  quello che meno si esibisce, meno si sente e meno caro si paga".
Di Chamfort: "Un governo dispotico  un ordine di cose in cui il superiore  vile e l'inferiore  avvilito".
Di Mirabeau: "Governar troppo  il peggior pericolo per un governo".
Questi mordacissimi periodi di Lamennais, tolti dalle Paroles d'un croyant pareva descrivessero il fascismo in quel momento:
"Chi si mette intorno ai potenti? I ricchi e quegli adulatori che vogliono arricchire, le prostitute, i sudici procuratori di piaceri nascosti, i buffoni, i dementi che attutiscono la loro coscienza e i falsi profeti che li ingannano".
Infine questa maliziosa arguzia di Vera de Talleyrand Prigord:
"Il commercio pi redditizio sarebbe quello di comprar la gente per quel che vale e rivenderla per quel che crede di valere".
Ci che venne applicato senz'altro ai ras, come ho gi raccontato, e provoc la barzelletta del furbo che con niente immagazzinava milioni a bizzeffe.
E come fa?
Acquista gerarchi per quel che valgono e li rivende per quel che sembrano.
...
V'erano parecchi dotti valentuomini ostilissimi al regime, com'era logico, ma assai peritosi nel dimostrarlo, ed anzi per tema di compromettersi, non si esprimevano sulle varie attivit del Matamoros predappiese, se non con parole altrui. Ma anche queste venivano poi riferite, ripetute e illustrate, sempre guardandosi bene intorno, s'intende, a sinistra e a destra, dietro e avanti...
Sembra che tutti gl'italiani patiscano di torcicollo! esclam un giorno Guglielmo Zorzi.
In un gruppo di senatori, uno di quei valentuomini su descritti azzard:
Gioberti, il nostro profetico Vincenzo Gioberti, tra gli altri suoi Pensieri, esprime quello che "i pi grandi nemici della libert non sono quelli che l'opprimono, ma quelli che la deturpano".
Tutti capirono l'antifona, qualcuno sorrise, nessuno aggiunse verbo.
Un ex ministro di Giolitti, discorrendo in un circolo, si lasci scappare questa frase:
A sentir l'opinione di Edmondo Burke, ch'era ritenuto il Cicerone inglese, "quanto maggiore  il potere, tanto pi dannoso ne  l'abuso".
Gi... gi... fece qualche timido, volgendosi prudentemente altrove, gi... gi...
E afferma anche, prosegu imperterrito l'ex ministro, che "in ogni forma di governo, il vero legislatore dev'essere il popolo". Non si sent pi alcun gi gi, tutti gli astanti s'erano allontanati.
...
Uno dei nostri pi colti economisti, in una cerchia d'amici sbuff:
Troppe tasse! Svetonio avverte che il buon pastore tosa le pecore, non le divora!
Al diavolo Svetonio! brontol uno dei presenti, non c'era mica bisogno di lui per ricordarci che siamo delle pecore!
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Fummo un gruppo di scrittori di Milano a proporre per dileggio che si latinizzassero i nomi delle pi rappresentative personalit del regime, Starace, Petacci, Farinacci ecc. e cos come il re e il duce erano rex e dux, dovevano esserci anche Starax, Petax, Farinax e via dicendo.
Non si creder, ma ci furono dei fascisti che presero sul serio la proposta.
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Un aviatore che aveva scritto un libro sui suoi voli, preg un letterato, mi pare sia stato Paolo Monelli, a comporgli una bella dedica al duce, per far risultare ch'era lui a spingere sempre gl'italiani a darsi all'aviazione. E la dedica fu questa:
A BENITO MUSSOLINI
CHE CON L'ESEMPIO E L'OPERA INDEFESSA
RIESCE A MANDARE IN ARIA
TUTTA L'ITALIA
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Quando l'accademia compilava il dizionario, si spifferavano poi fuori le discussioni intorno ad alcuni vocaboli. Si voleva eliminare, per dirne uno, il nome volgare d'una inconfondibile parte del corpo umano, sostituendolo con un altro meno brutto.
Possiamo adottare l'uso corrente della parola "sedere", opin un filologo.
Ma no, oppose un letteratissimo, c' il termine preciso: "tergo".
E perch non "bassa-schiena"? sugger un'altra eccellenza.
Un venerando professore si lev a sostenere il termine "concetto".
E che vuol dire? Non calza affatto, non esprime l'idea...
Anzi calza meglio degli altri, perch risponde ad una storica frase del duce, il quale appunto afferm: "Ormai il fascismo  diffuso nel concetto di tutti gl'italiani!".
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Le costruzioni di cartapesta che s'innalzavano in tutta Roma ad ogni esibizione mussoliniana, fecero scarabocchiare a Trilussa quattro settenar sopra un mezzo foglietto, in trattoria:
Roma de travertino,
rifatta de cartone,
saluta l'imbianchino
suo prossimo padrone.
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Nino Berrini, vedendo esposto dal libraio il volume del divo Parlo con Bruno, sospir: Il cielo lo volesse!
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Innanzi alla marca d'una fabbrica di posate che ha tre gnomi in marcia con coltello, cucchiajo e forchetta, Pitigrilli esclam:
Ecco il simbolo della Marcia su Roma!
Il redattore politico d'un quotidiano torinese, pranzando con alcuni colleghi, ebbe a dire:
Cari miei, Alessandro Pope, il poeta inglese delle Pastorali, defin un partito "la stupidit di molti al servizio di pochi".
To', si meravigli un commensale, Pope prevedeva dunque il fascismo?
...
Fu un professore toscano che in una amichevole discussione di salotto, con quattro o cinque esaltatori del duce, chiosava ogni frase laudativa con citazioni culturali. Vero o no il dialoghetto, io lo riporto, perch lo si ripeteva spesso.
Mussolini  attivissimo, dichiarava un corifeo.
Lo studioso consentiva osservando:
"Quanto pi l'uomo  vanitoso, tanto pi  attivo", dice Klinger.
Un altro turiferario interveniva:
Non vorrete negare che il capo del governo sia un uomo di grande valore.
"Il valore dei prncipi si conosce dalla qualit degli uomini che mandano fuora", dice Francesco Guicciardini.
Quelli da noi non contano; sono il contorno necessario a un capo, ma  da lui che l'Italia riceve i maggiori benefiz.
Von Sybel afferma che "ogni nazione riceve i benefiz che si merita".
Infatti noi ci siamo meritati un capo genialissimo come Mussolini.
Secondo Henry Asselin, "gli uomini pi insopportabili sono quelli che si credono genialissimi".
Prego, non  che il duce si creda un genio, egli lo , se ha saputo giungere a tanta altezza.
"Mettiti pure su d'un alto piedistallo, dice Goethe, resterai sempre ci che sei!".
 un vero grand'uomo,  un condottiero, un pensatore, un maestro: lui  tutto, insomma.
Quando un capo pu essere tutto, significa che il paese  ridotto a nulla!
E questo chi lo dice? chiese la padrona di casa.
Ah, questo, finalmente, lo dico io! sbott il professore.
Il quale, naturalmente, non fece pi carriera.
...
Fu cos che per anni circolarono tra noi, in versioni pi o meno esatte, massime e sentenze emesse nei secoli scorsi da scrittori i quali mai avrebbero pensato di diventar quasi popolari in Italia. Chi leggeva un aforisma applicabile alla nostra misera sorte, lo divulgava subito, approfittando di qualsiasi appiglio.
Ordini e disposizioni del governo non servono che a dar nuovi privilegi ai pezzi grossi... lamentava qualcuno.
Ed ecco che un altro era al caso di citar Seume sentenziando:
L'imbecillit e l'egoismo creano sempre i privilegi.
Un povero cristo vittima del manganello fascista, osservava:
Credono di sembrar forti e coraggiosi, e invece Arturo Graf ha scritto che "la violenza non lascia d'avere qualche parentela con la paura".
C'era chi sospirava ripetendo una frase di Tommaso Hood:
-"Dio mio, pensare che il pane  cos caro, mentre la carne e il sangue della gente van cos a buon mercato!".
Chi deplorava il disfacimento e la corruzione del paese, si sentiva ribattere:
"I popoli sono una cera molle, tutto dipende dalla mano che v'imprime il segno!".
A chi notava l'inamovibilit di talune eccellenze notoriamente inette e ignoranti, qualcuno rispondeva:
"Il secchio vuoto  sempre quello che resta pi in alto".
Se si riconosceva che Mussolini aveva del talento, nonostante la boria, si citava il visconte de Bonald:
"La boria non esclude il talento, ma lo compromette".
Nelle conversazioni tra persone d'una certa casta, affioravano sempre nomi d'uomini e d'opere illustri, sicch si potevano ascoltare battute di questo genere:
Nella Guerra civile di Daniel  stampato che "l'oppressione  un'arma affilata a due tagli, colpisce gli altri, ma ferisce anche chi la maneggia".
Leopardi nello Zibaldone, scrive che "la corruttela dei costumi  mortale alle repubbliche e utile alle tirannie".
Disraeli, nel Coningsby, dice che "nessun governo pu essere sicuro a lungo, senza una formidabile opposizione".
Mussolini teme il popolo tanto quanto i1 popolo teme lui....
 logico: "Gli schiavi e i tiranni si fanno paura a vicenda", dice Beauchme.
S, ma Eugenio Godin ritiene che "i pastori saranno brutali finch le pecore saranno stupide".
...
Si riportavano le parole di Giorgio Eliot nell'Adam Bede:
"Egli era come un gallo, credeva che il sole si fosse levato per sentirlo cantare".
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Un diplomatico tedesco, prima che ci capitasse tra capo e collo la sventura dell'alleanza con Hitler, si lasci andare a qualche confidenza, durante un pranzo intimo, in casa d'un nobile romano:
Il regime fascista dura da troppi anni, e per essere un governo di giovani  gi un po' vecchio. Da noi Bismarck disse che ai governi succede come alle signore, la pi giovane  sempre quella che piace di pi.
...
Un inglese al quale qualcuno aveva detto che Mussolini era un ottimo statista perch amava il potere, rispose:
Un nostro grande letterato del secolo scorso, William Hazlitt, scrisse: "l'amore per il potere  l'amore per se stessi".
Voi dunque credete che quella di Mussolini sia una posa?
No, una vanit.
Badate che in Italia vanit viene da vano, che significa vuoto...
No, anzi io ritengo che il vostro duce sia pieno, soltanto  pieno di s, non d'altro.
...
In seguito a una delle tante sparatorie patriottiche fatte verbalmente alla Camera, con grandi acclamazioni ed evviva, pass di mano in mano un foglietto dattiloscritto che diceva:
Tre italiani domandano la parola: Giuseppe Mazzini, Silvio Pellico, Arturo Graf. Sentiamo che cosa dicono!
Parla il poeta Graf: "Vero patriottismo non  quello che solo nelle occasioni grandi e solenni si scuote, si scalmana e rodomonteggia, ma s quello che cotidianamente ordinatamente instancabilmente procaccia il bene comune, e di ci si vanta". (Ecce Homo).
Quale bene comune procaccia il regime fascista?
Ora parla il patriota Silvio Pellico: "Se un uomo vilipende gli altari, la santit coniugale, la decenza, la probit e grida Patria, Patria! non gli credere: egli  un ipocrita del patriottismo". (I doveri degli uomini).
Che ne pensa l'eccelso capo del governo?
Infine parla l'Apostolo di Staglieno: "Finch, domestica o straniera, voi avete una tirannide, come potete aver patria? La patria  la casa dell'uomo, non dello schiavo". (Ai giovani d'Italia).
Se questo antifascista non fosse morto, ora gli converrebbe andarsene in esilio un'altra volta!
...
Non veniva, dunque, risparmiato un solo scherno, un solo colpo di sferza al "motore del secolo" dal mondo intellettuale. C'erano anche gli aforismi anonimi, gettati l da questo o da quello, tra un sorriso e una bestemmia, un'imprecazione e un sogghigno. Eccone un breve campionario:
"Chi osa dire che in regime fascista non vi sia la libert?  una menzogna affermarlo! Certi fascisti, per esempio, si prendono tutte le libert che vogliono!".
"Mussolini  pieno di genio, e che sia pieno si vede,  solamente il genio che non si vede affatto".
"I Borboni a Napoli governavano con tre effe: festa, farina e forca. Ma anche Mussolini usa le sue brave tre effe: furto, frode e falsit!".
"Il genio del duce  grande, persino troppo grande per noi, infimi italiani; ah, non ce lo meritavamo davvero!".
"Nel regime fascista, onest e potenza si trovano tra loro in ragione inversamente proporzionale".
"Dove finisce la vanit del duce, incomincia l'avidit".
"In linguaggio fascista, la derisione e il sarcasmo sono una forma d'ammirazione per il duce!".
"Chi ben comincia,  alla met dell'Ovra".
"Perch, se gl'italiani fanno vivere il fascismo, il fascismo non fa vivere gl'italiani?".
Questi altri sono in versi:
Le guerre riempiono i magni
muniti forzieri
dei grossi fascisti banchieri,
che il seme dei loro guadagni
spargendo in un campo di lutti,
l'innaffian col sangue di tutti.
Uno meno tragico:
La Beozia ed i beoti,
oggid, pu pure darsi
che davvero sian scomparsi,
ma il fascismo ha i pronipoti
che per colmo di risalto
giungon tutti molto in alto!
Ed uno apologetico:
Quel ciuco di Seneca ha scritto:
"L'onesto governo si regge
con tatto, giustizia, rispetto alla legge,
rispetto al diritto
di tutta la gente...."
Fandonie! Un governo modello
si regge in Italia magnificamente
con l'olio di ricino e col manganello!
No, gl'intellettuali non potevano incontrare le simpatie dell'ex maestrucolo elementare diventato il Prometeo dell'Italia nuova!
Anch'essi avevano la tessera e il distintivo,  vero, ma a chi lo notava, si rispondeva narrando che appena Giovanni Amendola cadde vittima delle "quadrate legioni" degli squadristi mussoliniani, la sua onesta anima sal all'Empireo dove trov gli Angeli in camicia nera, poi gli Arcangeli, quindi i Santi e perfino l'Eterno Fattore.
Anche Voi, misericordioso Iddio, anche Voi in quell'assisa? esclam lo spirito stupefatto.
Per forza, sospir il Signore, rassegnato, per forza, altrimenti perdo il posto!
Perch, dunque, condannare gl'intellettuali che in Italia, sotto il fascismo, erano in gran parte dei bisognosi?


 13. IL GRAN PLAGIARIO.
Mussolini, a Roma, al teatro Costanzi, nel 1925:
Nessuno pu ignorare l'Italia!
Uno della platea!
Ma il solo che l'ignora veramente  proprio lui!
Per il tirannello romagnolo, gl'intellettuali italiani avevano, oltre tutto, anche il torto di svelare i suoi plagi e deridere la sua speciosa cultura, tutta imparaticcio e superficialit.
Le bugie sono la vita degli uomini di stato! egli disse una volta, tentando d'essere faceto.
Ma gl'intellettuali scoprirono che il paradosso era di G. L. Graves e non suo.
Un'altra volta, concionando, l'Imperturbabile afferm:
La politica non  una scienza ma un'arte!
E questo lo aveva gi detto Bismarck, nel 1884.
Le fonti dei suoi plagi erano spesso tedesche; egli deve aver sempre avuto una tendenza a servire i discendenti degli antichi Tungri selvaggi.
Se la patria  in gioco, sentenzi al Senato, non vi sono pi diritti per nessuno, ma soltanto doveri.
E i senatori rivelarono che questo  un periodo del Generalfeldobert, di Ernesto von Wildendruch.
Altrove il divo filosof con la sua grande aria da sputintondo:
Merita la libert e la vita soltanto chi deve conquistarsele quotidianamente!
Il pensiero era bello, ma era tratto dal Faust, di Goethe.
Un'altra volta tromboneggi:
Il mondo esiste per la guerra e la lotta, muore subito chi vuol soltanto riposare. Chi si ferma  perduto! Dobbiamo essere sempre pronti ed armati, pronti a colpire, ad andar contro il nemico, dobbiamo essere guerrieri!
Le parole fecero colpo in Italia e all'estero, ma gl'intellettuali gliene strapparono la paternit: si trattava di un brano tolto di peso da Grundlinier einer deutschen Kriegsordnung, di Ernest Moritz Arndt, poeta tedesco.
Ancora una frase apodittica del nume:
La guerra  la corroborante cura di ferro dell'umanit!
Barbarico pensiero preso dal Politische Fastenpredigten whrend Deutschlands Marterwoche, di Iohan Paul Friedrich Richter, pubblicato nel 1817.
Si pu continuare per un pezzo, ch i suoi plagi erano incessanti e spassavano gli uomini di seria cultura, non meno dei suoi atteggiamenti padreternali, ch'egli cambiava di volta in volta, anguilleggiando secondo le occasioni e gli ascoltatori.
Appena si ventil di sopprimere l'Accademia della Crusca, uno spiritoso ras approv:
Ottima idea! Infatti a che serve la Crusca, se il duce ci d la farina?
S, ma non  farina del suo sacco! rimbecc un accademico fiorentino.
...
Quando l'italo Prometeo si proponeva di sembrare, o d'incarnare addirittura il superuomo nietzschiano, le parole e le idee di Federico Nietzsche lardellavano i suoi scritti e i suoi discorsi. E allora egli dissertava:
Noi non siamo nati unicamente per essere felici, ma sopratutto per fare il nostro dovere!
Evidentemente il suo dovere  quello di rubare! si mormorava tra le persone colte.
Egli sfoggiava genio promulgando:
Tra la religione e la scienza non esistono amicizie n inimicizie, esse vivono in climi diversi.
Pu darsi, ma l'ha gi detto Nietzsche in Menschliches Allzumenschliches... si faceva notare subito.
L'incorreggibile se ne infischiava e proseguiva papagalleggiando:
L'uomo  una corda legata tra l'animale e il superuomo.
Ma lui  pi dalla parte dell'animale che del superuomo! osservavano coloro che avevano letto Zarathustra.
...
A quando a quando, il Bellissimo parafrasava gesti e discorsi dannunziani, attenendosi particolarmente a quelli del periodo fiumano. Tutti i riti e le forme esteriori del "fiumanesimo" del poeta di Pescara, infatti, si ritrovano nel fascismo, di cui il moderno Caligola proclamava alteramente e ripetutamente l'assoluta originalit, come quei piccoli commercianti che sopra i loro prodotti fanno stampare: "imitati sempre, raggiunti mai!".
Per un certo periodo di tempo, il divo si picc sul serio d'essere il Cromwell dell'Italia: non cianciava che di governo rivoluzionario, si dava il tono del "lord protettore", tenne in mano le redini di tutti i dicasteri, compresi quelli finanziari e quelli militari, senza capirne un cavolo, non ammise il minimo controllo di chicchessia, stabil l'assolutismo estremo, sciolse il parlamento nazionale e costitu la miserabile e ridicola camera dei fasci e delle corporazioni, fu il re senza corona, con aureola di grande uomo di stato e di guerra. Immediatamente comparvero nelle vetrine dei librai studi e biografie di Oliviero Cromwell, con espliciti paralleli, confronti e riferimenti, a tutto vantaggio del nostro padrone. Cospicue gratificazioni rimuneravano gli scribi e i pennaiuoli.
Mussolini  il nostro lord protettore! dichiar ampollosamente un leccapiatti.
E un beffardo gli rispose:
Che ci protegga non  certo, ma che ci lordi s.
Venne anche il paragone con Pietro il grande.
Fu lo zar che maltratt la Russia, si disse, ma la rese immensa.
Allora il duce gli somiglia: non rende immensa l'Italia, ma la maltratta.
A traverso i periodi delle arie alla Cesare, alla Napoleone, alla Machiavelli, si giunse alle pose alla Crispi, alla Gladstone, alla Bismarck. Di quest'ultima si compiacque specialmente dopo la guerra in Abissinia, e gl'italiani lo definirono senz'altro il "Bismarck autarchico". Ma il nume aveva gi largamente plagiato lo statista prussiano, quando gli aveva fatto comodo di ripetere una frase di lui, tolta da Im Reichstage: "Vi son tempi in cui si deve governare con mano da dittatore; tutto si avvicenda e in questo non esiste una regola fissa".
In seguito, il nostro padrone si avvalse abbondantemente dei pensieri del gran cancelliere, spacciandoli per suoi. Qualcuno che se ne accorse, diram subito la freddura relativa.
Il duce ha avuto sempre delle idee marchiane, ma da un po' di tempo ne ha raddoppiato il senso, sicch le sue idee sono bismarchiane.
In altri campi, si notava benignamente:
Eppure Mussolini ha una vasta cultura...
Di bacilli?
No, credete, egli  come un direttore d'orchestra che sa suonare tutti gli strumenti.
Pu darsi, per li suona a orecchio.
...
Cos s'avvicendarono diversi cicli di paragoni storici: venne quello delle pose alla Cola di Rienzo, poi gl'italiani si divertirono a chiamarlo ora Gengiscan, ora Tamerlano, ora don Chisciotte....
Il cavaliere della Mancia?
S, il cavaliere della Mangia-mangia!
Se non  proprio Gengiscan, fa per molte Gengiscanagliate.
Tamerlano fu un bestione selvaggio, ma fu un gran capo.
Ebbene, il nostro duce non sar un gran capo, ma per il resto supera Tamerlano.
...
Un tiro birbone gli fu giocato, simile a quello fattogli per il Machiavelli, durante le pose alla Mazzini, da lui assunte. Poich egli sventolava ai quattro punti cardinali taluni suoi princip mazziniani, con cervellotiche interpretazioni e chiose, un giorno comparve un gran foglio ben piegato in otto e trasmesso di tasca in tasca, con molta circospezione, specie tra gli universitar genovesi e torinesi: conteneva riprodotti a ciclostile molti brani di scritti del grande pensatore.  doveroso citarne parecchi, anche perch nei nove mesi di nazismo, i sicar del mascalzone di Predappio ebbero l'ineguagliabile cinismo di affiggere sui muri di Roma e d'altre citt d'Italia, un manifesto con quattro ritratti: i creatori dell'Italia, Mazzini, Cavour, Crispi e nientemeno il figlio dell'ubriacone anarchico di Predappio. Non si poteva immaginare profanazione peggiore!
Ecco i pensieri dell'Apostolo genovese: da I doveri dell'Uomo:
"Il semplice voto d'una maggioranza non costituisce sovranit, se avversi evidentemente le norme morali supreme".
"La legge deve esprimere l'aspirazione generale, promovere l'utile di tutti, rispondere a un battito del core della Nazione. La Nazione dunque deve essere direttamente o indirettamente legislatrice".
"Dio vi ha dato il Pensiero: nessuno ha diritto di vincolarlo o di sopprimerne l'espressione, che  la comunione dell'anima vostra coll'anima dei vostri fratelli, e l'unica via di progresso che abbiamo".
"L'errore  sventura da compiangersi; ma conoscere la verit e non uniformarvi le azioni,  delitto che cielo e terra condannano".
Questi altri sono tolti dalla Lettera a Carlo Alberto:
"L'umanit non si respinge col palco e la scure. L'umanit si arresta un istante, tanto che basti a pesare il sangue versato, poi divora i satelliti, il tiranno e i carnefici".
"Il terrore eretto in sistema  una prova di debolezza, un riflesso di paura che rode l'anima a chi lo spiega, una necessit d'uomo disperatamente perduto".
"La verit non  linguaggio di cortigiano; non suona che sul labbro di chi n spera n teme dell'altrui potenza".
"Le promesse sono dimenticate dai principi, non mai dai popoli".
"I popoli imparano pi da una sconfitta che non i re dal trionfo".
"La plebe  tumultuante per abito, malcontenta per miseria, onnipotente per numero".
E questi sono pensieri rivolti Ai Giovani d'Italia:
"La libert vi viene da Dio, e voi non potete alienarla senza violarne la legge".
"Adorate la libert. A che gioverebbe aver patria, se l'individuo non dovesse trovare in essa e nella sua forza collettiva la tutela della propria libera vita? Come potreste servire la patria e giovarle, se doveste vivere a beneplacito di altri?  forse la prigione patria del prigioniero?".
Questi ultimi provengono da Interessi e principii:
"Il diritto di non essere oppresso, stremato, torturato dalla tirannide dei pochi o dell'invasione straniera , nel core di tutti, un diritto sacro, imprescrittibile".
"Il vero strumento del progresso dei popoli sta nel fatto morale".
E il farabutto di palazzo Venezia osava atteggiarsi finanche a novello Mazzini!
...
Tra il 1938 e il '39, sorse a Milano una specie di setta che prese nome dalla sigla cui ho gi accennato in un capitolo precedente: Enne-enne-p-p, ossia "Non ne possiamo pi!". Ne era a capo l'estensore delle presenti pagine, il quale poi la port anche a Roma. Con l'apparente scopo d'un convegno serale tra amici, si lavorava invece a far proseliti contro il regime e si diramavano idee e frecciate in ogni direzione. Da quella setta part il gioco del "pari al", con cui si almanaccavano i paralleli pi svariati con le cose e le persone del fascismo:
"Il fascismo  pari al dente cariato, se non lo estirpi fino alla radice, son brutti dolori!".
"Il gerarca  pari al piccione nostrano: s'incontra dappertutto, mangia dovunque trova e al minimo rumore scappa via come una saetta".
"Starace  pari all'ipecacuana, quando ha fatto vomitare, ha compiuto la sua funzione".
"Farinacci  pari allo scarafaggio, non viene fuori che dove c' del sudicio".
"Mussolini  pari al porco, non diventa utile se non viene ammazzato".
"Il re  pari al sopramobile, serve soltanto per ornamento".
E cos il gioco si protraeva all'infinito.
...
Poi corse voce che il feticcione si fosse fatto leggere l'avvenire da una negromante alla quale, per non esser riconosciuto, s'era presentato come un semplice aviatore civile.
Oh, disgraziato! gli rivel afflitta la sibilla, sta all'erta, ch ti capiter un guajo grosso mentre voli.
Un guajo? Dove, al motore?
S, l'asse si spezzer, ti mancher la benzina, atterrerai male e ti toglieranno il brevetto di pilota.
...
Si propal pure la notizia che una congiunta del nume gli avesse prospettato la tragica ipotesi d'un crollo del regime.
In tal caso, ella gemeva spaventata, in tal caso tu puoi tornare a fare il muratore, tua moglie pu riprendere servizio nell'osteria paterna, ma io che cosa faccio?
Tu? bofonchi il sommo, alzando le spalle, tu non hai da cambiare niente: tirerai avanti a far quello che fai sempre: Beninteso, per, che dovrai farti pagare, ecco tutto!
...
Le operazioni finanziarie del governo erano tanto elementari da ridursi alle sole quattro operazioni aritmetiche:
l'addizione delle corbellerie,
la sottrazione del tesoro,
la moltiplicazione dei disastri,
la divisione dell'Italia e degl'italiani.
...
Ma che strano paese era dunque questa Italiaccia che cadeva in deliqu d'ammirazione per il proprio caporione e contemporaneamente lo sberteggiava? Gridava d'amarlo e l'odiava? Oh, s, stranissimo spietato sarcastico paese! Obbediva alla superficie e disobbediva sotto sotto, copriva il crepito delle pernacchie con lo strepito dei battimani, chiamava il suo despota "padre della patria", a dispetto di Vittorio Emanuele II, e a bassa voce lo definiva "delinquente aguzzino". Ma che cosa volevano, questi agitati italiani? Avevano la fortuna d'un duce come quello e poi pregavano con gli occhi al cielo:
Noi non ce lo meritiamo,  un uomo degno del paradiso, chiamatelo a Voi, o Signoriddio!
Ma se appunto era stato il sommo Fattore a regalarlo agli italiani... Tanto che, si racconta, lo stesso tirannello scrisse sotto il proprio ritratto, offerto ad un ministro germanico: "Mandato da Dio".
Quel ministro, tornato a Berlino, lo mostr compiaciuto al suo fuehrer.
Uhm... mugol costui, "mandato da Dio"? Non  vero, io non ho mandato nessuno.
...
Libri e giornali erano zeppi e rigurgitanti di panegirici dell'uomo "di statura secolare", e questi dannatissimi italiani leggevano invece le satire, le parodie, le canzonature che si moltiplicavano ogni giorno dappertutto. E quando ne arrestavano gli autori, nuove satire e sfottimenti e pasquinate ed epigrammi scaturivano da tutte le parti. E s che non si faceva economia di olio di ricino, di manganello, di linciaggi, di confino, di degradazioni e d'ergastolo! Ma servivano a poco. Va un po' a capirlo, questo popolo beffatore e menimpipista.
La ribellione aperta e sanguinosa non si era in condizione di farla, ma quella in sordina e in penombra era incessantemente in atto. Eppure quell'"adorato e adorabile" (vedi Popolo d'Italia) capo della nazione, tanto grande e tanto buono, s'adoperava in ogni modo per renderlo felice, questo popolo ingrato! Gli toglieva pane e libert,  vero, ma in compenso gli triplicava le tasse; gl'imponeva caterve di pappataci e succhioni, s ma lo divertiva con la preparazione della guerra; dilapidava miliardi, non c' dubbio, ma ne impiegava tanta parte in grandezzate, parate e riviste militari messe in scena assai meglio delle riviste con le ballerinette, a teatro, perch in quelle fatte in piazza passava lui, il duce baldo e fiero, a cavallo, seguito da uno stato maggiore degno del ballo Excelsior. Infatti, siccome la comparsa del nume era preceduta da uno squadrone di cavalleria, la gente avvertiva che anche nei programmi delle opere liriche, dopo, la Cavalleria vengono i Pagliacci.
"Sembrava un dio e lo era!"
Esattissimo! Anche nei fantasiosi spettacoli coreografici dei grandi teatri, quando entra in scena la prima ballerina, tra veli, luci, trombe, comparse e tramagnini, sembra ed  indiscutibilmente una diva.
Certo,  per quel suo senso spettacolare che Mussolini odi sopratutto gli autori di teatro. Commediografi e drammaturghi furono compresi insieme nell'ondata del suo disprezzo. Non gli si pu dar torto: egli era un autore mancato. Ma il suo destino non lo aveva portato a scrivere farse e commedie, bens a recitarle. Fece il commediante per vent'anni, e se dovette forzare l'applauso del pubblico, non fu perch egli recitasse male, ma perch era cattiva la commedia presentata. E se in fine i fischi presero il sopravvento, fu perch la produzione volse in tragedia e l'istrione degener in carnefice.
Non posso soffrire gli autori italiani! egli dichiar all'Aristarco del maggior quotidiano milanese, ch'era andato a leccargli umilmente le terga.
Era costui una specie di pontifex maximus della critica teatrale, e non difettava d'ingegno e di cultura, ma carattere vano e gonfio come un tacchino che fa la ruota, intonava sempre la sua coscienza sugli accordi suggeriti dall'opportunit.
Marenaru sugnu! aveva detto Angelo Musco, schietto e semplice, nel rispondere a Mussolini che s'informava della sua fede politica.
Come sarebbe a dire? chiese il despota, adombrandosi.
Io alzo la vela secondo soffia il vento... chiar l'attore siciliano.
E quel criticone veneto-lombardo volgeva sempre la sua fede verso la via dello stipendio: antifascista col direttore del giornale antifascista, fascistissimo col nuovo direttore fascistissimo, mentre gli altri illustri redattori del medesimo giornale, Ettore Janni, Giuseppe Antonio Borgese, Guglielmo Emanuel, Luigi Einaudi, tanto per far qualche nome, se ne uscivano sdegnosi e dignitosi. Spregiatore di Mussolini nei primi tempi, il criticone simoniaco ne divenne umile piaggiatore allo scopo di giungere all'accademia burattinesca e farsi chiamare eccellenza, ci che soddisfaceva immensamente la sua meschina vanit provinciale di vecchio cafone. Tra le righe delle sue critiche iniettava veleno contro gli autori turiferar del regime, fino al delitto Matteotti, poi prese a spruzzar tossico contro gli scrittori che nascondevano la loro avversione sotto l'abito della indifferenza. Perci a Milano v'era contro di lui il seguente epigramma:
Se dal giron mefitico
Giuda tornasse qua,
diventerebbe un critico
di prima qualit.
E quando, in premio delle sue genuflessioni al nume della malavita, venne mandato finalmente all'accademia, si scrisse:
Hanno fatto accademico un gran critico
che ad esser cortigiano  meglio adatto:
la nomina che premia
i suoi servig, non l'onora affatto
e disonora invece l'accademia!
Ho creduto necessario delineare questo pomposo Mevio perch  stato il tipico rappresentante d'una serie d'intellettuali non molto rispettabili, ai quali risale la maggior colpa della decadenza delle arti e della cultura, nel nostro paese, in regime fascista.
Gli autori italiani non hanno ambizioni! sentenzi un giorno il pacchiano Zoilo, con aria di spregio, mentre appunto quegli scrittori maltrattati da lui stentavano la vita e lui si locupletava, dandosi da fare come regista, nel teatro e nel cinema, mangiando a quattro palmenti sulle sovvenzioni e sulle spese fastose per montare spettacoli, i quali ingoiavano somme naturalmente spettacolose, senza rendere un soldo, ma facendo decuplicare l'inframmettenza e l'illecito profitto degli organizzatori.
L'epigramma d'un autore meridionale rispondeva:
Fu imposto allo scrittore: L'adulterio
non  bello, l'amore non  serio,
non parlar d'allegrie, di bene e male,
non s'ammette n il brio n il funerale,
niente delitti, angosce, imbrogli, inedia
n politica! Ed ora fa una commedia.
Come era possibile, infatti, scrivere per il teatro, quando la censura del governo sforbiciava tutto? Si permettevano cos scarsi e castrati argomenti alla ribalta, da far trovare i commediografi nello stato di quell'interprete della parte di Lazzaro, in una rappresentazione sacra, organizzata per beneficenza da studenti universitar, a Napoli.
Allo scopo di tenerlo immobile, il mite Lazzaro venne legato mani e piedi nel sepolcro, per scioglierlo poi, tirando il laccio dalle quinte, alla scena della resurrezione. Ma quel canchero di laccio s'aggrovigli e al momento buono pi lo si tirava e pi stringeva, anzich snodarsi, quasi strozzando il mal situato interprete.
Sorgi e cammina! invitava in dolce tono colui che figurava il Nazzareno.
Invano! Lazzaro non si mosse. L'altro ripet l'invito due o tre volte glielo disse anche in latino:
Surge et ambula!
E Lazzaro, sentendo che gi il pubblico s'abbandonava ad una certa ilarit, s'agit sfuriando:
Ma Cristo mio, come faccio a risorgere, se m'hanno legato peggio d'un salame?
Ahim, a tanti anni di distanza, forse oggi posso anche confessare che quel malcapitato Lazzaro ero io...
Cos gli scrittori di teatro: legati e imbavagliati, a qual volo potevano elevare la loro fantasia? Vedemmo perci come tutte le libert erano soppresse, tranne quella della critica teatrale, perch il giove olimpico di villa Torlonia odiava gli autori. I critici lo sapevano e ne abusavano, infierendo bestialmente contro il repertorio italiano, specie contro coloro che non volevano piegarsi a scriver commedie tenendo conto del "clima fascista", come veniva ordinato da tutti i ministri della cos detta cultura popolare chiamata anche la cul-pop.
Oh, la nobile generosit e la pura buona fede fascista dei signori esegeti, in quegli anni! Tanto pi che ogni semi-analfabeta poteva ergersi a Scannabue adamantino e stroncante, brandendo la penna e maciullando commedie, magari dimenticando i diritti della grammatica, della sintassi e della logica.
Era la mentalit dell'epoca di Mussolini, motore del secolo.
Per fortuna, l'intelligenza media degli spettatori superava normalmente quella dei critici, ne  prova il contegno del pubblico a teatro.
Si possono riportare centinaia di episod, ma limitiamoci a fermare soltanto alcuni tra quelli che pi francamente palesavano l'umore degli italiani contro la dittatura. Anzitutto, ogni qualvolta una commedia, annunziata come frutto del clima fascista, appariva alla ribalta, il pubblico si teneva regolarmente lontano.
Chiss per qual dispetto inopportuno,
i nuovi drammi gravi, arciponzati
nel regime attual, son recitati
quando in teatro non c' mai nessuno.
E si rideva, nel ritrovarsi in dieci o dodici persone, tra le poltrone di una sala che poche sere innanzi era stata gremitissima per un lavoro di Roberto Bracco, per esempio.
Ed ai critici fascisti, nella stampa foraggiata dal governo, si dedicavano frecciate in versi:
L'alto critico ecco qua:
alcun merito non ha,
niente fa perch non sa,
quindi critica chi fa!
E quest'altra anche pi evidente:
C' un imenottero
che col pungolo a molla
tocca i fiori e l'intossica,
li guasta, li scorolla,
li manda a male:
non c' dubbio, dev'essere
un critico teatrale.
Infine riportiamo anche questa:
Una commedia che l'umor riscaldi,
che mai non sfochi,
che mai si sfaldi,
san farla in pochi,
una critica invece ognun la fa,
perfino un ciuco, e questo
nell'arte d'oggi appare molto onesto....
 bella la fascistica onest!....
...
Nel camerino d'una grande attrice, Luigi Chiarelli sicuro di non essere spiato n sorvegliato, esternava opinioni piuttosto acri contro ministri e ministero.
Ma no, opponeva l'illustre attrice, bada che il governo fa il bene del paese....
Eh?
I ministri sono galantuomini...
Ma va!
Il duce  lungimirante....
Ma scusa, cara, tu mi stai parlando da vicino o mi stai telefonando?
...
In un giorno di pioggia, un impresario che vedeva compromesso l'incasso, imprec:
Piove, governo ladro!
Ascoltato da un poliziotto, venne preso, chiuso in gattabuja per un mese. Quando usc, dovette fermarsi sul portone, perch pioveva di nuovo.
Questa volta, egli confid al carceriere di guardia, questa volta non mi faccio cogliere, io so gi come si deve dire: piove, governo fascista!
E se n'and tranquillo.
...
Dopo la prima recita d'un drammone di Farinacci, alcuni gerarchi invitarono a cena l'autore e il capocomico, fascista provvisorio. Al momento del conto, Farinacci intim:
Fermi tutti, pago io!
Niente affatto! fecero gli altri, vogliamo pagare noi.
Ma no, tocca a me....
Prego, noi abbiamo invitato...
Per tagliar corto, l'oste sugger seccato:
E fate alla romana!
Immediatamente tutti balzarono in piedi levando in alto la destra e gridando:
Per il duce, eja, eja, eja alal!
E se n'andarono a passo romano, lasciando l'oste "come quel de la mascherpa", dicono i milanesi
...
Era quello il "clima del regime".


 14. I SARCASMI A DENTI STRETTI
Mussolini, a Roma, nel 1926:
Le mie parole vengono dopo i fatti....
E prima dei misfatti, purtroppo! aggiunse a mezza voce un oppositore.
Effettivamente avemmo torto a ridere tanto: la variopinta casacchetta del buffone copriva la nera giubba del boja, e a quest'ultima facemmo meno caso.
Agl'italiani capit come alla giovine popolana alta e muscolosa, che venne sedotta da un omuncolo macilento e assecchito. Il giudice al quale ella s'era rivolta, si stup:
Ma come ha potuto sedurti?
Con la violenza.
 assurdo, tu sei una virago e quello  tanto gracile...
Gi, ma io ridevo.
Ecco, gl'italiani ridevano. Non supposero dapprima che nel giullare si celasse il filibustiere, se n'avvidero troppo tardi. La risata debilita i nervi: quando si prorompe nell'ilarit, si annulla lo scatto della ribellione. Fu un male,  vero, e gran parte della colpa perci fu nostra. Oggi ne doloriamo. Si rise troppo, ma diciamo a nostra scusante che lo spettacolo era infinitamente grottesco. Come si potevan prendere sul serio uomini che s'infioccavano, si bardavano, si "inchincagliavano" e facevano gli arcifanfani per le piazze, gonfiandosi e sbraciando? Quindi si rise, e spianammo involontariamente la strada alla dittatura, all'assolutismo criminale e imbecille nello stesso tempo.
Si rise quando si volle italianizzare tutto, perfino i nomi propri, e via Lagrange, a Torino, divent via Lagrangia, e Larochefoucald si doveva chiamare Laroccafucalda, meravigliandoci che Pr Saint Didier, in Val d'Aosta, non fosse stato tradotto in Prete Senza Didietro.
Si rise quando venivan fuori le castronerie verbali mussoliniane: "Tutto il potere a tutto il fascismo!" e "niente miracolismi!" e "basta col pressapochismo!" e " inequivocabile la disinternazionalizzazione delle idee!" e "non ammetto n il drammatizzamento n il minimizzamento degli avvenimenti!".
Si rise quando leggemmo che il figlio del re, non pi principe ereditario, ma soltanto principe di Piemonte, aveva l'onore d'essere ricevuto dal duce, il quale gli dava le direttive, cos come ai gerarchi, ai professori d'Universit, ai fabbricanti di stuzzicadenti, alle levatrici, ai callisti e via dicendo.
Si rise quando ex facchini, ex galeotti, nominati segretari federali, robespierreggiavano per le grandi citt. E quando alle direzioni di tutti i giornali illustrati arriv il severo divieto di riprodurre disegni e fotografie con donne magre, battezzate donne-crisi. Niente! Le donne italiane debbono essere tutte poppute e cicciose, coi fianchi opulenti e senza cagnolini.
O che sono contro il regime, i cagnolini? azzard la scrittrice Rina Simonetta, che siccome dirigeva una rivista femminile, venne chiamata ad audiendum verbum, dal capo ufficio stampa d'allora.
Dove ci sono i cagnolini, non ci sono i figli! salomoneggi quel cretino.
Si rise ancora quando il padreternissimo onnisciente dava da Roma le direttive artistiche a pittori, scultori, architetti, ond' che mirammo fioriture d'obbrobr nelle varie esposizioni, dalla Biennale di Venezia alla Quadriennale di Roma, alla Triennale di Milano e alle mostre di Cremona. Per cui si burlava:
Queste s che van bene, mica quelle d'una volta! Queste sono mostre maschie.
Gi, sono mostre al maschile, ossia mostri.
E sorsero allora tutti quegli edifiz "novecento", in cui il novecento non aveva alcuna colpa, non entrandoci affatto. Era lo stile mussoliniano. Anzi, poich era la signora Margherita Sarfatti a pontificare nelle Belle Arti italiane, si parl di stile Sarfatti e lo si dichiar stile Misfatti, ch'era pi rispondente alla verit.
La folla pot scorgere pi tardi gl'imbrogli e gl'ingojamenti di milioni e milioni di lire, che si svolgevano dietro le quinte di quelle esposizioni e quelle costruzioni edilizie. A Milano rimasero famosi gli affreschi della prima Mostra Triennale, che fecero inorridire il re e motivarono i maliziosi lazzi dei milanesi per un anno di seguito.
Si rise alla monumentomania del divo che s'insolluccherava nell'esser riprodotto in marmo e in bronzo, regalava i propri busti e le statue degl'imperatori romani alle citt, si faceva incidere le non apollinee sembianze su archi, erme, lapidi, obelischi, arrivando fino all'incredibile vanagloria pulcinellesca del proprio monumento equestre, allo stadio di Bologna.
 un gruppo zoologico, spiegava qualche frizzante petroniano, formato da due bestie: quello di sotto  certamente un cavallo, quello di sopra non si sa bene se sia un porco, un asino o una jena.
Tanto si rise in Italia, di ci che avveniva nel mondo del cinema e del teatro, del libro e della musica... Troneggiavano gl'imbroglioni, le mantenute e gl'ignoranti. Era il trionfo del dilettantismo e dell'improvvisazione, erano girandole di miliardi che poi si sparpagliavano nelle mani di armeggioni, traffichini e baldracchette. Poco importava del pubblico denaro a siffatta gente. Secondo una facezia in rima, un imbroglione diceva all'altro:
Del pubblico denaro il furto  ammesso,
sciala, perdio, ch l'italiano  fesso!
...
Nel fascismo, chi non era dottore, era almeno commendatore o colonnello. Novantanove su cento di quei dottori si sarebbero trovati impacciatissimi a rispondere se qualcuno avesse chiesto loro in quale branca dello scibile fossero addottorati. Le commende erano distribuite a diluv, a subissi, tante che qualche volta perfino a un galantuomo capitava d'essere commendatore.
Quanto ai colonnelli, essi erano infilati dappertutto, ma pi specialmente l dove qualsiasi altro individuo sarebbe stato a posto, tranne un colonnello. Ve n'erano alla Societ degli Autori, all'Ente della Moda, a Cinecitt, alla Lirica italiana, nelle amministrazioni dei giornali, forse anche nell'organizzazione dei lupanari. Numi del cielo, dove non c'era un colonnello? E il loro rendimento doveva essere di estrema efficienza, se in una barzelletta, due cittadini dicono:
Hai sentito che i nostri generali non valgono niente?
 logico, li prendono tutti dai colonnelli.
...
Pretendere una competenza in tanta colluvie di dottori, era un'ingenuit. Per qual ragione si doveva insediare un medico, supponiamo, alla direzione d'un ospedale? E perch far presiedere da un autore, la societ degli Autori? Fisime di passatisti sfasati! Bazzecole superate! I veri titoli di merito erano quelli d'aver partecipato alla marcia su Roma, d'avere la sciarpa littoria, d'essere sansepolcrista, squadrista o almeno fascista della prima ora. Perci in breve, come i Mille garibaldini dello sbarco a Marsala si triplicavano e quadruplicavano via via che passava il tempo, anche gli squadristi e i sansepolcristi divennero talmente innumerevoli, che se davvero la marcia su Roma fosse stata fatta da tanti uomini, nelle case d'Italia sarebbero rimaste solo le donne, in quei giorni di ottobre del '22. E alcuni partecipanti dovevano aver marciato un po' prima di nascere, considerando che vent'anni dopo non erano ancor ventenni.
Non sono io a far di questi ragionamenti, intendiamoci, li faceva il popolo, e quindi la canzonatura, la derisione, la baja scaturivano spontanee, trasformandosi in frizzi e gherminelle:
Siete ingegnere, avvocato, professore?
Di pi, io sono marcia su Roma.
E allora, beato voi, vi saranno aperte tutte le porte, tranne una, purtroppo...
Quale?
Quella che vi spetta di pi.
E sarebbe?
La porta del bagno penale!
...
Lanfranconi diceva che le incompetenze erano volute dal duce.
E perch mai?
Perch fu lui a invitare tutti in montagna, d'inverno, a sciare....
Tutti i gerarchi?
Sicuro, e quelli dovettero andare muniti di sci, ossia scimuniti.
La freddura faceva allibire, ma divertiva ugualmente.
...
Le competenze sono inutili, si avvertiva, perch nel fascismo bastano tre p, per andare avanti benissimo.
E quali p sono?
Pelo, pecunia e protezione.
...
A Roma si definiva:
Procedere nel fascismo  come andare in tram: tessere alla mano, pigia pigia, se non stai attento ti fregano il posto, c' chi passa innanzi pestando i piedi agli altri, ed  vietato parlare al conducente.
Allora  davvero come un tram elettrico?
S, dal momento che anche il tram elettrico  attaccato a un filo.
...
Due medici si confidavano i propr affari:
Io ho fortuna, faccio quattrini con lo sviluppo demografico voluto dal duce, e cavo bambini a tutt'andare, perch sono ginecologo.
Io purtroppo sono oculista e non posso mica cavar gli occhi ai clienti.
Oh, ma se tu fossi fascista, te lo permetterebbero: pi gl'italiani sono ciechi e pi Mussolini resta al governo.
...
Le date delle disgrazie: 29 luglio 1883, nascita di Mussolini; 29 luglio 1900, assassinio di re Umberto I.
10 giugno 1924, assassinio di Giacomo Matteotti, 10 giugno 1940, dichiarazione di guerra dell'Italia alla Francia e all'Inghilterra.
Andate un po' a togliere dalla testa dei fatalisti che tra le date non esistano rapporti ideali!
Ma ve ne sono altre due che, false o vere, il popolo riteneva infinitamente significative: 25 luglio 1937, conoscenza del nume con la sua ultima favorita, sulla spiaggia di Ostia; 25 luglio 1938, emanazione delle leggi razziali che colpirono gli ebrei; 25 luglio 1943, colpo di stato e arresto del divo a Roma.
9 maggio 1936, proclamazione dell'impero "che tornava sui colli fatali di Roma"; 9 maggio, caduta definitiva d'ogni nostra difesa in Africa, con la conquista di Tunisi da parte degli anglosassoni.
Gli astrologi hanno materia di studio per lungo tempo.
...
Nel giugno susseguente a quella caduta di Tunisi, si inizi lo sbarco in Sicilia. Tutti ricordarono che il nume di Predappio aveva vaticinato solennemente, qualche tempo prima: A primavera viene il bello!
E il bello venne.
In quell'epoca, uno dei maggiori bravacci del valvassore romagnolo, credendo di fargli piacere, ripet una maledizione gi lanciata dal nume, l'anno precedente:
Dio distrugga il nemico!
Oh, s, rispose lui, arcisupremissimo capo di tutte le forze e le debolezze armate e disarmate, oh, s,  meglio che ci metta la mano il buon Dio, perch io non so pi che farci!
...
Facciamo un veglione di beneficenza? fu proposto nel primo anno di guerra.
 un'idea discreta, rispose il capoccione, vi do il mio benestare.
Grazie, duce, per come possiamo farlo, se voi avete vietato le maschere? Come rider la gente?
E va bene, vi mander i gerarchi!
...
Ah, perdinci, vi sono troppe barzellette in giro! sbrait uno degli ultimi segretar, duce, ditemi voi stesso, che cosa devo fare?
Proibire, sterminare, sopprimere...
Anche quelle?
Sicuro!
E allora cosa rimane di concreto agli italiani?
...
Lezione d'un insegnante di zoologia
No, giovinotti, non confondete la situazione dell'Italia con quella delle altre nazioni.
Perch professore?
Perch nella scala zoologica, al di sopra delle bestie c' l'uomo, dappertutto. In Italia, invece, al di sopra degli uomini ci sono le bestie.
...
Gli amatori del teatro s'interessavano delle novit drammatiche:
 vero che c' una buffa commedia a Milano?
S, ma mai buffa quanto quella che si recita a Roma...
...
Com' facile ricordare, Sua Santit Pio undicesimo abbandon questa terra nel febbraio del 1939.
Povero Papa,  morto proprio quando si stava per celebrare il decennio della Conciliazione!
Ma appunto perci...
Per la Conciliazione?
S, Pio undicesimo  morto per il rimorso d'averla fatta con un farabutto.
...
Quando si costruirono paeselli nell'agro romano, dando loro nomi alla latina, Pomezia, Aprilia, Guidonia ecc., si annunzi:
I nuovi villaggi sorgeranno con nomi perfettamente fascisti.
E quali sono?
Inezia, Quisquilia, Fandonia....
...
Discorso del nume in Senato, al 18 marzo del 1932:
Tutto il pittoresco sudicio  affidato a sua maest il piccone!
Allora, si disse, sotto il piccone finisce anche il fascismo; non v' nulla di pi pittoresco e di pi sudicio.
...
Il 5 settembre del 1937, l'Eccelsissimo lanci ai giovani fascisti uno dei soliti giochi di parole in cui aveva l'aria di mettere ponderosi significati:
Roma doma!
E subito venne rimbeccato:
Macch doma! Per gl'italiani, Roma  soma!
...
A Milano, nel 1934, l'Inesauribile sbombarda:
Il fascismo stabilisce l'uguaglianza verace e profonda di tutti gl'individui di fronte al lavoro e di fronte alla nazione: la differenza  soltanto nella scala...
E nella cucina! esclam uno.
E nella cassaforte! aggiunse un altro.
...
A Roma, nello stesso anno, si diede a ribattere il medesimo concetto dell'uguaglianza degli uomini dinnanzi al lavoro. Un ascoltatore impertinente ad un tratto grid:
E i gerarchi, per esempio, che lavoro fanno?
Un romanaccio rispose, con tono di compassione:
Poveretti, faticheno tanto, che alla sera ci hanno li denti stanchi e le ganasse che nun ne ponno pi.
...
Ancora a Roma, nel 1925, aveva detto all'Augusteo:
L'erario  cosa sacra e quasi intangibile!
Uno della folla osserv:
Intangibile per noi, si capisce, visto che se l'accaparrano interamente i pezzi grossi del partito.
...
Ogni tanto Luigi Pirandello annunziava una commedia nuova. Tutti sapevano che l'illustre scrittore siciliano aveva ampiamente aderito al fascismo, ma non meno ampiamente lo derideva. I suoi rapporti con Mussolini erano definiti col titolo d'una commedia non sua ma di Paolo Ferrari: Amore senza stima.
Che cosa preparate per il teatro, maestro? gli chiese un giornalista.
Un nuovo lavoro, naturalmente.
Posso conoscere il titolo?
Eccolo: Ma non  una cosa seria.
Bello, coraggioso, in questi tempi.
Oh, no, coraggioso no, perch non parlo mica di politica fascista....
...
Epigrammi, parodie e sfottetti in versi fioccavano in maniera inesauribile, da un capo all'altro della penisola. Poich ci vorrebbe un volumone a parte per riprodurli tutti, tanta ne  l'abbondanza, devo limitarmi ad una raccolta dei pi significativi. Uno  amaro:
L'Italia era gi fatta giusta, esatta,
ma per rifarla ancor, ce l'han disfatta!
Un altro  di rimpianto:
Un bel guadagno facemmo invero,
quando per colmo di vanit
prendemmo un triste fragile impero,
perdendo in cambio la libert!
Questo  logico:
Le piccanti
barzellette circolanti
dn fastidio ai governanti,
ma se il popolo permette
che il governo lo sgoverni,
devon pure i padreterni
sopportar le barzellette.
Questo  in rapporto alle giubbe di orbace e alle camicie nere di seta:
La pecora intristita e mansueta
disse al baco da seta:
Com' che non moriamo di vergogna?
Tu ed io forniam le vesti
a tanti disonesti
che ovunque vanno, portano la fogna!
Eccone uno feroce:
Come da un Patto nacque il pattume,
pur da una Marcia nacque il marciume!
Ed un altro minaccioso:
Chi stringe soverchie catene
non chieda rispetto leale,
non deve aspettarsi del bene
chi regge un governo col male!
Questo sembra tirar le somme:
In vent'anni di servaggio
Che cos'ebbe lo Stivale?
Carnevale e brigantaggio!
Che ci fu di colossale?
Brigantaggio e carnevale!
Qual fu dunque il gran vantaggio?
Carnevale e brigantaggio!
...
Riporto, per dovere di cronista, un modicissimo campionario di battutine che s'intercalavano nei discorsi comuni delle persone d'ogni ceto e d'ogni sito.
Tra amici:
Tutto sommato, il re s' creata una comoda posizione.
Sfido,  cugino del duce!
Un bene informato:
Mussolini ha assicurato che a Genova  stata una donna solamente a gridare: Pace, pace!
Gi, ma quella donna si chiama Italia.
Due che discutono:
Eppure ti dico che Hitler e Mussolini andranno a Londra.
S, come prigionieri.
Il freddurista:
S' finalmente scoperta la pianta simbolo del popolo italiano.
Il rododentro?
No, il salice piangente.
Chiacchierando di politica:
Pare che il Pontefice sia molto impensierito, ha pregato perch Dio apra gli occhi al Duce.
Proprio adesso che tutti pregano perch glieli chiuda?
Si parla d'autarchia:
S' individuato l'animale fascista al cento per cento.
 il lupo?
 la mosca: vola senza benzina, campa sulla sporcizia, si nutre di rifiuti e lascia i punti di qua e di l.
Uno che arriva ultimo:
Vengo da piazza Venezia, se aveste visto che dimostrazione di fedeli camerati! Tra l'altro, c'era un gruppo numerosissimo che non smetteva di chiamare appassionatamente: Duce, a noi! Duce, a noi!
Era la milizia?
No, era il sindacato dei beccamorti.
Un altro informatore:
Il ministro degl'interni ha annunziato al parlamento che nell'Italia, in questo mese, abbiamo centomila nati in pi del mese scorso: tutti i deputati, commossi ed entusiasti, hanno gridato: Viva il duce!
Due vecchietti amareggiati:
Ahim, purtroppo tutto finisce, quaggi!
Tutto, s, tranne il fascismo che non finisce pi!
Si discorre di miracoli:
Avete sentito il miracolo di Costanzo Ciano?
Ma se  morto!
Appunto, ancora otto giorni dopo la morte, continuava a muovere le mascelle e ad allungar le mani.
Qualcuno tira in ballo Gandhi:
Dicono che nei riguardi dell'Italia, ci sia una somiglianza tra la politica del mahatma e quella del nostro re.
Ma no, Gandhi non s' mai curato degl'italiani.
Allora  proprio vero che gli assomiglia molto.
Abbiamo conversato cos per vent'anni.
...
Un aneddoto fa riunire ad un tavolino di trattoria romana, fuori all'aperto, nientemeno che i tre capi dell'asse: l'italiano, il tedesco e il nipponico. Dall'alto, per un'improvvisa incursione aerea nemica, casca una bomba proprio al centro della tavola: ne consegue un macello.
Tutti morti?
Tutti!
Ebbene, si chiedeva, chi si salva?
La pace del mondo! si rispondeva.
...
Transitando attraverso un pingue frutteto italiano, Hitler ospite del sire di Rocca delle Caminate, si ferma a cogliere un fico nero, meravigliandosi di quella rarit:
To', dice, in Italia sono neri perfino i fichi.
Gi, nascono fascisticamente in camicia nera... millanta il nostro divetto di variet.
Frattanto Hitler ha aperto il dolce pomo di biblica tradizione e raddoppiando la propria meraviglia, esclama, non senza un'ombra di disappunto:
Per, vedi? Di dentro sono rossi...
...
Al tranviere che faceva l'esame per diventare manovratore di prima classe, a Roma, fu chiesto dall'esaminatore:
Che giro fa la circolare interna?
Il tranviere ci riflett un tantino poi rispose:
Fa su per gi il giro del fascismo.
Eh? Come sarebbe a dire? La linea va dalla piazza del Popolo a quella della Libert, passa oltre il palazzo di Giustizia, sorpassa via Bocca della Verit, svolta dinnanzi alle rovine del Foro e sosta presso la Cloaca Massima: che c'entra dunque col fascismo?
Appunto,  quello che volevo dire io: il fascismo s'allontana dalla Libert, si lascia indietro la Giustizia, trascura la Bocca della Verit, va verso le Rovine e finisce nella Cloaca Massima.
...
Poich il capintesta aveva sentenziato: "Andare verso il popolo!", un giorno tre persone si trovarono tra via Tomacelli e il largo Goldoni, sempre a Roma. Di l sono a poca distanza via della Scrofa, via del Babbuino e piazza del Popolo stupenda e vasta, quale la disegn per un lampo di genio il Valadier. Le tre persone erano Mussolini, una donna di sua parentela e il pi volte nominato indimenticabile segretario del partito. Dopo essere stati insieme a pranzo, secondo la storiella, ora dovevano dividersi e andar ciascuno per il proprio indirizzo.
Che strada fate voialtri? disse il divo, io vado verso il Popolo...
Io, rispose il segretario, faccio il Babbuino....
Ed io faccio la Scrofa! inform la donna.
...
Un forestiero capitato a Roma, sentiva dappertutto parlar di regime fascista, regime mussoliniano, regime rivoluzionario....
Regime? pens, che vuol dire questa parola?
Compuls il vocabolarietto annesso alla sua guida d'Italia e lesse: "Regime, metodo per mangiare".
Allora ho capito finalmente il fascismo! fece il forestiero!
...
Nelle scuole comunali: tema per l'esame orale in classe: "Dare una definizione breve e sintetica del nostro amato Duce".
Il fondatore dell'impero! disse uno scolaretto.
L'allargatore dell'Italia... fece un altro.
L'uomo che ha liberato gl'italiani dalle catene... proclam un terzo.
Macch! osserv il maestro, quali catene?
Quelle degli orologi, sono d'oro...
...
Presentazione del nume al Pontefice Ratti, dopo la firma della Conciliazione: Sua Santit disse per primo:
Io Pio undecimo....
Io pijo tutto! dichiar il nostro padrone, in romanesco.
...
Un impiegato statale, in un momento d'ira personale, lancia un calamajo contro il ritratto del superuomo di Predappio, sulla parete centrale dell'ufficio. Collera furibonda del capufficio:
Io v'impongo di ripulire immediatamente quell'effige venerata!
E va bene... si rassegna l'impiegato.
Non basta: dovete ripulirla cantando inni patriottici!
Come volete, commendatore.
E il colpevole si mette a sputare sul quadro, per pulirlo, cantando l'Inno di Garibaldi:
"Va fuori d'Italia, va fuori ch' l'ora...".
...
Si diceva che la citt pi fascista d'Europa fosse Amsterdam.
Ma se  in Olanda.
 vero, per comincia con "am!" (esclamazione di chi addenta un cibo) e finisce con "dam!" (imperativo dialettale per dire: dammi!).
...
Mussolini in visita da Hitler, adocchia una ragazza che gli piace.
Puoi farmela avere? domanda il donnajolo di Romagna.
Aspetta, prima informiamoci di che razza sia, non vorrei che ti capitasse una giudea.
Egli chiama uno sgherro del seguito e gli ordina di domandare alla ragazza qual  il giorno della sua festa pi grande. Se  Natale, allora ella  cattolica; se  la Pasqua, vuol dire ch'ella  da scansarsi, perch ebrea.
Lo sgherro s'accosta discreto all'indicata e domanda con fare cortese:
Scusate, quando  la vostra festa maggiore?
La fanciulla si volge verso i due satraponi l accanto e tendendo il dito per mostrarli all'uomo che l'interroga, dice piano:
Il giorno in cui muoiono quei due!
...
In Puglia una donna d alla luce tre bimbi. Per un miracolo della ginecologia, riescono a vivere tutti tre. Lieti di ci, i genitori danno loro tre nomi pieni di ossequio: Benito, Vittorio e Italia, perch si tratta appunto di due maschietti e una femminetta.
Il condottiero invitto e invincibile n' informato e ogni tanto fa chiedere conto della loro salute. La prima volta gli si risponde:
"Benito divora ch' un piacere, Vittorio tira avanti alla meglio, Italia langue parecchio".
La seconda volta le cose peggiorano: "Benito ha l'indigestione, Vittorio  istupidito, Italia  agli estremi". 
L'ultima volta non c' pi rimedio: "Benito svanisce poco a poco, Vittorio  spacciato, Italia  finita male!".
...
Quando per uno di quei mussoliniani colpi di testa che dovevano condurci al fallimento definitivo, i nostri marinai sbarcarono a Valona, i giornali stamparono: "Il duce ha annesso all'Italia la baja pi importante dell'Albania".
Oh, si esclam subito, ma  gi tanto tempo che egli ci d la baja!
...
Poich durante una tracotante e villanissima "sfogata" oratoria alla Camera, in risposta ad un discorso di Churchill, il gran feticcio aveva garantito che il nostro soldato  tra i migliori del mondo, "quando  bene armato e ben comandato", si narr che la sera stessa il Milite Ignoto in persona si presentasse al cospetto del nume.
Ebbene, mi conosci, tu?
Io? Mai visto!
Sono il noto Ignoto.
Tanto piacere, e che vuoi? Un sussidio, una onorificenza? Parla!...
Voglio sapere a chi spettava di bene armare e ben comandare il nostro soldato?
Al pi grand'uomo del mondo, il solo abile, l'unico genio vivente...
E chi ?
Io!
E quale pena merita chi ha mancato a un cos indispensabile dovere?
La fucilazione!
Chi aspetti, dunque, ad ammazzarti? Perch non muori?
Perch se muoio io, non rimane nessuno al mondo capace di fregare l'Italia meglio di me.
...
In un ufficio ministeriale, una mattina il superiore immediato entr ed avvert i dipendenti:
Tra poco arriva il duce, chi di voi  disposto ad appenderlo subito?
Con uno scatto fulmineo, tutti gl'impiegati balzarono in piedi, giubilando felici, in coro:
Noi! L'appendiamo noi! Vogliamo questa gioja...
Eh? fece il superiore, meravigliandosi, ma che cosa credete? Calmatevi, signori: intendo dire che adesso arriva l'ultimo ritratto del capo del governo, e bisogna appenderlo al muro....
Agl'impiegati caddero le braccia, e uno ad uno, se ne tornarono ai loro posti, delusi, mogi, afflitti, brontolando: Be', sar per un'altra volta.
...
Un umile buon provincialotto sceso alla Capitale, invogliato a ben comprendere il fascismo e le idee del relativo capo, trova per via un suo compaesano che sa di lettere e di politica.
Oh, gli fa, mi sai spiegare tu che cosa vuol dire regime totalitario?
Uhm! risponde l'interpellato, cercando di sbrigarsela con un bel frasario alla Mussolini, inequivocabilissimamente  irrevocabile che la totalitariet nazionale dev'essere integralizzata dalla rimobilitazione del... di.... insomma, hai capito bene?
Neanche una sillaba!
Sei duro, veh? Ebbene, ti faccio un esempio: vedi tu quel camerata l?
Quello in uniforme?
Giusto quello: ora  uno, domani ce ne saranno due come lui, poi dieci, poi mille, tra un anno un milione...
E allora?
E allora, quando in Italia tutti saremo come quel camerata l, il nostro amato duce avr raggiunto il suo scopo.  chiaro?
Lampante! Finalmente ora so di che si tratta. Ciao, neh?
Tornato al villaggio, il provincialotto fa il saputo e dice ai compaesani:
Ehi, siete ignoranti, voi! Scommetto che non v'intendete un'acca del regime totalitario.
Oh, che tu puoi spiegarlo?
Io? Altro che! Vi porto un esempio: ecco, vedete quel camerata l?
Quel mendicante?
S, be', ora  uno, domani ce ne saranno due come lui, poi dieci, poi mille, tra un anno un milione...
Tutti cos?
Certo! E quando in Italia tutti saremo come quel mendicante l, il nostro amato duce avr raggiunto il suo scopo. Che ve ne pare?
Eh, ci pare che se va avanti di codesto passo, egli  gi sulla buona strada.
Come si vede, sia pure a traverso le barzellette, il popolo aveva perfettamente compreso il pensiero mussoliniano.
...
"Mussolini ha cambiato i connotati all'Italia" scrisse un giornalista inglese venuto a dare una capatina nel nostro paese. I giornali qui s'affrettarono a ristampar la frase con molta vistosit. Il giorno dopo circolava un'epigrafe cos concepita:
ONORE
A BENITO MUSSOLINI
CHE HA CAMBIATO
I CONNOTATI ALL'ITALIA
OH
COME GL'ITALIANI
VORREBBERO CAMBIARE
I CONNOTATI A LUI!

 15. I GIOVANI.
Mussolini, a Montecitorio, il 29 gennaio 1929:
La vita  un continuo esame!
Uno studente:
Al quale, un bel giorno, sar bocciato anche lui.
Largo ai giovani! Era uno degli alti comandamenti del regime. E vedemmo caterve d'inesperti, d'impreparati, d'ignari, salire a posti di competenza, di responsabilit, dove essi incominciavano col riempirsi le saccocce di quattrini, come primo atto, quindi passavano a compiere tante di quelle topiche, di quegli errori, di quei disastri da ridurre il paese intero cos com' stato ridotto. Basti ricordare che il genero del nume non era ancora trentenne quando fu elevato al ministero, Italo Balbo divenne ministro a 28 anni, uno degli ultimi segretari del partito ebbe la carica di vice-duce a 26 anni.
Mussolini cerca una balia... si diceva.
Per che farne?
Per allattare il segretario del partito.
Il direttore d'un giornale umoristico di Roma s'ebbe una severa reprimenda dal capo ufficio-stampa per aver pubblicato uno stelloncino in cui si desiderava sapere se si doveva far largo ai giovani anche quando erano fessi o si doveva far largo ai fessi sol perch erano giovani.
Lo stesso giornale fu minacciato di soppressione per avere stampato il seguente dialoghetto tra due cittadini:
Io non sono considerato pi niente, perch ho quasi quarant'anni, ma mio figlio ha le migliori qualit per fare una grande carriera.
 molto istruito?
Oh, no!
 intelligente assai?
Uhm, veramente no....
 onesto, laborioso, intraprendente?
Macch!
E allora che diavolo di qualit possiede?
 molto giovine.
Se  per questo, c' mio figlio che sorpassa tutti.
 pi giovine del mio?
 nato stamattina.
Dunque non ha potuto manifestare ancora le sue tendenze politiche
Come no? Bisogna vederlo: poppa per dieci, strilla con prepotenza e sporca dappertutto.
...
Ogni tanto qualcuno informava un amico:
Ieri Mussolini  andato a visitare l'asilo infantile.
Vuol rifare la propria educazione dai primordi?
No,  perch ha mandato via alcuni ministri e ora ne cerca dei nuovi.
...
Un padre, dolendosi del proprio primogenito, si confidava ad un amico:
Ha gi quindici anni, capisci? E non studia, non lavora, non s'applica che al malfare: ho una matta paura che se cresce cos, quel ragazzo, sai come finisce?
Che la questura ne fa un galeotto!
No, finisce che Mussolini ne fa un ministro.
...
Si osservava maliziosamente:
Chiss perch il duce crea grandi gerarchi i beb.
Per mandare avanti i giovani.
Sta bene, ma i beb non sanno far nulla di buono, si comportano male.
E tu credi forse che i gerarchi si comportino bene?
...
A una ragazzina che desiderava una sua fotografia, il Fatalissimo ne diede subito una bella e grande, sorridendo soddisfatto e lusingato, dongiovannescamente.
Me ne date anche un'altra? fece la fanciulla sfacciatella.
Perch no? Ecco questa in costume da bagno.
E un'altra ancora?
Ma s... Te ne d una a cavallo. Ti piaccio proprio tanto?
Certo! E me ne date un'altra?
Volentieri. Ma quante ne vuoi?
Almeno sei.
Hai intenzione di metter il mio ritratto in tutte le stanze della tua casa?
Oh, no!  che per ogni sei fotografie vostre, me ne dnno una di Macario...
...
Fu un giovine vate incamiciato di nero, tal Virgilio Scattolini, a comporre "Il poema dell'Italia nuova", dedicandolo al nume, di cui in un canto descrive l'apparizione alle folle, e termina cos:
E sulla porta c'eran tre tenenti,
salutarono il duce sull'attenti.
La poesia dell'ra fascista era bell'e trovata.
...
A un giovanissimo figlio di pap venne affidato un posto di responsabilit amministrativa.
Bada, gli raccomandarono, bada che devi sorvegliare la cassaforte.
E perch?
Per evitare che i denari partano male, senza che si sappia come.
No, no, il duce non consente eccessi superflui e inutili zeli: si possono anche far partire male i denari, se si fanno tornare bene i conti.
Erano questi i frutti dell'educazione fascista.
...
Per spesso, grazie a Dio! erano precisamente i giovani che facevano dell'intrepido antifascismo, con molto spirito e moltissimo coraggio, dati i tempi. Essi parafrasavano alcune massime mussoliniane e le diffondevano, sollazzandosi un mondo. Mette conto di ricordarne qualcuna:
"La menzogna  l'unica verit del fascismo".
"Mussolini  sempre l'uomo nuovo, infatti ogni giorno cambia un'idea.  questo il vantaggio dell'animale ragionevole sull'irragionevole. L'ippopotamo rimane ippopotamo per tutta la vita, Mussolini invece pu essere scimmia oggi, dopo essere stato pappagallo ieri, e come sar camaleonte domani".
"La coscienza nel fascismo  come il bussolotto nelle mani del prestidigitatore: eccolo, signori, si prega di osservare che c', ma ora... uno, due, tre, l! Il bussolotto sparisce e la coscienza pure".
"Nessuno osi mettere mai in dubbio l'onest adamantina del duce! Essa  come la Beatrice di Dante: Tanto gentile e tanto onesta pare... Ma pare soltanto".
"Quando si  ricchi,  facile essere onesti, ma il maggior merito del fascismo  appunto quello di non essere onesti, pure essendo ricchi!".
"Il nostro dovere di giovani fascisti  quello di rimaner galantuomini intemerati ad ogni costo, anche a costo di commettere truffe, furti, falsi e vuoti di cassa: il duce lo vuole".
Parecchi altri sono assai sboccati e li tralascio, ma chi pu negare a molti dei nostri giovani il vanto di non essersi fatti gabbare dal genio di Predappio?
...
Qualche dialogo di giovani:
Vogliamo ottenere molto dal duce?
Uhm, non  facile.
Come no? Basta scrivergli che siamo pronti a dare la vita per lui...
E lui ci crede?
S, perch s'illude che noi parliamo della nostra vita, povero scemo!
...
A Dalmine, il divetto eloqui sui diritti e doveri, affermando:
Il diritto  la risultante del dovere compiuto.
Due giovinotti commentarono:
E perch, allora, lui ha tutti i diritti e nessun dovere?
Perch noi abbiamo tutti i doveri e nessun diritto.
...
Dei ragazzetti giocano nel parco pubblico:
Facciamo il fascio? Io sono il duce.
No, il duce lo faccio io....
Io, io ho il berretto col pennacchio di penne nere.
Ma io so menar le mani meglio di te.
Allora io f il gerarca che ti viene appresso, lui quello che fa la guerra, Pierino fa quello che annunzia il duce...
E il gerarca che mangia tutto, chi lo fa?
...
A Milano, quando il capobanda dichiar agli operai:
Un popolo per giungere alla potenza, ha bisogno della disciplina!
Parla del nostro popolo? chiese un apprendista meccanico a un compagno.
No, perch non ha detto un popolo di fessi.
...
Due giovani partecipavano ad un congresso fascista (Roma, 1925) nel quale il Tremendissimo magnificava la violenza spiegando:
 necessario ch'essa sia sempre guidata da un'idea...
Quale? domand uno dei giovani.
Be', quella di uccidere e saccheggiare non  forse una idea?
Era gi avvenuto il massacro di Matteotti.
...
A proposito della violenza, il dio nostro aveva detto, nello sgrancassato discorso del 3 gennaio:
La violenza, per essere risolutiva, dev'essere chirurgica, intelligente, cavalleresca.
Uno studente annu aggiungendo:
La stessa cosa dicevano Tiburzi e Gasperoni.
...
E a Udine il grande statista aveva gi enunciato:
La violenza  qualche volta morale.
Un gruppetto di giovani dissidenti rise:
Bene! Dunque, la mafia, la camorra e il fascismo moralizzeranno finalmente l'Italia!
...
Presso la data in cifre romane, sotto una delle tante lapidi murate in tutta Italia per eternare il nome del divino capobrigante, lo scultore aveva aggiunto sei lettere puntate: N.L.S.L.B.M.
L per l nessuno vi fece caso, ma poi, riferisce la storiella, alcuni incuriositi tentarono un'interpretazione.
Forse sono un'esaltazione del duce: Nostra Luce, Sommo Lume, Benemerito Magnifico.
Pu darsi invece, obiettarono altri, che si tratti di un chiarimento: Non Lavora Senza Ladrerie, Benito Mussolini.
Infine furono due studenti di liceo a dare la spiegazione esatta:
 una scritta latina, signori: Non Lapidem Sed Lapides, Benito Mussolini! Ci che vuoi dire: Non una lapide sola, bens molte pietre addosso a Benito Mussolini!
E furono altri licealisti lombardi che ai piedi del monumento a Cavour, sotto la statua dell'Italia, scrissero: Te, secundus Victorius construxit, tertius destruxit.
N potevano essere che degli altri studenti, quelli che segnavano dovunque, sui muri e altrove, le iniziali del gran nome tre volte di seguito: B.M. B.M. B.M.
Superiori e gerarchi arriciarono il naso:
Che significa questo rebus?
 chiarissimo: Benito Mussolini, Benemerito Mirabile Battistrada Mondiale.
Sottovoce, invece, si supponeva che volesse dire: Benito Magna Beve, Mentre Bestie Mormorano.
Pi tardi, per chi capiva il latino, quelle lettere rivelarono il loro segreto: Benitus Mussolinus, Brigantorum Magister, Bestiorum Monstrum.
Latino maccheronico, s, ma perspicuo ed espressivo.
Di gherminelle simili ne vennero giocate anche a Napoleone, ed a tal proposito pare che in una scuola sia stato ripetuto un certo tiro diretto gi all'Imperatore dei francesi, nei primi anni del secolo scorso. Un alunno delle scuole classiche, dovendo svolgere un tema poetico, present tre quartine che piacquero molto all'insegnante, ma facevano ridere immensamente gli scolari.
O che diavolo ci trovate da smorfiare, voialtri?
Niente, professore, le quartine sono bellissime a leggerle regolarmente, ma se si leggono saltando il secondo verso di ciascuna, fanno ridere e vanno meglio.
Il professore lesse.... Santi di tutti i cieli! C'era da far chiudere addirittura la scuola, per indisciplina e offese all'intero olimpo di piazza Venezia. Non valse al ragazzo il confessare che i versi glieli aveva fatti un suo zio, mezzo letterato; egli fu espulso e l'insegnante salv lo stipendio.
Ecco le tre quartine:
Il duce, nostro perno
sia sempre, e chi non vuole
mandiamolo all'inferno,
laddove perir!
*
I gerarchi eminenti
son grandi e i lor nemici
son ladri e delinquenti
che Dio distrugger!
*
Duce, per nostra gioja,
chiunque a te s'oppone
va presto in mano al boia,
cos il destin vorr!
...
Ma un altro alunno, in un'altra scuola, non pot svolgere il suo bravo componimento in poesia, il cui tema era assolutamente un inno al nume tutelare della nazione.
Signor professore, ho studiato per mezza giornata, senza riuscire a formare un solo verso.
E perch mai? Vi rifiutate forse d'apprendere la metrica italiana?
Non  per la metrica, professore,  per le rime.
Ma se sono facilissime: di parole in ini, da rimare con Mussolini; ce ne sono a bizzeffe.
Pu darsi, ma io non ho trovato altro che "truffaldini, malandrini e assassini....".
Perch allora non avete pensato a rimare la parola duce?
Perch non m' venuta che una rima sola: truce!
...
Il fascismo  scuola d'eroismo, aveva tuonato il nostro Solone, dei giovani d'oggi, noi facciamo degli eroi.
E i giovani diffondevano al riguardo alcuni pensieri altrui, non traendoli certo dai loro testi scolastici:
Voltaire: "Amo poco gli eroi, fanno troppo fracasso".
L'abate Galiani: "Il coraggio  l'effetto d'una grandissima paura. Quando abbiamo infatti una gran paura di morire, ci lasciamo tagliare coraggiosamente una gamba".
Emerson: "A lungo andare, un eroe diventa un seccatore".
R. Lalou: "Vi sono due soli eroi, al mondo: l'imbelle Amleto e il bellicoso Macbeth. Il curioso  che tutt'e due hanno paura d'uno spettro".
Spencer: "L'ammirazione per gli eroi  maggiore laddove c' minor rispetto per la libert umana".
La Rochefoucauld: "Moltissimi eroi sono come certi quadri, per apprezzarli  meglio non vederli troppo da vicino".
De Livry: "Vi sono persone che diventano coraggiose soltanto in grazia della vigliaccheria degli altri".
E fermiamoci qui.
...
Si comprende come, in modo speciale tra i giovani, fiorissero i piccoli sfottetti in versi, che talvolta venivano perfino messi in musica o adattati a motivetti in voga. E ce n' per tutti, senza tanti riguardi, a cominciare dal sovrano:
Ma che cos'
nel tempo nostro un re?
Un inno fuori tono
che non ha pi rilievo,
un balocco lasciato in abbandono,
un po' di medio evo
rimasto su d'un trono.
Ce n' per gli alti criminali:
La Giustizia, raccolta
nell'opra punitiva,
pu tardar qualche volta,
ma fatalmente arriva.
Come per i voltagabbana d'ogni tempo:
Volga il tempo come vuole,
tutto il mondo caschi gi,
zucche vuote e banderuole
sanno sempre restar su.
Per i gradi superiori dell'esercito:
Marescialli che in tono scomposto
fate arringhe e sproloqu a trib,
non avreste potuto piuttosto
parlar meno ed agire di pi?
Ma qui il bersaglio  anche pi largo:
Re, ministri, marescialli
fusi in collera tremenda,
si rinfacciano a vicenda,
come serve, i loro falli,
ma chi ascolta la cagnara
della comica trib,
torce il naso e poi dichiara:
Che marciume c' lass!
E qui si fa la caricatura di tutti quei gerarcacci inghingherati e in pose da prodi, i quali anzich al fronte, si esibivano in ogni ritrovo mondano:
Baldo e fiero, fieramente,
con fierezza contingente,
vado fiero in auto e a pie';
fiero bado a chi mi bada,
son fierissimo per strada,
fiero assai se prendo il t...
Ma perch nessuno apprezza
la fierissima fierezza
dell'eroe che sta al caff?
Ce n' per ogni classe di persone, in ogni sito:
Siccome troppo sale
il costo del maiale,
qualcuno si stupisce.
Perch? Se bene o male
pur qui, con le faccende che van lisce,
qui, dove vivon le pi salde tempre,
 ben noto che il porco sale sempre
Qualche forte frecciata arriva anche all'industria bellica:
Il creso che vende cannoni
sospira: Qua, dollari cari,
qua rubli, fiorini, dinari,
correte a milioni,
corone e sterline,
bei marchi, venite al cuor mio,
cos che alla fine
chi vince la guerra son io!
Non c' limite alla satira e alla beffa che mirano diritto:
Sia lode a quegli stati dove impera
l'autorit, sicch per alti fini
i ministri son ladri, ma in galera
ci vanno i cittadini.
E ancora contro la guerra, quasi a prova dell'immane entusiasmo con cui l'accettammo, noi disgraziatissimi italiani:
Ci avevano insegnato
che solo l'Asia e l'Africa han le jene,
Bugia! L'ultima guerra ha dimostrato
che le valli d'Europa ne son piene.
E infine, ecco una specie di grido d'allarme:
Quanti a salvar l'Italia sbucan fuori,
ma chi la salver dai salvatori?
Se come quei di prima fan sconquasso,
qui non ci rimarr nemmeno un sasso!
Ma gli scherni, i giocherelli e le prese in giro che combinavano in particolar modo i giovani, operai, impiegati, studenti, attori di cinema e di teatro, artisti, erano innumerevoli. Si contraffaceva il tono di voce del Tonitruante, il grugno proteso, il gesto gigionesco, si sgangheravano i suoi pistolotti ripetendoli, si imitava il suo incedere e si terminava in risate e sberleffi. Si parodiavano i riti fascisti, copiati da quelli dannunziani di Fiume, e s'imprecava contro qualcuno dicendogli per chiasso:
Ma va, ti possano dire "presente"!
Era l'appello fascista che si faceva a un funerale.
Si schernivano le grida bestialmente scomposte degli squadristi:
A chi i quattrini degl'italiani?
Urla: A noi!
A chi la galera?
A noi!
Sputi, calci, sberle...
Per il duce, eja, eja, eja, alal!
Si proponeva in tono squillante:
Camerati,  tempo di buttar gi dal mirabile cavallo del Verrocchio, quell'inutile e superata statua di Bartolomeo Colleoni a Venezia, sostituendola con quella del nostro duce. Al duce gli onori e il monumento! Vi saranno forse degli altri Bartolomei, ma Colleoni come lui e quelli che lo circondano, sar difficile trovarne in tutto il mondo!
Si componevano giochi di parole:
Col segno littoriale
messo d'autorit,
Roma ch' Capitale
rimane senza Ca,
ma resta ognor pitale!
...
Quando s'incominci a sconvolgere la toponomastica delle citt per inserire mezzo calendario tra i nomi delle vie (3 gennaio, 23 marzo, 21 aprile, 9 maggio, 28 ottobre, 18 novembre e via dicendo) e per dedicare a oscuri uomini strade, piazze e viali importanti, l'irritazione di molti era temperata dall'ilarit. Infatti non era possibile astenersi dal ridere, costatando che a Milano un nome storico come quello di via della Cerva, veniva cambiato in Via degli Arditi, e a Roma una delle pi tradizionali celebri e illustri piazze romane, quella di Montecitorio, venne intitolata a una poco simpatica figura di servitore del fascismo, alla cui mangiatoja s'era copiosamente satollato. Nomi gloriosi dovevano cedere il posto a Michelino Bianchi, tanto per dirne uno, o a Sandro Mussolini o a Rosa Maltoni, povera umile donnetta che lavorava da sola, nella famiglia, per mantenere il marito sbornione e i figli male avviati.
A Roma, lo spiritaccio trasteverino propose subito alcuni mutamenti pieni di beffarde intenzioni. Eccone qualcuno:
Sulla targa di via delle Vacche, si potevano metter invece i nomi di varie ben note amanti di gerarchi, tanto la strada non mutava.
Via Affogalsino poteva anche essere dedicata a Farinacci, con l'augurio relativo.
Via dell'Agnello era in effetti la via del popolo italiano.
Via delle Bollette poteva essere la via dei contribuenti.
Bocca della Verit doveva restar chiusa, perch era pericolosa: abolita per decreto reale.
Via del Babbuino, ormai era consacrata al segretario del partito, e non occorreva discutere oltre.
Il vicolo del Villano era denominabile anche vicolo del duce.
Per i grossi gerarconi parevano adattissime e rispondenti alle loro funzioni le vie Magnagrecia, Magnanapoli, Magnaghi, Magnolie e qualunque altro magnamento immaginabile.
Per pi d'una signora fascista c'era a disposizione la via della Porcareccia.
Nel nuovo piano regolatore, si suggeriva di abolire la via delle Vergini, per deficienza delle medesime, e modificare via delle Convertite in via delle pervertite, quale omaggio alle dame del littorio.
Quella che maggiormente accontentava l'intera popolazione romana, era pur sempre la via del Governo Vecchio.
...
Amenit consimili si elaboravano con i titoli dei film pi in voga:
La fine del fascismo: Il pi bel sogno!
L'aumento delle tasse: Ossessione.
I gerarchi: Prendeteli vivi!
Mussolini: Il pirata sono io!
Starace: La guardia del corpo, ma fingendo di sbagliarsi, invece di corpo, si scriveva porco.
Un consiglio al sovrano: Un colpo di pistola.
I segretar federali: Animali pazzi.
La cartolina rossa: Lasciateci vivere!
La fine del fascismo: Il sogno di tutti.
La morte del duce: Ecco la felicit!
...
Ma di siffatte burlette se ne ordivano a migliaja. Si indicavano, tra studiosi, quali erano i libri contenuti nella biblioteca del divo:
De Quevedo: Il Gran Pitocco, vedi popolo italiano.
Dostojewskji: Delitto e castigo, vedi Matteotti.
Balzac: Storie scabrose, vedi i bilanci del governo fascista.
Becque: I corvi, vedi il direttorio del partito.
Merime: Il vampiro, vedi il capo del governo.
Stevenson: Il club dei suicidi, vedi gli antifascisti.
Flaubert: Memorie d'un pazzo, vedi gli scritti di Mussolini.
Dostojewskji: L'idiota, vedi il sovrano.
Apulejo: L'asino d'oro, vedi Starace.
Poe: Il demone della perversit, vedi Lui.
Segr: Le memorie d'un asino, vedi diario di Farinacci.
E la lista proseguiva lunghissima.
...
Quando l'Imperterrito and in Egitto, con la speranza dell'ingresso eroico ad Alessandria, vennero fuori alcune quartine di rifacimento del Prode Anselmo:
Passa un giorno, passa l'altro,
pi non torna il gran Benito,
poi ch'egli era molto scaltro,
and in guerra ben vestito.
Con due greche sulla testa
per sembrare un marescial,
ei tent di far la festa
a cavallo d'un caval.
La Claretta che abbracciollo
gli di un bacio e disse: Va,
fa il trionfo, o vecchio pollo,
poi ti vesti da pasci.
E non so bene se furono gli studenti napoletani o altri a ritoccare il popolarissimo "Cantastorie" di Ferdinando Russo, sostituendo l'invincibile Benito al valoroso Rinaldo della Chanson de geste partenopea.
Ecco Benito in campo, 'o pelatino,
o' pelatiello 'e Roma cchi putente,
teneva n'appetito malandrino
ca pe' grammegna se magnava 'a gente!
Chisto trattava ll'uommene
comm'e castagne allesse,
e nce cuntava strppole
pigliannoce pe' fesse,
mallarme d'o dimmonio,
che tte sapeva fa'!
...
Un tema frequente nelle classi elementari era: "Componete una letterina al nostro amato duce"
Dopo averla composta, una bimba pens bene di spedirla. Tra l'altro, ella aveva scritto: "Se ti fossi vicina, ti farei diventare bello e grande come il mio gattino".
Ricevuta l'ingenua missiva, il divinissimo che posava a cuor tenero per l'infanzia, volle rispondere: "Sarei lieto di lasciarmi rendere bello e grande da te, ma come hai fatto col tuo gattino?".
E la bimba felice scrisse subito: "Prima di tutto, il mio pap lo ha fatto castrare....".
...
Storielle che si narravano tra studenti, sul conto dei ministri fascisti:
Teruzzi e Pavolini viaggiavano con un plenipotenziario straniero, il quale lodava il rispetto dei treni italiani agli orari ferroviar.
Siamo quasi a Firenze, diceva, e son sicuro che entreremo in stazione all'ora segnata, precisa... Ecco, adesso sono le... To', non ho pi l'orologio! O l'ho perso o l'ho dimenticato in albergo....
Teruzzi diede di gomito al collega Pavolini:
Suvvia, non fare il tuo solito! Quello  un amico, restituiscigli l'orologio...
...
In una osterietta di Losanna, dopo una conferenza diplomatica, cpitano a mangiare tre eccellenze: l'inglese Eden, il francese Daladier e l'italiano fascista Dino Alfieri.
Che c' di speciale?
Testine d'agnello, informa l'oste, ho le tre ultime.
Quelli le ordinano, pagandole prima.
Allora, fa l'oste, l'inglese paga 50 franchi, il francese 40, l'italiano 30.
O bella, e perch codesta differenza, se abbiamo una uguale porzione per uno?
Uguale no, signori: nella testa dell'inglese c' la lingua e il cervello, in quella francese c' la lingua sola, nella testa dell'italiano non c' n lingua n cervello!
...
Il ministro Bottai visita una fabbrica d'automobili.
Eccellenza, gli dice il cospicuo titolare della marca, per ricordo di un cos bell'avvenimento, vi prego d'accettare in dono una macchina delle nostre officine.
In dono no! Ho l'ordine del duce di non ricevere doni. Accetto la macchina, ma desidero pagarla. Quanto?
L'industriale sorride e fa: Una lira!
Bene, grazie: ecco appunto un biglietto da due lire, favoritemi il resto.
Mio Dio, non abbiamo buoni di piccolo taglio, come faccio a darvi una lira di resto?
Be', non importa, non voglio approfittare del vostro imbarazzo, datemi un'altra macchina, per me fa lo stesso.
...
Balbo si vantava con alcuni ferraresi:
Qualunque sproposito io compia, sar sempre ben trattato dal duce, perch io ho varcato in volo l'oceano, capite?, ho fatto l'Atlantico!
Non t'illudere, va! Qui sono anni che il popolo fa il Pacifico, fa l'Indiano, eppure  sempre maltrattato dal duce e da tutti i ducini che lo servono e si servono di lui.
...
Giovani meccanici d'officine piemontesi componevano quartine in dialetto e in italiano, cantandole sul motivo di din dan bom al rombo del cannon, popolarissimo fin dall'altra guerra. Ne trascrivo qualcuna:
Il duce ha detto a Hitler:
Abbiam brutte sorprese,
ci stan svitando l'asse
con una chiave inglese.
A Roma hanno trovato
dei comunisti al centro,
e il duce non vuol l'uova
perch c' il rosso dentro.
 stato messo un fascio
sui treni e non si bada,
ma le locomotive
divorano la strada.
Il re mangia il buon pane,
noi quello mescolato,
 solo Mussolini
che mangia il pan grattato.
...
Grattato ossia rubato. Infatti il ministro degli esteri, notando innanzi ad un caseificio un formaggio colossale, si ferm a chiedere:
Si pu grattare?
Oh, no, gli risposero,  inutile che v'incomodiate, eccellenza, potremo anche mandarvelo a casa, in dono.
...
Non credo di dover tralasciare questa "Verace e lagrimosa istoria del guerrier Misolino che con gran meraviglia, va in guerra per affari di famiglia, e quando deve darle invece le piglia!".
Del Misolin celbre
duce d'ogni vittoria
cantiam la mesta storia
del gran suo dispiacer.
Che lui la quale forse
niente trov di male
ch'essendo caporale
s'accoppia col fuhrier.
Conquista Le Ritrea,
si chiappa l'Alba Nia
conciossiach via via
ti vuole il polo nord.
Ma appena nell'Afrca
va a farci la sua caccia,
si vede a faccia a faccia
un mericano e un lord.
Dopo di ci, la verace e lagrimosa istoria si fa piuttosto lubrica e prolissa, terminando:
Lordunque gli succede
che avviene come accade
che in quelle di lui strade
non puole metter pi.
Lui prender vuol d'avanti
quanto gli  necessario,
finendo all'incontrario
col prenderlo di di.
...
Tale era il decantato entusiasmo dei giovani italiani per la dittatura d'un mascalzone.


16. NAPOLEONITAL
Mussolini, a Firenze, nel 1930:
La volont del fascismo non  soltanto ferma e decisa, ma  matematica!
Una voce strilla:
Per sbaglia i conti dell'aritmetica!
S, Giulio Cesare, Cola di Rienzo, Machiavelli, andavano bene per lui, come paragoni alla sua immensit, ma il suo chiodo fisso, ripeto ancora, era Napoleone
Csar de carnaval! disse di lui Boncour.
Il Gladstone dei babbei! lo defin Davis.
Ma noi italiani che dovevamo tenercelo tutti i momenti sotto gli occhi, nei giornali, nei film, nei libri, alla radio, dovunque, noi dicevamo:
Egli vuol fare il Napoleone primo e non s'accorge d'essere soltanto la caricatura d'un Napoleone ultimo?
Infatti Bonaparte si cre console a vita, col diritto di designare il suo successore, e Mussolini si cre duce fino alla morte, con indicazione dell'erede.
Bonaparte promulg il codice napoleonico e lui quello mussoliniano.
Bonaparte istitu un ordine cavalleresco, Mussolini lo imit istituendone un fac-simile e nominandone gran maestro suo genero, salvo poi a sopprimere tutti gli ordini cavallereschi nonch lo stesso genero.
Bonaparte fond la banca di Francia e Mussolini fond quella del Lavoro.
Il primo fece stanziare pensioni a var letterati, l'ultimo, stabil l'accademia per stipendiarli e aggiogare cos l'intellettualit italiana.
Napoleone ripudi Giuseppina per Maria Luisa, Mussolini ripudi Rachele per Claretta.
Nel marzo del 1815, Napoleone fece la marcia su Parigi, nell'ottobre del 1922 Mussolini fece quella su Roma.
Il gran Crso ordin l'assassinio del duca d'Enghien, il minuscolo romagnolo dispose quello di Matteotti.
Una barzelletta asseriva che tra Bonaparte e Mussolini c'era soltanto quella minima differenza che corre tra due animali, entrambi mammiferi e quadrupedi.
Il cavallo e l'asino?
No, il leone e il porco.
Il nepotismo fu grave colpa sia del grand'uomo che del miserabile suo imitatore, e per loro disgrazia, tanto l'uno che l'altro ebbero dei pessimi parenti.
Napoleone, d'indole orgogliosa e saturo di immensa ambizione, tratt sempre tutti con alterigia: i diplomatici, i re e perfino il Pontefice (era un Pio anche quello!) mentre il divo Benito meschinamente fatuo e pretenzioso, tratt a sua volta ogni classe di persone dall'alto in basso, ma con risultati totalmente opposti a quelli del Crso.
L'uomo d'Ajaccio scrisse di s: "Il mio carattere  di camminare diritto alla meta".
L'omuncolo di Predappio, plagiario, stamburava:
Noi tireremo diritto!
Napoleone parlava della propria "inflessibile volont", e Mussolini strombettava:
La mia volont  inflessibile!
A un giornalista che doveva scrivere sulla campagna in Italia, nel 1796, Napoleone, avido di gloria raccomand:
Nel riferire le nostre vittorie, menzionate me solo, vi prego, unicamente me.
In questo, Mussolini super di molto il suo archetipo perch volle sempre in ogni cosa primeggiare esclusivamente lui. Anzi non doveva esistere in Italia altro sommo, altra gloria, altro dio che lui.
Nel famoso colloquio con Metternich, Napoleone dichiar incautamente:
Io me ne infischio di duecentomila vite umane!
Nel colloquio con Badoglio, al momento di spiccare il salto nel bujo spaventoso della guerra, il pedissequo nostrano afferm:
Mi occorrono alcune migliaja di morti...
In fatto di cadaveri, il genio mussoliniano  singolarmente pi che mai napoleonico.
Per il Piccolo Caporale di Francia non volle che i notabili di Montpellier facessero un monumento a suo padre:
Non turbiamo la quiete dei morti, disse, ho anche perduto mio nonno e mio bisnonno, perch non si farebbe nulla per essi?
Il gran caporale d'onore della milizia fascista, nonch modestissimo caporale dei bersaglieri, invece, lasci monumentare tutta la sua parentela, e per poco non permetteva che si elevasse una statua anche al cagnolino della serva.
Il figlio della Corsica fu rigido e onesto fin da ragazzo, il rampollo del fabbro alcoolizzato aveva fatto il carcere per reati comuni. Del primo fu proverbiale il disinteresse economico, del secondo  proverbiale esattamente il contrario. Napoleone ebbe imbarazzi finanziari fino a Sant'Elena, mentre le persone del suo seguito s'erano imbottite d'oro, come la clientela e i famuli di Mussolini. Ma costui era il primo a dare l'esempio dell'arranfa-arranfa. Napoleone disse a Las Cases, quando era a Sant'Elena:
Se io avessi preso del denaro, figuriamoci che cosa non avrebbero rubato coloro che mi erano intorno!
E poi aggiunse:
Se avessi trovato in fallo mio fratello, non avrei esitato a scacciarlo!
In una sola occasione, Bonaparte permise la messinscena d'una spettacolosa adunata, perch si doveva celebrare la costituzione. Toccandogli di passare in solenne rivista cinquantamila uomini, egli si pieg a indossare uno sfarzoso costume regale con ampio mantello ornato d'ermellino, e comparve col suo stato maggiore scintillante in una sorta di fastosa mascherata fuori tempo, che stup i parigini, i quali presero a ridacchiare e motteggiare.
Soltanto in presenza della folla, l'Imperatore, che sentiva il ridicolo e lo temeva, cap che si era esagerato in pomposit, e innervosendosi, si accucci sul trono, sbrig tutto in quattro e quattr'otto, n mai pi consent a consimili inutili dispendiose goffissime coreografie. Mussolini invece ne viveva e non gli sembravano mai abbastanza sgargianti, perch non gli riusciva d'intuirne neppur lontanamente l'estrema ridicolaggine. Ci che per nostro spasso, lo rendeva ancora pi beffabile. Il guajo era che tutte quelle burattinate le pagavamo noi....
Gli uomini dell'entourage di Napoleone I si chiamavano Berthier, Murat, Bernadotte, Massena, Lefbvre, Kellermann, Augerot, Oudinot, Souchet, Jourdan e tanti ancora, tanti del medesimo valore.
Il corteggio del Napoleonital era formato da Starace, Alfieri, Ciano, Farinacci, Polverelli, Rossoni e... perch continuare? C' da arrossire per dieci anni di seguito, dalla vergogna d'averli sopportati.
In genere, Napoleone non amava affatto le parate spettacolari, egli non compiva che rapide visite, ispezioni minuziose, riviste brevi spicce pratiche severe, senza pubblico, alla fine delle quali spianava il volto e si tratteneva a discorrere perfino con i soldati, non senza una discreta familiarit.
Insomma, assolutamente il viceversa del corrusco Marte di Predappio.
Ira del gran Crso contro Talleyrand, perch costui aveva asserito:
La Societ  divisa in due classi, i tosatori e i tosati: bisogna essere coi primi contro i secondi.
Mussolini, com'era manifesto, divideva precisamente il parere di Talleyrand.
Un giorno, avvertito di ci che l'ex vescovo d'Autun tramava, Napoleone lo invest di fronte a tutta la corte:
Voi siete un vile, un traditore, un ladro! Voi non credete in nulla, nemmeno in Dio. In tutta la vostra vita avete mancato sempre a ogni dovere, ingannando, tradendo tutti. Non vi  nulla di sacro per voi, vendereste perfino vostro padre...
Ugualissime parole potevano essere rivolte dagl'italiani al signor Benito Mussolini.
Nel 1805, soppressa la repubblica sia in Francia che in Italia, Napoleone venne a Milano per incoronarsi. C'era stato nove anni prima, quando aveva un aspetto sparutello, ora tornava con una sagoma meno insecchita, anche in grazia degli anni: ne contava trentasei.
Perbacco, com' ingrassato! not qualcuno della folla.
Sfido, spieg un altro, ha mangiato due repubbliche.
A Mussolini avvenne di tornare a Genova dopo l'assenza di alcuni anni, e anche l si osserv ch'era ingrassato.
 naturale, disse un cittadino scontento, sta mangiandosi tutta l'Italia!
Salito al potere, Napoleone ristabil la religione cattolica, Mussolini rimise il Crocefisso nelle scuole, ma il primo credeva in Dio, il secondo lo bestemmiava grossolanamente e si dichiarava ateo: quello del primo, dunque, era un atto di sincerit, quello del secondo era una sudicia commedia.
"Senz'alcun dubbio, tutto proclama l'esistenza di Dio", aveva scritto il vincitore d'Austerlitz, nei suoi Pensieri.
Il vincitore a chiacchiere di Libia e Tunisia non ha mai avuto un pensiero proprio, ha sempre rubato tutto agli altri, financo le opinioni. Era la forza dell'abitudine.
Napoleone sempre schietto riconosceva sovente le sue malefatte.
Il disastro che ho subto in Russia  terribile, non me lo dissimulo... confess pi tardi.
Mussolini, sempre menzognero, non riconosceva mai le batoste che riceveva, anzi le rivoltava in vittorie per noi, reputandoci gonzi, come al solito: cos fece per Guadalajara in Spagna, per Bengasi e Giarabub in Cirenaica, per l'Albania, per l'Egitto, sempre. Basta ricordare il discorso del bagnasciuga.
Egli rub a Napoleone anche il concetto sulle donne: "esse non sono in realt che delle macchine per far figli".
Ma il Crso non tenne mai il bel sesso in alcun conto, il predappiese invece lo esalt con la sua bolsa retorica di piazza, lo immise nelle organizzazioni del fascismo, se ne serv bassamente per i suoi scopi politici, pur ripetendo a quando a quando frasi del primo Imperatore di Francia:
"La donna pi perfetta  quella che d pi figli alla patria".
"Se volete bene educare i vostri figli, abolite in casa vostra il sof".
"Donne, il numero  potenza!".
Parole di Napoleone, non di Mussolini.
Il primo non abbond di mantenute e d'amiche, disse anzi che "i francesi non perdonerebbero al loro sovrano certe donne e certe amanti".
Antiteticamente, il Casanova di villa Torlonia, in fatto di femmine, sorpass anche i limiti dello schifo. Tuttavia posava a trattarle con ruvidezza da superuomo, per imitare Napoleone. Due aneddoti si riferiscono in modo pressoch uguale tanto per il grand'uomo di Francia quanto per il pigmeo d'Italia.
Durante un ricevimento alle Tuilleries, Bonaparte si volse verso una dama di corte la cui toilette forse non gli and a verso, e quasi apostrof:
Chi vi ha conciata in codesto modo?
Oh, gorgheggi la dama, sorridendo con nobile grazia, secondo i dettami dell'etichetta, per venire qui, sto anche troppo bene.
E ad un'altra signora di riguardo, il Crso domand bruscamente, in diversa occasione:
Ebbene, duchessa, amate sempre molto gli uomini, voi?
S, maest, quando sono bene educati! flaut l'aristocratica, con un irreprensibile inchino.
Scimmiottando, us modi liberi anche il nano in fregola di giganteggiare, e li usava a volte per posa, a volte perch realmente era un cialtrone. Illudendosi di fare dello spirito con una signora milanese, le domand:
 lecito dire ad una donna ch' brutta?
S, ribatt ella, se ad un uomo  lecito esser villano!
Una donnetta di bassa sfera sfoggiava i dolci ricordi d'una sua relazione col "fine dicitore" fascista, e narrava:
Quando ci lasciammo, io gli confidai che sarei stata molto felice se avessi potuto portare con me, nella mia vita, qualcosa di suo.
E lui?
Mi rispose: "Stai pur tranquilla, che qualcosa di me te la ritroverai un giorno...".
Parl sul serio?
Non c'era dubbio!
E che vi ritrovaste?
La sifilide.
...
Napoleone era rigido in fatto di morale, quasi puritano in materia di costumi. Mussolini era uno sporcaccione in tutto, sia pubblicamente che privatamente.
La Storia c'informa di come le avventure amorose dell'eroe di Wagram non abbiano mai toccato il fondaccio del laidume; in cambio la cronaca nostrana ha assai arricciato il naso sulle oscenit erotiche del lercio eroe di El Alamein.
Per il duce, propose una mattina uno dei suoi ministri, bisognerebbe istituire un apposito servizio di donne...
Bastano le donne di servizio, obbiett un altro, sono appunto la sua specialit.
Come Napoleone, anche Mussolini non amava il teatro comico, per al primo garbavano molto Racine e Corneille, al secondo piaceva sommamente Giovacchino Forzano: lo protesse, gli prodig liberali munificenze, lo prescelse finanche a proprio collaboratore, componendo con lui due noti drammoni da arena, due zibaldoni in cui si falsavano i fatti e i personaggi storici insieme alla verit, all'arte e alla logica: Villafranca e Campo di maggio.
Del resto, non era nuovo ai tentativi teatrali, il nume. Ma poi, che cosa non aveva egli tentato, nella vita? Una commedia in tre atti era stata gi scritta da lui in collaborazione con Arturo Rossato: non venne mai rappresentata. S'intitolava: Signori, si cambia!
Ma  semplicemente un titolo, commentavano coloro che lo sapevano, non  un programma politico, perch lui non intende cambiar mai.
Napoleone voleva fondare a Roma il Teatro Imperiale, Mussolini lo ha superato, fondando l'Impero Teatrale.
Anche il guerriero di Jena stese alcuni suoi appunti sulle Storie fiorentine di Niccol Machiavelli. Federico Masson, lo storico di Napoleone, rinvenne alla Biblioteca Laurenziana di Firenze un fascio di manoscritti autografi del grande. Vi si leggono numerosi pensieri di lui, non ignoti agli studiosi, ma evidentemente ignotissimi al profondo cogitatore della Rocca delle Caminate, se nell'atteggiarsi a Napoleone autarchico non ne ricord mai uno.
Ci fu una "lettera aperta all'italica parodia di Bonaparte", stampata alla macchia; essa terminava col brano seguente: "E giacch tu ti credi pari se non superiore a Napoleone I, leggi dieci pensieri di lui e medita quanto la tua azione  il rovescio di quei princip".
I dieci pensieri erano i seguenti:
1, "Di queste due potenze, la forza e l'intelligenza,  sempre la forza che resta vinta".
Tu dunque, resterai vinto, o prepotente che ti reggi con la forza!
2, "Il coraggio non si pu simulare,  una virt che sfugge all'ipocrisia".
Invano tu fai l'ipocrita, poich noi sappiamo quanto sei pusillanime!
3, "Il primo dovere dei re  la giustizia".
Lo hai mai fatto sapere questo al tuo complice del Quirinale?
4, "Un uomo di stato deve avere il cuore nella testa".
E tu invece il cuore lo hai nello stomaco e il cervello nei piedi!
5, "La prima virt  la devozione alla patria".
E tu, al contrario, pretendi che la patria sia devota a te!
6, "Il pi pericoloso dei nostri consiglieri  l'amor proprio".
Ossia l'egoismo:  quello che ti porter al baratro finale!
7, "Per governare bene gli uomini, bisogna saper profittare dei loro vizi piuttosto che delle loro virt".
E tu, sempre pi al contrario, approfitti dei vizi dei tuoi compari (disonest, ignoranza e rapacit) mentre abusi delle virt dei tuoi governati (sopportazione, amor di patria e bont)!
8, "Il perdono ci fa essere superiori a coloro che c'ingiuriano".
E tu a coloro che t'ingiuriano, anzich perdonare schiudi la galera o la tomba!
9, "L'interesse  la chiave delle sole azioni volgari".
E tu, di conseguenza, non hai una sola azione che non sia volgare!
10, "Lo stupido ha un gran vantaggio sull'intelligente, egli  sempre contento di s".
E tu sei sempre contento di te, o Benito Mussolini, e tutti i tuoi anche, ma ride bene chi ride ultimo!
Purtroppo non sono neppure gl'italiani a ridere, oggi!
...
Si osservava spesso, per accontentare i suoi esaltatori a tanto di stipendio mensile:
S, il duce ha tutto di Napoleone, ma per somigliargli davvero al cento per cento, non gli manca che andare a Sant'Elena.
E si sospirava con augurio cordiale:
Speriamo che ci arrivi al pi presto!
...
Nel 1806, in una lunga lettera contro la censura, che Fouch esercitava di sua iniziativa e arcignamente, Napoleone scrisse: "Poich la censura non esiste, io sono stupito di vedere nel mio Impero delle forme che possono essere buone a Vienna o a Berlino....".
Pi avanti: "Non intendo che i francesi diventino dei servi....".
E poco pi sotto: "Lo dico ancora una volta, niente censura".
Oh, no, Mussolini non ha mai scritto niente di simile ai suoi ministri, anzi si  sempre lamentato che le cesoje di madama Anastasia non lavorassero abbastanza e in maggior fretta.
Sieys, dopo aver ascoltato il primo discorso di Bonaparte, sbalord e corse a dire, sconcertato e preoccupatissimo, ai suoi amici:
Signori miei, abbiamo un padrone! Quest'uomo tutto sa, tutto vuole e tutto pu.
Per l'italo divo la frase venne ritoccata, capovolgendola un tantino:
Abbiamo un padrone: quest'uomo tutto vuole, tutto pu e niente sa!
...
Ecco la descrizione d'una visita che il falso Napoleone da magazzino a infimo prezzo si reca a fare a quello autentico, nei Campi Elisi. Essi passeggiano all'aperto, discorrendo del pi e del meno, il predappiese millanta le proprie gesta come un imbonitore, l'altro ascolta paziente. Di l a poco il tempo si guasta e ad un certo momento vien gi una scarica di pioggia. I due spalancano ciascuno il rispettivo ombrello e s'affrettano verso casa. Quando arrivano, s'avvedono che Mussolini  zuppo fradicio, Bonaparte invece  asciuttissimo.
Da che cosa dipende? fa il sire adulterato di piazza Venezia.
Dalla seta del vostro ombrello... spiega l'Imperatore genuino.
 uguale a quella vostra, mi pare.
Oh, no, signore: la mia  vera gloria!
...
Per apparire quanto pi gli riuscisse simile al Bonaparte originale, il Pulcherrimo si esibiva sulla candida cavalcatura, ignorando che questa del bianco destriero fu una trovata pittorica di Meissonnier, nella sua serie di quadri a soggetto napoleonico, mentre in realt l'Imperatore aveva montato cavalli d'ogni colore, e taluni documenti provano che li cambiava di frequente, specie nelle lunghe e slombanti marce di guerra.
Un eminente prelato confid ad un suo nobile amico, nel 1929:
Nessuno mi toglier dalla mente che l'idea della Conciliazione col Vaticano, venne suggerita a Mussolini dal fatto che anche Napoleone stipul un Concordato con la Santa Sede.
 difficile immaginare il contrario, perch ci fa parte delle scimmiottature del divo napoleoneggiante.
Nel 1812 si fece gravissimo il problema del pane, in Francia. Un ministro, il Montalivet, tent d'assicurare l'Imperatore:
Vostra maest non abbia alcuna inquietudine, il pane sar caro, ma non difetter.
Napoleone scatt strillando:
Sar caro? Dunque non lo avranno che i ricchi? Ma io me ne infischio dei ricchi! Voglio che il pane lo abbia il popolo, e buono e abbondante e a basso prezzo.
Qui, nell'analogo frangente, il contraffattore locale recit magnanimo e fermo, con ampio gesto:
Il pane in Italia non sar mai razionato!
Cos, tal quale, aveva gi garantito con superba sicumera:
Il soldato italiano non sar mai battuto!
Oggi sappiamo come egli abbia mantenuto la parola in entrambi i casi.
...
Anche il nostro olimpico Giove mostr di preoccuparsi del pane, e una mattina chiam il suo segretario numero 7:
Ho ricevuto un rapporto, brontol, in cui mi s'informa che il pane  scarso in tutta la nazione, eppure io ho dato ordini e direttive inequivocabili....
Ma la gente ne ha a sufficienza, nessuno si lagna.
Se ci  vero, fatemelo confermare dai cittadini stessi! getta uno sguardo storico dal balcone indica un popolano che attraversa la piazza, ecco, per esempio, conducete da me quel camerata l.
Il popolano viene chiamato e gli si impartisce la lezioncina, come si faceva a chiunque, sul modo di comportarsi e sulle risposte da dare:
Voi saluterete romanamente gridando: Saluto al duce!, e poi direte che di pane ce n' quanto basta per tutti.
Confuso, tremante al cospetto del nume, il buon uomo si impappin, alz la mano e grid:
Saluto al pane! E quanto al duce, oh, noi tutti ne abbiamo abbastanza, in Italia!
...
Sempre vaticinante e sentenzioso, ogni suo verbo era una verit incontrastabile, un postulato, un assioma. Disse anche, convinto e sicuro:
 ridicolo pensare che noi possiamo sbarcare in America o che gli americani possano sbarcare da noi!
Suprema preveggenza! E afferm poi, con incrollabile certezza:
La Russia non pu correre l'alea d'una guerra, senza grave pericolo per la sua situazione interna.
E ancora profet con intuito magico, pochi anni or sono:
Tra cinquant'anni l'Europa sar tutta o fascista o fascistizzata!
Dapprima fummo in pochi ad azzardare una risata su quegli apocalittici presagi, poi via via che si svolgevano gli avvenimenti, la risata s'ampli, si distese da ogni banda, dilag dall'Italia, irruppe per l'Europa e infine spazi per i cinque continenti.
Napoleone I, dall'invettiva a Montalivet, pass a parlare rivolgendosi agli altri membri del ministero e terminando con questa frase:
Non ci si pu mai fidare d'un popolo al quale si vende il pane a prezzo troppo alto.
Ahi, questa verit napoleonica forse l'imitatore predappiese non la conosceva o non la rammentava!
In diversa occasione, in seno al Consiglio di Stato, il sire crso esplose in un'altra sfuriata: si trattava della tassa sulle bevande alcooliche.
Su questo balzello, egli rugg, si verificano delle sottrazioni spudorate, degli abusi scandalosi: un milione e ottocentomila franchi vengono annualmente rubati al tesoro. Una simile frode, a Parigi, sotto i miei occhi, dinnanzi a me,  una vergogna per me stesso,  un corno che mi si vuol mettere sul capo....
E si diresse personalmente al ministro della Giustizia, Treilhard, con la voce soffocata dalla collera:
Voglio che i ladri siano decapitati in mia presenza!
No, il nostro canzonettista nemmeno questa intemerata conosceva del suo titanico modello. Ma guaj, d'altronde, se anche il nostro Giove avesse preteso di veder giustiziare in sua presenza la serie plenaria di malversatori, profittatori e predatori che spogliavano il bel Paese! Avrebbe visto salire al patibolo l'estesissima processione di tutti i suoi pi fidi gregari, dei suoi soz pi affezionati degli intimi, dei parenti, delle sgualdrine e di tutti i relativi amici, clienti e consanguinei. Brrr! quale strazio per il suo tenero paterno cuore.
Ma quale fortuna per l'Italia! si esclamava nelle conversazioni.
Gi,  sempre l'atavica legge di mors tua, vita mea. L'Italia doveva morire, poffarbacco!, per far vivere il regime di Mussolini.
In compenso, tra il sovrano francese e la sua parodia italiana, vi sono ancora molte somiglianze. Per esempio Napoleone non poteva soffrire gli avvocati, proprio come Mussolini.
Voglio che si possa tagliare la lingua a ogni avvocato che l'adoperi contro il governo... aveva scritto il gallico monarca, in margine ad un decreto che stabiliva l'Ordine dei legali.
E questo s Mussolini lo avrebbe sottoscritto a quattro mani, da vero scimpanz.
A Cambacrs, l'Imperatore aveva detto, celiando:
Gli avvocati sono faziosi, artefici di delitti e di tradimenti!
Anche Mussolini era nel diritto di dire lo stesso, per non agli avvocati bens ai suoi ras. Ma naturalmente egli non lo diceva.
Forse non sarebbero andati d'accordo sulla pubblica istruzione, i due capi di stato: il nostro imponeva la scuola fascista e non altro, Napoleone ordinava invece:
Bisogna che la morale e le idee politiche della generazione che si educa, non dipendano pi dalle notizie del giorno o dalle circostanze del momento.
Mussolini avrebbe detto "dalle contingenze", ma nemmeno qui egli  pi napoleonico. Mio Dio, com' difficile andare d'accordo, a questo mondaccio, perfino tra i gen!
Nella materia amministrativa, dovendosi applicar tasse e canoni, si sarebbero trovati bene: in tempo di guerra, il Crso non andava tanto per il sottile circa i mezzi di far denaro: tutto era ottimo pretesto, anche il sopruso. Decisamente fu lui a fare scuola a Mussolini, e costui aveva cos bravamente appreso la lezione, da infliggere i metodi briganteschi di estorsione e di persecuzione che scorticavano il contribuente anche in tempo di pace, oltre che di guerra. Salvi restando, beninteso, i grassi gerarchi i quali erano autorizzati a evadere con eleganza, disinvoltura e scrupolosit quel fastidioso obbligo d'informare il fisco pedante su affari che non dovevano riguardarlo. E il fisco, inesorabile con i piccoli lavoratori, diventava volentieri assai miope con i mastodontici pescicani.
Per il condottiero autentico, quello che su cinquanta battaglie ne aveva vinte quarantatr, in una delle regole da lui dettate sul tema della guerra, perch forse se n'intendeva un tantino pi del condottiero di palazzo Venezia, aveva ammonito: "Guaj a coloro che si lasciano influenzare da discorsi incitanti a marciare, manovrare, avanzare, vincere!".
Come? Ma se il duce aveva dato appunto l'ordine di vincere, non bastava? E se, del resto, a lui si toglievano i discorsi, che cosa altro sapeva fare di bellicoso? Egli era lo stratega delle chiacchiere, perdinci! Nessuno mai potr strappargli questo insuperabile primato.
Altra regola di Napoleone: "La presenza del generale  indispensabile, egli  la testa e il tutto d'un esercito".
Perci il nostro condottiero di princisbecco fece il supercomandantissimo in capo, standosene con Claretta a Roma, tranne in due brevi momenti, quando si rec per qualche giorno in Albania e qualche altro in Africa, dove per ebbe la prudenza di tenersi sempre a qualche centinaio di chilometri lontano dalla prima linea, ma dove sfoggi, in compenso, apposite uniformi belliche e comp giullaresche gesta.
Un'altra disparit tra lui e l'Uomo fatale d'Ajaccio  appunto quella delle uniformi: il vincitore d'Arcole si presentava male, in una divisa alquanto consunta, scolorita e intabaccata, sempre quella, priva di decorazioni e di ornamenti, senza almeno una greca, un'aquila, un ricamo qualsiasi in oro o argento... Peuh! Vinceva le battaglie, s, ma non aveva pennacchi, e allora che le vinceva a fare?
Tuttavia nella scelta degli emblemi, i due guerrieri s'assomigliano, salvo i dodici o tredici decenn di distanza dalla majuscola N alla miserabile M. Gli animali simbolici per entrambi erano i leoni e le aquile.
Veramente, si calcol, per mantenere le distanze esatte dall'N all'M, in luogo del leone, l'Infallibile dovrebbe avere un can frustato e al posto dell'aquila...
Un'oca?
No, una gazza ladra.
Questa fu la spontanea confessione d'un gerarca, durante la guerra. Per un altro gerarca ebbe il fegato d'avvertire che tra le due iniziali dei nomi, l'M  pi importante dell'N, e rimarr sempre a precederla.
Precederla? E dove?
Nell'alfabeto, naturalmente.
...
Una specie di questionario antinapoleonico, scoperto a Bordeaux, era cos redatto:
"Chi  il pi grande nemico del genere umano?".
"Bonaparte".
"Qual  il numero delle sue vittime?".
"Un milione di uomini massacrati".
"Quale sar la sua fine?".
"Miseranda!".
Parimenti una bozza di pseudo catechismo scoperto a Padova, diceva:
"Chi  il pi gran nemico d'Italia?".
"Quel boja di Mussolini!".
"E perch?".
"Perch  il nemico del popolo e della pace".
"Quanti morti ha finora sulla coscienza?".
"Oggi pi di ieri, ma sempre meno di domani, se continua cos".
"Come finir egli?".
"Fucilato, purtroppo, ma  peccato! Dovrebbe vivere perch vedesse la conseguenza dei suoi crimini, vivere per la vendetta degl'italiani, vivere per subire lo strazio di morire dissanguandosi goccia goccia, come ha dissanguato la patria!".
La lettera M fu fatale a Napoleone, secondo le magie segrete e le scienze ermetiche dei negromanti, come  stata a noi italiani. Per lui: Marengo fu la grande fortuna, Mosca la grande sfortuna, Maria Luisa il declino, Metternich il nemico ultimo decisivo, Milano la prima capitale conquistata, Malmaison l'ultimo domicilio in Francia, Montesquieu il primo ciambellano, Montholon l'ultimo compagno, Moreau lo trad, Murat, Massena, Macdonald, Money gli furono fedeli.
Per noi italiani la lettera M fu qualcosa di peggio che Male Morte Morbo Marcio Miseria Massacro Martirio eccetera, perch fu un amalgama di tutto questo insieme, conglobato nel nome di Mussolini.
Del caduto a Waterloo, un poeta satirico scrisse:
Une concubine  rendre,
Un Empire  vendre,
Un Empereur  pendre.
Pel nostro Bagnasciuga si form una sorta d'invito perentorio:
MARIUOLO MUSSOLINI, MOSTRATI MENO MAIALE, MENO MENTITORE, MENO MAGNONE, MARCEREMO MEGLIO!
E i tre versi del poeta francese vennero rifatti e leggermente allungati:
Due baldracche da vendere,
un impero da rendere,
un annetto da attendere
ed un duce da appendere.
Le due concubine erano le due sorelle diventate ignominiosamente impopolari negli ultimi tempi, l'impero da rendere era quello di Tafari, l'annetto purtroppo si fece aspettare molto pi a lungo.
A conti fatti, si concludeva spesso, tutte le peggiori qualit di Napoleone, le pi negative, inasprite e dilatate, si ritrovano miracolosamente in Mussolini, al quale non mancano che le sole buone qualit di quel grande, tutte al completo, e non altro. Per il resto, chiss che in fondo non si rassomiglino? In fondo, molto in fondo, ed  difficile stabilire di qual fondo si tratti.
Possiamo noi forse giurare che anche il nostro stratega da bazar non abbia sognato di crearsi imperatore romano, secondo il progetto che all'isola d'Elba Napoleone avrebbe concepito per s? Mah! Gli atteggiamenti e le parole del Crso non fecero trapelare il suo proposito, se mai lo ebbe, mentre le pose e le spacconate del capitan Spaventa di Predappio lo rivelarono chiaramente, specie dopo la proclamazione dell'impero, nel 1936. Infatti una storiella presenta il re Vittorio Emanuele III assai impaurito per il modo come si mettevano le cose, e per i discorsoni imperialeggianti che il gran Fetonte andava facendo in tourne lungo l'Italia. Napoleone in Egitto aveva retoricheggiato sul ricorso storico dei quaranta secoli, e il napoleonastro romagnolo, per non essergli da meno, aveva tirato in ballo "i colli fatali di Roma", ma si sarebbe fermato l o avrebbe domandato per s e per i suoi discendenti la corona di Abissinia?
Principe figlio, diceva il re al suo mezzo erede, opini tu che il nostro cugino Benito ci fregher l'impero?
Ma no, sovrano babbo, il cugino ci fregher e basta.
...
Beethoven dedic l'Eroica a Napoleone? Ebbene anche un modestissimo musicista italiano dal nome francese, certo Blanc, dedic al divo nostro l'inno Giovinezza, che viceversa  una vecchia canzone popolare di Croazia, sul cui ritornello gli arditi dell'altra guerra adattarono le loro parole. Ci fu chi dedusse:
Dunque, Mussolini sta a Napoleone come Blanc sta a Beethoven!
Eletto a inno nazionale, Giovinezza non fece che irritarci di continuo. In una gara podistica tra concorrenti male in gamba, costoro dichiararono:
La corsa sar velocissima se alla partenza verr suonata Giovinezza.
C' forse una relazione tra la corsa e l'inno?
S, quelle note urtano talmente i nervi, che noi correremo come saette, pur di non sentirle pi!
...
Quel che Mussolini non poteva avere di Napoleone era la lealt. Nei suoi scritti, il Crso dichiarava da galantuomo: "L'inconcepibile campagna di Waterloo mi tolse tutto, eccetto quanto non  permesso agli uomini di togliermi: quello che ho fatto di bene, quello che ho fatto di grande".
No, mai Mussolini sar in grado di trarre una simile conclusione, non avendo egli compiuto mai niente di bene e avendo fatto di grande soltanto la rovina dell'Italia.
Napoleone non s'irritava per le mormorazioni sul suo conto.
Al tempo della mia potenza, disse dopo il tracollo, ero molto spesso incitato a far sopprimere le calunnie contro di me, mi rifiutai sempre.
Mussolini escogit spionaggi, serviz segreti, agenti provocatori, tranelli indiavolati per metter le unghie su autori e propalatori di barzellette e di satire. Invano! Tra le irremovibili solidariet degl'italiani nella sofferenza, quella specie di congiura del sarcasmo e del silenzio fu la pi tenace di tutte. Cos componemmo tranquillamente sul nome del divetto scherzi e beffe assai pi di quanti se ne fecero per Napoleone. Ecco un acrostico feroce, sul genere di quelli gi combinati contro il gran Crso.
Bestia
Endemica
Nazionale
Inquina
Tutto
Ovunque
Malfattore
Unico
Suole
Sempre
Operare
Ladronescamente
Immiserendo
Noi
Italiani.
...
Nell'ra fascista, si diede all'S.P.Q.R. dello stemma di Roma la stessa interpretazione data quando Napoleone s'impadron dell'Urbe: Senatus Populus-Que Ruinati!
Fu precisato per Napoleone:
Non parla che per ingannare,
non inganna che per regnare,
non regna che per sterminare.
E per Mussolini s'allung la misura:
Non parla che per mentire,
non mente che per regnare,
non regna che per rapire,
rapisce per divorare:
Buon Dio che tutto sai fare,
quand' che lo fai morire?
Un epigramma scritto sui muri d'alcune case romane nel 1808 diceva:
Avremo il carneval: oh, cosa bella,
Napoleon far da Pulcinella!
Centovent'anni dopo ne compariva, scritto forse sugli stessi muri, uno assai simile:
S'annunziano festini
per l'invernal stagione:
tra maschere e Arlecchini
avremo Mussolini
con tutto il suo plotone.
Chi paga? Pantalone!
Contro il Bonaparte, a Roma, si chiudeva un sonetto con questa terzina:
Se un laccio non l'appende, io ben discerno
che andr a rubare ancor, su in cielo ardito,
la sostanza divina al Padre Eterno.
Contro il fascinoso Benito, un distico diceva:
Se un giorno il duce muore all'improvviso,
va in cielo e mangia pure il paradiso!
Nell'agosto del 1815, in Italia si cantarell:
Mosche di Russia,
Tabacco di Spagna
e sal d'Inghilterra
mandaron Napoleone
col sedere per terra.
Nel 1943, la canzoncina era di poco modificata:
Gelo di Russia ed africane imprese
mummie d'Egitto e troppo sale inglese
spediscono Benito a quel paese!
Poi, quando il Crso fu avviato verso l'esilio, si scrisse:
Napoleon, dall'imperial suo rango
or  caduto nel pi lordo fango.
Del suo scimmiottatore invece s' scritto:
Mussolini  disceso all'impazzata
nella gran melma e l'ha perfin sporcata!
Un altro sonetto che ha per tema un parallelo tra Bonaparte e Cesare, termina con uno spietato endecasillabo:
Non manca a farti Cesare, che Bruto!
Un uguale augurio chiude anche un paragone tra il dittatore antico ed il moderno:
Noi, con animo lieto,
per farti Giulio Cesare completo,
ti vorremmo veder presto caduto
sotto il pugnal di Bruto!
Un ultimo riferimento napoleonico: un reduce dalla campagna dell'Imperatore dei Francesi in Russia, nel novembre 1812, scrisse: "Fermarsi  morire".
Mussolini ripete: "Chi si ferma  perduto!". Frase che del resto egli aveva gi plagiato da Arndt.
Tolstoi, in Guerra e Pace, ragionando di quella disgraziatissima campagna, deduce: "La forza da cui dipendono le sorti di un popolo non  nei conquistatori, non negli eserciti e nelle battaglie ma in qualche altra cosa".
Quella "qualche altra cosa", ossia lo stato d'animo del popolo, la volont del paese, non interess Mussolini: egli se n'era sempre supremamente straimpipato, e di conseguenza non poteva non finir nel precipizio, trascinando allo sfacelo l'Italia e tutto un secolo di storia densa di guerre, di sacrifiz, di sangue, di martir, compresi i settecentomila morti dal 1915 al 1918, per il risorgimento e l'unit della nostra patria.
Che nella tristezza presente, pure si goisca della fine di Mussolini, non  crudele,  semplicemente umano: nell'Avenging and bright, Tommaso Moore riconosce che Dio fa la vendetta dei popoli e che quella contro un tiranno  la vendetta pi gradita.
...
Una mattina del 1812, l'ingresso della Malmaison fu trovato semi ostruito da un cumulo di spazzatura, per dileggio all'Imperatore. Si narr che anche contro l'ingresso di villa Torlonia, nel 1940, fu deposto, nottetempo, un mucchio di letame con questo cartello:
La sporcizia che qui lascio
mezza  al duce e mezza  al fascio.
Furie della polizia e comunicato ai giornali: "Alcuni delinquenti sovversivi, ben protetti dal bujo della notte, hanno osato oltraggiare, ecc.".
Poco dopo, un ugual sudiciume viene trovato sull'ingresso della Camilluccia, e la scritta diceva:
Qui il letame  in piena luce,
niente al fascio e tutto al duce!
In altri termini, era un omaggio.
...
Napoleone ammir il genio di Alessandro Volta e lo incoraggi a rendere la sua invenzione sempre pi pratica, per il bene dell'umanit. Imitandolo, il pagliaccissimo romagnolo chiese a Marconi un'invenzione per il bene dell'Italia.
La lascer in eredit agl'italiani, aveva risposto il veramente grande bolognese.
Alla sua morte, infatti, fu rinvenuta una cassetta sulla quale c'era scritto: Per il duce, ecco ci che credo sia il bene dell'Italia.
Anelante e maestoso, il nume l'apr e vi trov una rivoltella con un biglietto su cui c'era una parola: Sprati!
Oh, se Mussolini lo avesse fatto!


 17. L'AMENO REGIME
Mussolini, a Roma, nel 1925:
La volont piega anche il destino, perch pu sorprenderlo nelle ore crepuscolari ed aggiogarlo al suo dominio.
Un ex deputato:
Purtroppo, alle ore crepuscolari egli va riducendo tutto il paese!
 indispensabile discorrere di Roberto Farinacci, il pi carnevalesco manigoldo della compagnia dei buffoni mussoliniani, il pi zannesco furfante senza limiti e senza scrupoli di cui il regime ci provvide. Ha provocato tanti dileggi, ha compiuto tante capriole, s' immischiato in tanti guazzabugli, ha fatto e detto tante corbellerie per il sollazzo generale, che non si pu tacerlo, anche se ha finito col vendersi anima e corpo ai tedeschi, immergendosi nel fango e nel sangue, come gli altri e pi degli altri.
Era il briccone per antonomasia, lo spropositone numero uno, il re degli sfarfalloni, il dio delle scempiaggini e delle scelleratezze: somaro e sgrammaticato, passando da addetto ferroviario a possessore d'una laurea in legge conquistata alla maniera fascista, cio ladrescamente, sfornava un'eloquenza strafalciona da marchese del Grillo, ch' stata il gilito di tutti, e tra i solecismi da lui snocciolati realmente e quelli a lui attribuiti, c' da svagarsi per varie generazioni. Abruzzese di Isernia, faceva il lombardo di Cremona; semi-analfabeta, digiuno d'ogni cultura, faceva il giurista; miserabile mentalit settaria e spirito di sicario a basso prezzo, faceva lo statista; ignaro di lettere e spoglio di cognizioni elementari, faceva il giornalista e il drammaturgo; volgare e scostante, faceva il conquistafemmine; eroe da sgabuzzino e mezzamanica faceva il prode guerriero, e nella guerra 1915-18 rimase tappato negli uffic della stazione cremonese; durante la guerra d'Africa 1935-36 si tenne nelle retrovie a fare della pesca con la dinamite, per cui si mutil una mano; nell'ultima guerra s'impegn ben bene in casa o in treno o in auto, tenacemente lontano da qualsiasi fronte, che non fosse quello del letto e della tavola da pranzo. Per si vanagloriava, ostentando in una conferenza a Milano:
Noi abbiamo combattuto sotto il sole di mezzanotte dei tropici del cancro, senza paura e senza precauzioni!
La raccolta dei suoi svarioni  inesauribile, come quella delle sue ignominie:
Noi non intrangugiamo a quattro palamenti, non siamo invitati a fraterni simbiosi o a convitti flautamente imbambiti, non ci sediamo a tavola pitagorica facendo balordi come tanti nababbei!
Dava ordini di questa portata:
Domenica prossima il raduno sar sotto all'ombelico della piazza vicino all'aspide del duomo.
Voleva dire l'obelisco e l'abside.
Non date retta ai presagi catastrofici! Bisogna sollevare il paese dalla sua prostatazione, e perci siamo pronti a mandare al duce il telegramma di Cesare sul Rusticone: "Il dado  astratto, vieni, vedi e vinci!".
Un telegramma al suo principale egli lo fece davvero, in occasione della marcia su Roma, ed  autentico: "Cremona, Brescia e Mantova non pu aspettare pi!".
Era la grammatica che poteva aspettare il plurale del verbo.
Le sue citazioni storiche erano lo spasso degli studenti.
Annibale si rammoll con la vezzosa Capua, Napoleone perse il tempo con la bella Beresina, ma il nostro duce, come Penelope alle Termboli, pu dire: "Ci siamo e ci rivedremo con Filippo!".
"Duceggiava" regolarmente anche lui, il sire di Cremona, o, come lo chiamavano gli amici, il ras Trello perch rastrellava quattrini dovunque potesse, mentre si atteggiava a incontaminato purissimo campione e fulminava ipotetici avversar, sgominava fantastici oppositori, comminando scomuniche e maledizioni:
Noi passeremo sul cadavere dei nostri nemici, anche se quei cadaveri saranno ancora vivi!
E avvertiva inesorabile:
Nessuno speri mai che il fascismo finisca prima che se ne vada!
Monsieur de la Palisse era sbaragliato.
Eppure, cos ignorante e bestione, Farinacci  stato uno dei pi sodi supporti del "motore del secolo", arrivando alle pi alte e delicate cariche del paese: era nientemeno ministro di stato e si diceva che avesse esclamato:
Il duce riconosce che io sono la persona pi meretrice di tutta la nazione!
...
Di lui come di Starace si raccontava che si ferisse continuamente le dita con schegge di legno, perch aveva l'abitudine di grattarsi la testa.
Una volta si annunzi un suo libro di confessioni, intitolato: Come ho stato fatto ministro.
E si ripeteva una sua frase confidenziale agli amici pi intimi:
 vero, io ho frequentato solo le scuole alimentari, non ho andato alle secondarie n alle terziarie, ma ho studiato sempre da s medesimo, per cui io sono auto-didttero e perci i miei spropositi scritti e verbali li ho imparati tutti da per lui stesso.
...
Copiosa sorgente di comicit era anche l'ufficio stampa da cui partivano gli ordini ai giornali sul modo di comportarsi, ci che si doveva soffiettare molto e ci che andava mitigato o sottaciuto, secondo gli umori e i ghiribizzi del capo del governo e dei suoi flabelliferi. Si conoscevano e si diffondevano certe disposizioni astruse; cervellotiche, marchiane, come un tempo si riferivano, ricreandosi, i lazzi che Maldacea o Petrolini lanciavano dalla scena. Alcuni di quegli ordini sono rimasti famosi come certe battute di Musco.
Dopo una scossa tellurica in Abruzzo, venne la prescrizione assoluta dal ministero: "Minimizzare il terremoto".
Era, indubbiamente, per fare dispetto a Dio.
"Meno papa!" intimava un altro ordine. Ma ci non mise in pericolo, a quanto pare, l'autorit del Sommo Pontefice su tutta la cristianit.
Ada Negri ebbe la nomina ad accademica e l'ufficio stampa volle che gli obbedientissimi quotidiani ne parlassero molto, perci ingiunse: "Allargare Ada Negri!".
Si attendevano avvenimenti di portata internazionale e arrivava in anticipo il precetto: "Ignorare inopportune complicazioni di politica estera".
In compenso si dava qualcosa su cui diffondersi con maggiore seriet: "Mettere in rilievo l'ultimo film di Doris Duranti".
Doris Duranti era una modesta attricetta pellicolajola, ma essendo divenuta la ganza del ministro della cultura popolare, la "cul pop", come importanza nazionale passava innanzi ai grandi fatti mondiali. Nell'ambiente del cinema, quell'attricetta era indicata come "la diva per Eccellenza".
Si diede notizia di qualche sporadico caso di tifo a Roma, ma ecco subito il comandamento ai giornalisti: "Astenersi dal comunicare il tifo".
Eh? sbottavano i cronisti, ci mancherebbe altro!
Sopratutto quegli ordini d'ogni mattina riguardavano i movimenti del titano di palazzo Venezia e arrivavano secchi, concisi, perentor, strappando ai giornalisti quei commenti improvvisati tra loro, tutt'altro che destinati alla pubblicazione, i quali siccome spesso erano motti e impressioni salaci pi del consueto, facevano il giro regolare di tutte le conversazioni.
"Allungare il duce".
Magari! Ma con un tratto di corda....
"Riservare non meno di sei colonne per il discorso del capo".
Io ce n'aggiungo una settima, la colonna infame!
"Esporre bene in alto i titoli sul viaggio del duce, ogni altro notiziario va messo sotto".
 giusto, perch l'Italia conta poco: il duce se l' messa sotto da tanto tempo...
Il proto e l'impaginatore del giornale si vendicavano, in tipografia, nel disporre il materiale da pubblicare:
Fatemi un po' di bozza del pistolotto di Mussolini, e battetelo bene, battetelo forte.
Questo piombo va o non va?
Se  quello che gi abbiamo dato nell'ultima edizione di ieri, non va.
Ma parla del duce.
Be', deve andare a farsi fondere, aspettiamo notizie nuove.
C' in cronaca il furto d'un vaso cinese molto rilevante,  un vaso di non so quanti milioni...
Si pu situarlo in capo alla colonna.
E allora il messaggio di devozione al duce, che viene da Brisighella?
Mettetelo sotto al vaso,  il suo posto!
Tuttavia i giornalisti non godevano la simpatia della nazione, a causa dell'ingrato compito cui dovevano piegarsi, pur non celando affatto le proprie sfavorevolissime opinioni personali, ed erano chiamati "quelli della bustarella", senza che del contenuto della busta s'avvantaggiassero i redattori, i cronisti, i collaboratori. Ne usufruivano i pezzi grossi e ciao! Gli altri dovevano accontentarsi dello stipendio, non di rado assai magro. Ci non ostante, c'era questa satira:
Manca sul tuo velier la banderuola
moderna, la pi instabile ch'esista,
gira, mulina, volta, rotea, vola....
Ci starebbe assai bene un giornalista.
Del resto, un distico notissimo consigliava francamente:
Lecca, lusinga, incensa, adula e spera,
ch lisciando i babbei si fa carriera!
E circolavano alcune adeguate massime di saggezza in rima, per gl'italiani che ancora si ostinavano a non comprendere i tempi:
Vuoi goder col fascismo l'esistenza?
Non dormir, come fa il fachiro ind,
metti a dormir soltanto la coscienza
e non svegliarla pi!
Un bonario suggerimento raccomandava:
Metti fuor decorazioni,
nastri, croci, distintivi,
modi rozzi e sbrigativi
grinta truce da gradasso,
tu vedrai quanti minchioni
per la via ti dnno il passo!
Un altro anche pi furbo:
La correttezza credi che ti renda
facil l'ottener qualche prebenda?
Ma no, ragazzo mio, tutt'al contrario,
pi sei scorretto e pi sei prebendario.
Quindi viene una caustica osservazione:
Senza squadrare il mondo col compasso,
tu puoi veder, se osservi da uno spalto,
che dove c' troppa miseria in basso,
vuol dir ch'esiston troppi ladri in alto.
Ed ecco un riscontro semplice e chiaro:
In Italia abbiamo ragione
se al regime dell'operette
noi facciamo l'opposizione
raccontando le barzellette!
E ad un certo punto, un non anonimo epigrammista osserva stupito:
Come? Vi sono ancor dei galantuomini?
Ma allor, suvvia, si nomini
l'ente che ne impedisca la rovina
e li conservi nella naftalina,
li spolveri, li ponga in bella posa
tra nobili trofei,
altrimenti che cosa
mettiamo nei musei?
...
S'imponeva d'esaltare fino alla pi smaccata esagerazione la "fraternit d'armi" tra italiani e tedeschi, i quali cameratescamente combattevano spalla a spalla. Ma la schiettezza effettiva di quella fraternit  provata da questo aneddoto.
Voglio suicidarmi! guaisce un povero cristo, ma non ho il coraggio di uccidermi da me.
Qualcuno che dev'essere uno sviscerato amico, gli suggerisce:
Ma se insulti il primo tedescaccio che passa, risparmi la fatica, perch ad ammazzarti poi ci pensa lui.
Ottima idea! fa quello.
Vede avanzare un ufficiale della panzer, lo affronta e gli misura un ceffone di buona qualit.
Eh? nitrisce sbalordito il nazista, ma... ma  gi finita la guerra, dunque?
...
Per la firma del patto tripartito, arriv dal Giappone il signor Matsuoka, il cui nome fu scritto apposta alla nipponica, da qualche giornale perch ci si scherzava sopra: Mat-Su-Oka.
Se ce lo mandano da Tokio  per il fatto che egli contiene nel nome tre constatazioni: incomincia con Mussolini ch' Mat, finisce con Hitler ch' Oka, e con la sillaba centrale, Su, indica chi vince la guerra: S, U. cio gli Stati Uniti.
...
Quanta fatica dovevano addossarsi i corrispondenti di guerra per dare l'apparenza di vittorie alle nostre crude sconfitte! Essi avevano perfino composto una strofetta che lamentava:
Con penna, carta, Leika e simpamina,
io scrivo tre colonne ogni mattina,
tre colonne di guerra, e prego Dio
che non si sappia che l'ho scritte io!
...
Trilussa, il grande e pungente Trilussa, si  tenuto sempre da parte, non ostante gl'inviti e le esortazioni a fascistizzarsi, il miraggio dell'accademia, anzi, come lui diceva, il miraggio del liraggio... Niente! Trilussa  rimasto antifascista a prova di bomba.
Tu, cercava di convincerlo un amico console della milizia, tu hai torto a non prendere la tessera, il regime potrebbe essere utile a te, come tu potresti anche giovare al regime...
Io? fece il poeta, sereno e pacato come al suo solita ma io gi fo' del bene al regime....
Perch? Che fai?
Non ne parlo...
...
Fu projettato un film tratto da un romanzo russo, Noi vivi, in cui alcune scene sui primi giorni della rivoluzione bolscevica disorganizzata ancora, tarda e confusa, muovevano l'ilarit del pubblico italiano, il quale notava mordacemente:
Venticinque anni fa, dunque, succedeva in Russia quel pandemonio illogico e sudicetto che in Italia invece succede oggi....
Per l i cittadini parlavano, non vedi? Si muovevano, si agitavano...
Ma si potrebbe fare un film uguale anche in Italia.
No, in Russia  Noi vivi, qui sarebbe Noi morti!
...
Teatro reale dell'Opera, la prima rappresentazione della Farsa amorosa, di Riccardo Zandonai, ebbe un grande e bel successo: molti amici, molte personalit si recarono sul palcoscenico a congratularsi col caro compositore nostro. Tra gli altri, c'erano Pietro Mascagni e il segretario del partito, quello sempre pi immortalabile, il quale volle perfino fare dello spirito:
Per... disse al maestro e agli altri presenti, per questa opera  poco fascista.
Perch, eccellenza?
Vi sono due somari che ragliano contro un sindaco, ci che in fondo costituisce una mancanza di riguardo ad una autorit...
Ma si tratta d'una autorit spagnola d'altri tempi....
Mascagni interloqu, pi livornesemente che mai:
L'importante  che i somari siano italiani d'oggi!
Il segretario s'un al ridere degli altri, ma come sempre, non cap un cavolo.
...
Si credette di riparare alla deficienza del ferro, e di vincere quindi la guerra contro nazioni ricchissime d'ogni materia prima, col fondere tutto il metallo ricavato da ringhiere, cancelli, inferriate e roba simile. Un amico di Roma ne informava a Milano l'onorevole Gasparotto, democratico e antifascista:
Gi nella capitale non c' rimasta pi nemmeno una cancellata.
Uhm! e il buon deputato scosse la testa, se andiamo avanti cos, temo che tra poco ce ne sar una grandissima.
Una... che cosa?
Cancellata.
Chi?
L'Italia!
...
Furono requisite le campane delle chiese, per trarne il bronzo, e tutte le pentole e le casseruole delle cucine del regno, per trarne il rame.
Tanto, si diceva, non c' ragione di conservar le pentole, visto che d'ora in poi dovranno restare inutili: non c' pi roba da metterci dentro...
Va bene, ma le campane...
Anche quelle servono poco: per suonare a mortorio, ne basta una sola!
...
Un fascistone di quelli che non mollavano a nessun costo, grid un giorno a Massimo Bontempelli che sembrava scettico:
 inutile, dagl'italiani ancora il duce non  stato compreso!
Come no? rispose lo scrittore,  compreso, posso assicurarvi ch' compresissimo.
Davvero?
Nella lista di quelli da fucilare.
...
Ancora questa di Pietro Mascagni: da tre gerarchissimi dipendevano le sorti dello spettacolo: un ministro, Dino Alfieri, e due direttori generali, uno per il teatro, Nicola De Pirro, ed uno per il cinematografo, Luigi Freddi. Dopo qualche anno di lavoro negativo, con alquanti milioni di sperpero, l'illustre compositore toscano nonch impenitente freddurista enunci una specie di conclusione a modo suo:
I successi del cinema sono molto Freddi, nel teatro c' la vittoria de Pirro, tutto lo spettacolo in Italia  una tragedia di Alfieri!
...
Ad ogni brandello di colonia da cui eravamo scacciati, l'idolo fascista s'affacciava al balcone della sua gloria e strillava:
Torneremo!
Antonio Gandusio, una sera, tra compagni d'arte che ne discorrevano, ramment:
C' anche una canzonetta di Lucienne Boyer: Tornerai...
E che intendi dire?
Niente, dico che il duce deve averla imparata e la canta spesso.
Tu ci credi?
Io non prendo sul serio n le parole delle canzonette n quelle di Mussolini.
...
In un periodo di malumore tra regime e Santa Sede, quando gli squadristi davano eroicamente, in dieci o dodici, la caccia ad un solitario lettore dell'Osservatore Romano, organo cattolico, e bastonavano a sangue i giornalai che lo vendevano, e bruciavano spesso le copie del grande quotidiano colpevole di credere al Dio dell'universo anzi che a quello di Predappio, ci fu un amico che disse a Virgilio Brocchi:
Noi manchiamo oggi in Italia d'un capitano come il quattrocentesco Stefano Porcari, che voleva incarcerare l'intera corte pontificia, compreso il Papa, e se ci fosse...
Non  vero, interruppe il romanziere umbro, non ne manchiamo affatto; tra Mussolini e i suoi uomini, di Porcari ne trovi quanti ne vuoi.
...
Gabriele d'Annunzio si diceva grande amico del divo ma lo disistimava profondamente e ne sparlava con gl'intimi, senza alcun pelo sulla scioltissima lingua. Invitato da lui, una prima volta, a presiedere l'accademia, il poeta si rifiut:
Io? Presiedere io? No, no, non voglio trovarmi ad essere l'unico puro sangue tra un branco di somari.
Esagerava, ma d'Annunzio era cos. Pi tardi, dopo la morte di Guglielmo Marconi, egli accett la carica, dichiarando:
Tanto, durer poco e finiremo insieme, io, Mussolini e l'accademia!
...
Si raccontava che non sarebbe trascorso molto tempo e ad un ufficio di frontiera si sarebbero presentati due individui guardinghi e circospetti, a chiedere certi loro vecchi passaporti lasciati l, al Brennero.
Come vi chiamate?
Abramo Coen... risponde uno.
Isacco Levi! fa l'altro.
Il doganiere non trova i documenti domandati.
Ma siete sicuri che siano proprio qui e non ad un'altra barriera?
S, siamo sicuri, per... Ecco, glielo confidiamo in tutta segretezza, non lo dica a nessuno, per carit... Noi portiamo solo ora i nomi detti poco fa, ma prima ci chiamavamo diversamente.
E come?
Ecco... Ma zitto, veh? Lui Hitler Adolfo e io Mussolini Benito.
...
La critica, come ho gi detto, trattava malissimo le commedie di quegli autori che non volevano disciplinarsi agli ordini n riprodurre il clima o i sentimenti fascisti, ricusavano di adeguarsi, insomma.
Io so, confidava Giuseppe Adami in un salotto, io so come comporre una commedia non fischiabile e lodatissima dalla critica.
Come, come?
Con tre finali d'indiscutibile effetto: a quello del primo atto faccio cantare "giovinezza, giovinezza", a quello del secondo faccio gridare "eja, eja alal!", il terzo atto lo faccio finire con un entusiastico evviva al duce fondatore dell'impero!
E sei veramente sicuro del successo?
Garantito! Chi osa fischiare?
In teatro nessuno, ma poi ti aspettano fuori... E l chi ti salva pi?
...
Convinto d'avere dalla sua il popolo, il gran Fetonte, in uno di quei suoi giri trionfali regolarmente preordinati, a Firenze, rivolto agli ascoltatori in camicia nera, comandati ad assistere, con cartolina rossa, barriva truculento:
Le realt fasciste hanno annientato tutte le opposizioni. Dove, dove sono gli avversar d'una volta? Dove sono i socialisti del venti e ventuno? Dove sono i comunisti del ventidue? E i sovversivi di allora dove sono?
Uno delle prime file prorompe:
La 'un si scalmani, via, ch siamo tutti qui, dio bonino!
...
Avviso su d'un giornale:
"Mancia competente a chi riporta al proprietario, in via Siena 7, interno 3, un grande pappagallo verdazzurro fuggito ieri, che risponde al nome di Cocorito".
Notizia del giorno seguente, sullo stesso giornale:
" stato acciuffato e portato in questura un pappagallo che a voce forte ripete turpi impertinenze contro alti personaggi. Il proprietario  invitato a presentarsi per riprendersi l'indegna bestia".
Nuovo avvisetto sul giornale, alla mattina dopo:
"Il proprietario del pappagallo verdazzurro fuggito da via Siena 7, tiene a far sapere che non risponde delle opinioni politiche del pappagallo stesso n le condivide affatto".
Dopo di che, quel proprietario and a riprendersi il suo Cocorito.
...
Va a confessarsi un figlio di Mussolini e il sacerdote confessore gli assegna una penitenza:
Tu hai peccato, figliolo, e prima che io possa assolverti, devi fare almeno tre volte il giro della chiesa, all'esterno, rivolgendo preci al Signore. Poi vieni da me.
Eseguito l'ordine e ottenuta l'assoluzione, il giovinotto torna in famiglia.
Dove sei stato? fa l'autorevole padre.
Sono stato a confessarmi.
Ottima idea! Voglio andarci anch'io.
Lo dici sul serio, pap? Ma allora sar bene che ti porti l'automobile.
E perch?
Perch tu dovrai girare almeno per tre anni di seguito.
...
Oh, le frasi del nume riprodotte sui muri delle case! Sulla facciata d'un gruppo rionale c'era: Solo Iddio pu piegare il fascismo, gli uomini e le cose mai!
Una ignota mano, era la mano di tutti gl'italiani, v'aggiunse: Allora speriamo in Dio!
...
Altra frase storica: Abbiamo aspettato quaranta anni, ora basta!
Egli la lanci da Roma per collegare la sua guerra d'Africa a quella del 1896. Il giorno seguente, si svolse in piazza Venezia una delirante dimostrazione di riconoscenza da parte d'una schiera di donne che agitava in alto tanto di cartello: Anche noi abbiamo aspettato quarant'anni, ora basta!
Ma chi sono quelle furie? si chiese.
Le inscritte al sindacato delle vecchie zitelle!
...
Ma i pareri sull'azione in Abissinia pare non fossero concordi nemmeno tra i membri della famiglia reale: la regina vedeva nero e osserv al consorte:
Perch concedi a Mussolini di fare la guerra laggi?
Io? Ma io non concedo mai nulla, anche perch Mussolini agisce sempre senza permesso di chicchessia. Io mi limito a lasciar fare, e in fin dei conti, se lui vince, io divento imperatore d'Abissinia.
E se lui perde?
Be', io divento re d'Italia!
...
Quando il nume fu definito "l'uomo che Dio ci ha dato", una radiotelefonata furibonda arriv dall'empireo:
Pronto? Parlo col Vaticano?
S.
C' il Mio rappresentante in terra?
Sono io, o Dio Padre.
Allora comunica immediatamente al mondo intero che Io mi guardo bene dal dare certi uomini ai popoli, e quindi non ho la minima responsabilit di quanto accade in Italia! Da alcuni giorni quass mi arrivano certi moccoli...
...
Ordine ai giornalisti:
Quando i pronomi si riferiscono al duce, si devono scrivere con lettera majuscola, intesi?
S, ma non lo si fa neanche per il re.
Il re non  che un re, il duce invece  Mussolini.
Ma la tradizione...
Non conta! Il duce ha rotto le tradizioni.
Questo  vero, tutti i cittadini lo affermano.
Che cosa dicono?
Che a furia di rompere ora qua e ora l, adesso non c' pi nulla che il duce non ci abbia rotto!
...
Un ex galeotto incontra il divetto e lo ferma con fragorosa cordialit:
Ma guarda un po' chi si vede! Come stai, Benituccio? Accidenti, come sei ben messo! Hai fatto qualche colpo maestro, eh, vecchio manigoldo? Ti ricordi quando stavamo assieme nelle carceri svizzere?
S, ma taci, non ti far sentire! s'affretta a frenarlo il nostro immenso padrone, io non sono pi quello di prima, capisci? Ho fatto carriera.
Come? Non rubi, non truffi, non imbrogli, non ammazzi? Hai finito di delinquere?
No, ma tutto ci che tu dici, quando si fa stando al posto dove sono io, non si chiama delinquere, amico mio, si chiama governare....
Perci Mussolini governava l'Italia fascisticamente.


 18. IL PI GRAND'UOMO DEL MONDO
Mussolini, al gran consiglio, il 12 febbraio 1925:
Si tiene duro e si dura!
"E si fura!", pubblic un giornale milanese, con finto errore di stampa.
Gli avidi e pingui lacch, nei loro panegirici, conclamavano:
Dio ce lo conservi!
E Dio ce lo ha conservato fino alla catastrofe.
Egli porter l'Italia l dov'essa s'era mai sognata di giungere!
E ce l'ha portata.
Un idiota tra i pi sontuosi, con distintivo e decorazioni, si sbracciava a dimostrare ad un Monsignore:
Noi possiamo vantarci d'avere il pi grand'uomo del mondo.
Il pi gran duomo? conveniva l'eminente prelato, s, infatti,  a Roma, non  vero?
Bravo!  Mussolini!
Ma no,  San Pietro!
Il pi grand'uomo  Mussolini!
Il pi gran duomo  San Pietro!
Macch! Dopo tutto, che cosa costru San Pietro?
Trov un mucchio di pietre e ne fece la Chiesa Cattolica.
Peuh! Sapete voi che cosa realizz Mussolini?
S: trov l'Italia e ne fece un mucchio di pietre.
...
Scritto sotto la statua equestre del gran feticcio, a Bologna:
Tra disordini, guerre ed intemperie,
quella che ad un paese fa pi male
 l'infima di tutte le miserie:
la miseria morale!
...
Poco prima della guerra, alcuni uomini politici di quelli che per non aver piegato la schiena innanzi al dittatore, vivevano isolati e impoveriti, stesero una bozza di consuntivo intitolato: Che cosa lascer il regime fascista a coloro che verranno dopo?
Ecco il quadro esatto:
Una giovent maschile inquinata dalla disonest del potere;
una giovent femminile corrotta e di facili costumi;
un'infanzia abituata al pugnale, alla violenza, al sangue;
un'educazione diffusa a base di bestemmie, manganelli e sopraffazioni;
un istituto della famiglia sconquassato dal matrimonio obbligatorio per la carriera e dalla fecondit imposta con la forza;
una borghesia guasta e pretenziosa, assuefatta alla finzione e alla falsit;
un'aristocrazia di pseudo nobili spudorati e subornatori;
una classe operaia esaltata a chiacchiere ed avvilita a fatti;
una magistratura esautorata, pavida e servizievole;
una burocrazia infracidita tra i peculati e le mance;
un esercito accodato alla milizia fascista e corroso dalla politica, dall'inframmettenza e dall'arbitrio;
una milizia avvantaggiata dagli strappi a tutte le leggi, dal brigantaggio e dall'atrocit;
una scuola inutile e svalutata dai dannosi insegnamenti fascisti;
una cultura contaminata e squinternata dall'asservimento alla tirannia;
un'industria minata dal pescecanesimo e dalla frode;
una societ sudicia in cui onore e pudore sono ridotti alla semplice apparenza;
un'arte dissoluta e falsa, mancipia dell'adulazione e della cupidigia;
una finanza truccata, adulterata e pervertitrice;
una politica interna di dispotismo esasperante e di violazioni in tutti i campi;
una politica estera d'errori, di prepotenze e d'od;
una polizia arcipossente e operante con l'abuso, la licenza e con le spie, i sicar, gli agenti provocatori;
una monarchia priva ormai di prestigio e affogante nella perplessit e nel ridicolo.
Che altro si vuole di pi consolante, dall'Alpi al Lilibeo?
E allora, disse uno di quegli uomini d'un tempo, noi che si fa?
 doveroso intervenire per evitare il probabile baratro finale.
Tentiamo, parlandone al re.
Il re s' sepolto sotto una colluvie di corone, da quella imperiale d'Etiopia a quella reale d'Albania, ne aspetta delle altre e non  al caso di darci ascolto.
Se ci rivolgessimo al Pontefice?
 troppo intelligente per intromettersi in questo momento.
Chi possiamo chiamare in aiuto?
C' un solo uomo che pu tutto,  Mussolini. Ma non credo che proprio lui faccia al caso nostro....
Certo, lui non vorr mica mettersi in condizione di rovinarsi, non far affatto quanto servir a distruggerlo.
Ma se  appunto quello che sta per fare....
Ossia?
Far la guerra!
E la fece.
Uno dei molti vati che verseggiavano tenendo ben celata la cetra, aveva gi predetto:
Popoli, state in guardia, perch un despota
quando il potere in mano ancor non ha,
parla d'un ideal di libert,
e poi sopprime, appena in alto sale,
tanto la libert che l'ideale!
...
Che la famiglia italiana non potesse rimanere la soave fervida istituzione dei tempi andati, era facile prevederlo, grazie agl'incitamenti demografici del governo, alla tassa sui celibi, agli avanzamenti aperti soltanto agli ammogliati e altre cervellotiche provvidenze che ci facevano scivolare verso la fame e l'indigenza, ma che venivano strombazzate come stupende geniali provvidenze del regime.
Il numero  potenza! aveva sputato l'Infallibile, plagiando Napoleone.
E un umile artigiano sovraccarico di prole, non sapeva spiegarselo:
Ma com' che in casa mia, con tanti figli, io non sono potente affatto?
Perch col numero che fai tu, la potenza l'acquista lui: pi siamo e pi vettovaglie abbiamo.
Eppure nella mia famiglia, pi siamo e meno mangiamo.
Non hai dei figli maschi?
S, ma ancora non sanno fare niente.
Niente? Proprio niente? Ma  l'ideale,  la condizione migliore per fare strada nel fascismo.
Be', se  cos...
E non hai delle belle figliole?
Certo, ma le sto mandando a scuola.
Ingenuo! Mandale dai gerarchi e vedrai che tavola ti imbandiscono!
...
La costrizione di tutti i dipendenti dello stato a prender moglie, mise insieme delle coppie improvvisate alla meglio e alla peggio, form delle famiglie di convenienza, d'opportunit, di comodo, senza fiducia, senza affetto e senza pace. Perci si spettegolava:
Tizio ha avuto un altro aumento di stipendio...
Ora che sua moglie si  fatta bionda,  diventata pi carina....
Corbezzoli, quanti progressi fa Cajo, da un po' di tempo a questa parte!
Chiss quante corna gli costano....
Poi si cianciava anche:
Quello l, prima del matrimonio, rendeva in ufficio molto pi che adesso...
Allora era scapolo, non aveva niente da fare eccetto il suo lavoro, adesso ha la moglie, la famiglia della moglie, gli amici della moglie...
In altri termini, la moralit innanzi tutto!
...
E crescevano i giovinotti di belle speranze, per i quali si mormorava:
Ha pochi scrupoli,
foga ciarliera,
cambia bandiera,
sparla e poi si sconfessa,
facciam scommessa
che diventa gerarca o va in galera?
...
Sull'esempio delle superiori gerarchie, si forgiavano le nuove generazioni dell'ra mussoliniana, e allora si insinuava al giovine arrivista intraprendente:
 benevolo il tuo fato:
tu la faccia l'hai di bronzo,
sai parlar, sei spudorato,
non sei gonzo,
niente scrupoli  il tuo credo,
far man bassa  il tuo registro,
non c' dubbio, gi ti vedo
diventar primo ministro!
...
Si assisteva al declino del garbo, delle belle maniere, della buona educazione di cui la novella giovent s'infischiava spensieratamente, adottando nei salotti per bene le stesse crude spiritosaggini e lo stesso linguaggio delle taverne nei bassi porti. Allora si rimpiangeva:
"Latin sangue gentile"....
Un tempo s, ma col novello stile
l'antica gentilezza ha fatto un tonfo:
grazie a ci che si dice e che si fa,
assistiamo al trionfo
della volgarit!
...
Ma il nume aveva proclamato che il fascismo innalzava in tutti i campi il tono della vita italiana. Era temerario contraddirlo. Perci si potevano cogliere questi brani di conversazione:
Abbiamo il nuovo podest.
Lo so, ma  un uomo che non s'intende di nulla...
Chi lo dice? Nientemeno  sciarpa littoria.
Non nego, ma ha un oscuro passato...
Che importa l'oscuro passato, quando si ha un brillante avvenire?
D'accordo, per quello  un tipo equivoco...
Ma  marcia su Roma!
 una ben nota canaglia...
Ma  squadrista.
Ha fatto tre anni di carcere per truffa...
Ma  sansepolcrista.
 un uomo ignobile...
Il duce l'ha fatto nobile.
Tutti conoscono la sua vita disonesta....
Evvia, sono vecchi pregiudiz superati, fisime alle quali si attaccano gli sfasati, i nemici del regime, quelli degli angolini da ripulire, e un bel giorno faremo il repulisti veramente di certi residui demoplutocratici, nemici del regime, duri a morire!
Non c'era da replicare: il tono della vita era innalzato una volta di pi.
Quella era la mentalit dei ducini, specialmente di coloro che s'arricchivano, che spampanavano le loro fastosit, che gettavano in faccia alla gente dabbene lo sfarzo del loro impuro guadagno. Di conseguenza spuntavano sempre satire da togliere il pelo e la pelle.
Mio padre era un minchione
quando mi disse: "Tieni il capo a sesto,
cerca d'essere povero ma onesto,
scansa il fascismo e non esser briccone!"
Ma allor come si fa vita giuliva
con auto, donne, gioco, feste e ville?
Mio padre non capiva
ch'oggi il povero onesto  un imbecille!
...
Di giorno in giorno, il rancore e l'antipatia per le alte sfere del regime s'allargavano sempre pi, e la polizia prendeva cicchetti quotidiani dal ministero degl'interni.
Insomma, signor questore, voi non siete capace di mettere le unghie sopra i nemici dello stato?
Ma siamo di fronte ad una diffusa lenta inestirpabile propaganda antifascista.
E non vi riesce di stroncarla, dunque?
Non posso, eccellenza, mi trovo con le mani legate.
Perch? Non arrivate a sapere chi la fa?
Oh, s,  perci che non  possibile porre riparo.
Vivaddio,  una scusa! Potete voi dirmi chi sono i peggiori propagandisti dell'antifascismo?
Gli alti fascisti, eccellenza!
Ond' che qua e l si scoprivano manifestini offensivi, circolari insultanti, scritte pericolose e satire, satire, satire...
Guarda, cencioso, ammira l'automobile
del gran gerarca diventato nobile,
che fa gli affari suoi su larga base:
vedi che gran dimora?
Che importa se per te non ci son case?
Egli pranza a quest'ora,
con belle donne e gran servidorame,
che importa se i tuoi piccoli hanno fame?
...
Ma il pi grand'uomo del mondo, il maestrucolo elementare elevato a dio caligoleggiante, motore del secolo, Prometeo d'Italia, genio di statura secolare, duce del fascismo, capo del governo, fondatore dell'impero, protettore dell'Islam, collare dell'Annunziata, cugino del re, padre del popolo, suocero di Ciano, primo maresciallo, primo ministro, primo omnibus, uomo-tutto, governava tenendo nel cuore, come unico palpito, il bene insuperabile del re, della patria e di Claretta. E quando doveva prendere una decisione alquanto ostica, risciorinava le sue frasi fatte, plagiate dappertutto, i dettami solonici delle grandi occasioni: Andare verso il popolo... Noi tireremo diritto... Non turbate il pilota... Chi si ferma  perduto... La mia politica  un'arte...
Scattavano subito le rime di risposta:
Quando la civilt, per viz e pompe,
decade e si corrompe,
sudicia nasce allor, cruenta e trista,
l'arte della politica fascista!
E poich grandinavano le ovazioni, i delir, i riconoscimenti e le celebrazioni della sua grandezza, si arguiva:
Sian tempi buoni o critici,
per raggiungere tutti i nostri fini
abbiamo tre grand'uomini politici:
Girella, Dulcamara e Mussolini!
...
L'immoralit, l'inquinamento e il putridume ammorbavano ormai tutta la nazione, ma lui si affacciava a predicare morigeratezza, castigatezza, virt, raffinamento dei costumi. Anche padre Zappata era superato! In quei momenti arrivavano improvvise e inutili le draconiane esigenze suggerite da un suo capriccio o da una sua paura. Un giorno ci sentimmo ordinare:
Basta con la letteratura scandalosa e con i libri gialli!
O che gli hanno fatto? ci domandammo stupiti.
Le autorit del ramo spiegarono e fecero spiegare dagli obbedienti giornali:
I romanzi polizieschi traviano le menti inesperte dei giovani...
Ha ragione, qui le menti deve traviarle soltanto il duce, coi pugnali, con le vendette e con gli inestinguibili od.
Cominci quindi uno spulciamento dei libri da proibire: dove capitava un periodo dubbio, una proposizione male interpretabile, niente permesso di smercio!
Nella Storia d'Inghilterra del Macaulay c'era scritto: "In ogni secolo, i pi vili esemplari della umana natura li trovate tra i demagoghi".
Ah, s? Appunto gl'inglesi avevano dato del demagogo al nostro Solone, in alcuni quotidiani. Macaulay era morto da oltre ottant'anni, ma non importa, quella sua insinuazione poteva essere stata un'ingiuria anzitempo, dunque via la Storia d'Inghilterra!
In Maximes, rflexions et penses diverses, Beauchne dice: "Credono che col denaro si possa fare ogni cosa, coloro che son pronti a fare ogni cosa per denaro".
 un'allusione? Beauchne affermava roba simile sotto il primo impero, appunto quello di Napoleone. Che ci sia il proposito di una insinuazione, negli intenti del traduttore o dell'editore? Al fuoco Beauchne!
Ludwig Feuerbach scrive in Das Wesen des Christentums: "La parola rende l'uomo libero, chi non pu parlare  uno schiavo!".
Idee infernali, antimussoliniane: al diavolo Feuerbach! Ma c'era di che perdere la testa. Per esempio: l'Insonne aveva urlato pi volte che bisogna farsi temere, lo aveva ripetuto anche nelle piazze, ma L. A. Ptiet scrive: "L'uomo  libero soltanto quando non teme".
Baje! Vietati tutti i libri del Ptiet!
Carlo Dossi ha questa massima: "A molti non mancano che i denari per essere onesti!".
Ma  matto, Carlo Dossi? Va bene, scriveva cos sul finire del secolo scorso, ma ci significa ch'era matto anche allora, faceva dell'autentico antifascismo... Niente opere di Carlo Dossi!
Tuttavia si presentavano dei casi discutibili: Tito Livio, quel rompiscatole con tutte le sue Deche, che cosa inserisce nelle Storie? "La paura degli altri fa crescere l'audacia".
Non va, non va!  un pensiero che insegnato nelle scuole, compromette il valore e il significato dell'audacia fascista. Ma si pu mandare all'indice Tito Livio? Uhm, andiamo piano... Il caso sar esposto alle superiori gerarchie, magari si riunir il consiglio dei ministri. Nessuna meraviglia, qualche volta si riuniva anche per ragioni pi futili.
Schiller, nella Fanciulla d'Orlans, dice: " da deplorarsi che il popolo debba sacrificarsi per il suo re!".
Ahi, ahi... Ci scardina il principio del doveroso sacrifizio fascista... Ma, vediamo un po', si tratta di un re e non di un capo del governo... Il popolo non deve sacrificarsi per il sovrano, ma per il duce s. Forse se vivesse e se lo sapesse, Schiller concederebbe un'eccezione per il divo. E allora passi. La Fanciulla d'Orlans vince anche quest'altra battaglia.
Ma Flaubert no! Bisogna sprangare subito le porte al signor Gustavo, alle sue Bovary e Salammb ed eroine del genere. Sapete che cosa si permette di scrivere l'autore dell'ducation sentimentale? "L'essere obbligati a vivere sopra un punto della terra, segnato in rosso o in azzurro sulla carta geografica, e odiare perci gli altri punti segnati in verde o in nero, m' sempre parsa una concezione stupida e meschina".
Oib! Questa  anarchia, questa  delinquenza, per il fascismo. Via, via senza perdere tempo! E via anche l'anglico poeta Alessandro Pope, che osa dire: "In ogni tempo, un patriota  un imbecille".
Anatema, anatema! E si distrugga eziandio Mazzini, il quale ha la sfrontatezza di cos opinare: "Finch, domestica o straniera, voi avete una tirannide, come potete avere una patria?".
Ma... quel Mazzini  un tanghero che procaccia ancora dei grattacapi ai governanti, anche settant'anni dopo la morte, come si fa mandarlo in esilio? Almeno al tempo di Carlo Alberto, era vivo... E poi oggi sarebbe un terribile fuoruscito. Be', pazienza, per lui  giocoforza chiudere un occhio. Per non si diano le opere di Mazzini ai giovani,  chiaro? Se ne parli nelle scuole, sissignore, ma cos, alla lontana... Gli studenti devono leggere Arnaldo e Parlo con Bruno non occorre altro.
Ci fu il campione degli adulatori che arriv a propagare:
Il duce porta l'Italia a quel che era la Grecia nel secolo di Pericle.
E un umorista che si dilettava di calembours, illustr:
Cos lui  Pericle e l'Italia  periclitante.
Un israelita prediceva assai male per il nostro titano:
Tutti coloro che hanno perseguitato gli ebrei, hanno fatto una brutta fine.
Sciocchezze! oppose un fascistone, Dio non permetter mai la preponderanza degli ebrei, nel mondo.
E perch? Anche gli ebrei hanno un loro Dio che li protegge.
Sar, ma  un Dio inferiore a quello dei cristiani.
Uno che stava l indifferente alla diatriba, intervenne:
No, perdonate: uno lo chiama Dio degli ebrei, l'altro lo definisce Dio dei cristiani, un terzo lo creder Dio dei turchi, ma Quello che sta lass  uno solo, signori, ed  di tutti.
Bravo! fece il fascista, che non aveva compreso bene, parlate del nostro duce?
No, lui  troppo in alto, non oserei; parlo d'un suo Dipendente.
...
Nessuno  obbligato ad aderire al regime, si predicava, tutti sono volontar, tutto  spontaneo.
Verissimo! si ribatteva, come quando i banditi di strada maestra fermavano i passanti intimando: O la borsa o la vita!
No, quella era una imposizione.
Macch, erano atti spontanei, specialmente quelli dei passanti.
...
Dice Ben Jonson che la borsa pesante fa il cuore leggero.
Non parla del fascismo, naturalmente.
Oh, no, no, perch allora avrebbe detto che il cervello leggero fa la borsa pesante.
...
Un attore conversava con amici:
Shakespeare fa dire ad un personaggio delle Allegre comari di Windsor: Se il denaro ti precede, trovi aperte tutte le porte.
To', esclama un finto tonto, c'era il fascismo anche al tempo di Shakespeare?
Che il tempo fascista fosse quello dei predoni, era dunque una convinzione generale.
...
Riunione dei pi avidi magnoni all'aperto: intorno al padrone scodinzolano gli umili leccapiatti, da Bottai a Teruzzi, a Federzoni e via dicendo. D'un tratto una voce grida:
Arrivano i carabinieri!
Spavento generale e fuga precipitosa. Ma dopo un po' di strada, il capo s'arresta battendosi la fronte:
Che smemorato! esclama, i carabinieri arrivano per farci scorta d'onore, non per altro.
Tutti si fermano subito, rinfrancati: sono sudati, hanno il sopraffiato...
Ma gi,  per la scorta d'onore... tirano un sospirone, per, che paura!
Dirizzano la persona, mettono il petto in fuori, induriscono il volto e gridano:
Saluto al duce!
Quindi attaccano Giovinezza, giovinezza...
...
Un federale interrogava un buon paesano semplice e schietto.
Ami tu il tuo duce?
Lo adoro e vorrei vederlo crescere sempre pi d'importanza.
Pari al re?
Di pi.
Pari al Papa?
Di pi.
E dove vuoi che arrivi?
In grembo a Dio!
Era, dunque, l'idolo di tutti gl'italiani, i quali per non facevano che augurargli la morte.


 19. 1940!
Mussolini, a Milano, il 28 ottobre del 1925:
La vita  nulla, quando sono in giuoco i supremi interessi della patria!
Due del pubblico:
Il guaio  che lui non espone mica la vita sua.
No, perch lui crede d'essere la patria.
Venne la guerra...
Allora l'ostilit degl'italiani si fece aperta, sfoci in ribellioni qua e l, si sgran in bestemmie, s'incup, si mostr minacciosa e insopprimibile.
Al solito criterio imbecille di chi stava in alto, parve che per non far trasformare il malumore in collera, bastasse appendere dei cartelli nei negoz e negli stabilimenti operai, sicch leggemmo quel capolavoro di stupidit: Qui non si fa dell'alta politica n dell'alta strategia, qui si lavora!
E ridemmo di quel foglio tricolore affisso in ogni pubblico locale: Siamo in guerra. Dove siamo era sul verde, in sul bianco e guerra sul rosso, per cui si scherniva:
"Siamo" al verde e la "guerra"  nel sangue.
Spesse volte uno scherno non  che la maschera d'un presagio: la guerra insanguina atrocemente tutta l'Italia.
Poich uno dei tanti spregevoli cortigiani aveva proclamato una volta che il duce s'ispirava alle parole e alle azioni dei grandi, moltissimi indiscreti italiani fecero notare come egli avesse dichiarato la guerra senza riferirne prima n al gran consiglio del fascismo n al piccolo consiglio dei ministri n alle due camere. Chi gliela aveva ispirata?
La parola delle grandi ombre! inform uno dei pi autorevoli tirapiedi.
Di conseguenza, alcuni scrittori di teatro immaginarono e composero la scena di Mussolini, che nel silenzio della notte, chiede consiglio a molti dei sommi trapassati. Ciascuno di questi risponde con un pensiero tolto dalle proprie opere.
O miei colleghi, invoca l'italo Pietro il Grande, faccio o non faccio la guerra? Che ne dite voi?
La profonda voce di Leone Tolstoi si diparte dalle pagine di La salvezza  in voi: "Qualsiasi guerra, anche la pi lieve, con tutte le sue solite conseguenze, la devastazione, le rivolte, le prede, le rapine, le corruzioni, le stragi, col pretesto della necessit e della legittimit, con l'eccitamento al conflitto, con l'amore patriottico, con i falsi riguardi ai feriti, sopprime in un anno solo pi gente di quanta non ne sopprimano in un intero secolo tutti i saccheggi, gl'incendi, gli assassin compiuti da singoli delinquenti".
Mussolini: Ma quella ch'io intendo fare  una guerra buona.
Beniamino Franklin risponde dalle Lettere: "Mai vi fu al mondo una guerra buona o una pace cattiva".
Byron avverte dal Don Juan: "Il sangue non serve che a lavare le mani dell'ambizione".
Fnelon, dai Dialoghi dei morti: "La guerra  un male che disonora il genere umano!".
Lacordaire, dai suoi Pensieri: "Ogni guerra d'oppressione  maledetta!".
Mussolini: Ma no, io non mi propongo di opprimere, per me la guerra ...
".... il mestiere dell'assassino mercenario!", interrompe Shelley, dalla Queen Mab.
E D'Alembert, dai Melanges de Litterature aggiunge: "L'arte della guerra  quella di massacrare i popoli...".
Mussolini: Ma no,  la politica che....
"La politica  l'arte d'ingannarli!", completa D'Alembert.
Arturo Graf, dall'Ecce Homo interloquisce: "La politica  troppo spesso l'arte di tradire gl'interessi reali e legittimi, e di crearne d'immaginar e d'ingiusti".
Voltaire scatta con una frase del suo Discorso all'Accademia: "La pi grande politica  quella d'essere onesti!".
Mussolini: Voi siete assai antiquato, egregio signore, e io ho in Italia otto milioni di bajonette.
Emilio Castelar, da uno dei suoi discorsi parlamentari, prorompe: "Le bajonette servono a tutto, tranne che a sedercisi sopra!".
Tolstoi riparla dal Ci che si deve fare: "Prima di dare al popolo soldati, bisognerebbe sapere se per caso esso non muoia di fame".
Mussolini: Come capo del governo, io mi regolo come credo.
Mirbeau sbuca dalla Collection e tuona: "Il governo non  fatto per la comodit e il piacere di coloro che governano".
Mussolini: Oh, antifascista! Nel promuovere la guerra, io comander agli italiani di vincere.
Victor Hugo, dai Miserabili bofonchia: "Nulla  pi stupido del vincere, la vera gloria  nel convincere".
Mussolini: La vera gloria  quella che io dar alla nazione.
E Hugo mugola: "Meno gloria e pi libert! Solo quando tace il tamburo, riprende a parlare la ragione".
Mussolini: Io entro in guerra appunto per il trionfo della ragione, per la pace.
Maria von Ebner esprime uno dei suoi Pensieri: "Tu puoi aver la pace soltanto se la dai".
Mussolini: No, devo fare la guerra per patriottismo!
Samuele Jonhson, dal Boswell's Life Remark, sentenzia: "Il patriottismo  l'ultimo rifugio d'un farabutto".
Mussolini resta male e alza la voce: Ma allora, secondo voi, quale ordine devo dare alla nazione?
Ernesto Teodoro Moneta grida il programma di tutta la sua vita: "Guerra alla guerra!".
E le illustri ombre concludono in coro: "Guerra alla guerra!".
...
Che il divo ex muratore, ex maestro, ex caporale, ex tutto, non potesse soffrire gli scrittori di teatro  facilmente comprensibile, e il suo odio pu essere perdonato, anche perch fu cordialmente corrisposto.
L'intervento, dunque, fu deciso da lui, soltanto da lui. Nessuno lo voleva, in Italia, se forse si eccettuano quei pochi giganteschi speculatori che ingrassano sui conflitti come le jene traggono cibo dalle carogne.
I primi epigrammi sull'argomento furono taglientissimi:
Oggigiorno i governi vanno in campo
per far la guerra-lampo,
senza pensar frattanto
ch'essi scendono armati in campo bllico
ed il popolo scende in camposanto.
Eccone un altro:
 la guerra
disonore infamia ed onta
dell'intera umanit;
maledetto chi la sferra,
maledetto chi l'appronta,
chi ci specula e non va!
Ancora:
Ma che importa l'orrore
e il pianto delle madri,
quando la guerra serve ai grossi ladri
che vivono sul sangue di chi muore?
Uno parla di carri:
Guerra motorizzata ovvero carri
armati corazzati d'ogni sorta,
d'ogni entit,
piccoli e grossi, semplici e bizzarri,
il carro lanciafiamme, il carro scorta,
e infine il carro funebre che porta
a seppellir la nostra civilt.
Una considerazione umana:
Spendiam anni e fatiche sulla terra
per fabbricar ricchezze, opere d'arte,
ma appena infuria Marte,
poich la guerra  guerra,
tutto ci distruggiamo in pochi d:
possiam esser pi fessi di cos?
Si bollano i profittatori:
C' chi con boria,
nel gran conflitto,
pensa pi al vitto
che alla vittoria.
Si osserva:
Se i gonfi pistolotti e i vacui scritti
bastassero per vincere una guerra,
noi saremmo i pi invitti
guerrieri della terra.
Ma a poco a poco, in misura che gli straz crescevano, le storielle s'illanguidivano: ne rampollavano ancora qua e l, ma vagavano pallide, si raccontavano fiaccamente. L'arma del ridicolo prese a spuntarsi contro l'orrore della strage. Al divertimento succedeva l'angoscia, al disprezzo per le buffonate subentrava l'esecrazione per gli assassini. L'istrionismo affog nel sangue. Tuttavia si narrava d'un incontro tra Mussolini e il suo correo Hitler.
Ho bisogno di carri armati, disse il tedesco, dammi i tuoi.
Te ne posso mandare uno.
E che me ne faccio di uno solo?
Te ne mando due.
Son pochini!
Non adirarti, via, te li mando tutt'e tre.
Era la preparazione che il fascismo aveva fatto per la guerra.
...
Ad un secondo incontro, fu il nostro capo a chiedere in prestito dieci divisioni germaniche.
Dieci, nientemeno? fece il complice, sono troppe, per che cosa ti servono?
Per tenere quieti gl'italiani.
Allora dichiarami la guerra, cos baster una divisione sola.
...
Dopo la sciagurata campagna contro la Grecia, da lui ideata e attuata contro il parere di tutti, Mussolini si rec a visitare i feriti, nel Policlinico di Roma. Messo sull'avviso, un giovine ufficiale mutilato chiese di passare in una corsia dove il tiranno non sarebbe entrato.
Ho visto il macello, disse il giovine, e non voglio vedere il macellajo!
II fatto  vero. Lo si narrava dovunque, nella capitale, e fu subito conosciuto in tutta Italia. Peccato non conoscere anche il nome di quell'ufficiale!
...
Col cretinismo "voluto e potenziato dal regime", secondo un'abituale frase dell'arcifanfarone, s'impose lo strombazzamento dell'alleanza italo-alemanna, e i ritratti dei due super capi dovevano esporsi insieme nelle vetrine di tutti i negoz. Un librajo ordin bellamente molte copie d'un noto volume di Luigi Lucatelli, Cos parlarono due imbecilli, e in mezzo vi situa Hitler e Mussolini.
Un droghiere piazz le due effigi sul cartello pubblicitario d'un biscottificio di Saronno, sicch sotto si leggeva Fratelli Lazzaroni.
Un salumiere li mise al centro d'un trofeo di salsicciotti, presso una targhetta che diceva Salami freschi.
In una ditta di vendite all'asta, sopra un mucchio di oggetti d'arte, troneggiavano i due Ajaci, col cartello esplicativo: Liquidazione fallimentare.
...
Incominciarono i severissimi ordini: risparmiare il grano! Quindi inchiesta in ogni pollajo perch non si desse il grano alle galline.
Si presenta grave e torva la commissione ad un campagnolo:
Che becchime date al vostro pollame?
Del grano, signore.
Verbale di contravvenzione! Il grano  per il popolo e non per i polli.
Passa ad un ortolano:
Con che roba nutrite le galline, voi?
Butto loro un po' di legumi....
Male! Multa e ammonizione! I legumi sono preziosi in questi momenti.
Va quindi da un giardiniere vicino:
Ehi, camerata, anche voi diteci che cosa mangiano i vostri polli.
E chi lo sa? Io non ho tempo per badarci, consegno loro cinque lire ogni mattina, cos essi comprano quello che vogliono.
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Prese a mancarci tutto. Dall'estero un tale torn in Italia, richiamato sotto le armi.
Dammi notizie, lo aveva pregato un amico, fammi un resoconto di ci che manca, se cibo o vestiario, armi o denaro, trasporti o assistenza o altro...
Non credo ch'io possa accontentarti, per via della censura.
Ma s, stendimi con l'inchiostro nero un elenco per dire che c' tutto, scrivendo con l'inchiostro rosso quel che non c'.
Il richiamato part e dopo molti giorni scrisse all'amico: "Carissimo, sappi che in Italia c' tutto, ma proprio tutto. Purtroppo manca unicamente l'inchiostro rosso...".
...
Poco prima del conflitto, si dava come avvenuto un incontro d'Hitler e Mussolini con Churchill.
Volete proprio fare la guerra? avverti il premier inglese, badate ch' un terribile gioco,  come volere impadronirsi di quell'unico pesciolino che guizza in quella vasca: siete capaci?
Peuh! ghign il nostro Fracassa, ci vuol poco.
Immerse tutto il braccio nell'acqua e s'affann per un'ora invano: il pesciolino sguisciava, scodava, scivolava via.
Lascia, ci penso io! fece arcisicuro di s quel barone di Mnchhausen ch'era Hitler.
Si tuff addirittura nella vasca, guazz, annasp, scalci di qua e di l bestemmiando, minacciando rappresaglie e inseguendo la minuscola preda che sfuggiva sfrecciando da ogni parte: dopo due ore, il caporale Schickelgruber rinunzi all'impresa.
Allora Churchill trasse di tasca un cucchiajo e paziente, calmo, ostinato, prese a vuotare la vasca, una cucchiajata dopo l'altra.
Io faccio cos, concluse, e son certo che quando avr tolto tutta l'acqua di qui dentro, il pesciolino sar mio per forza!
...
Scoppiata la guerra con l'U.R.S.S., a Hitler giunse un telegramma. Von Ribentropp l'apr.
Di chi ? chiese il fhrer.
Di Mussolini, annunzia che ci manda alcuni reparti della sua milizia ad aiutarci in Russia.
Questo non ci voleva! sbuff con molto disappunto il capoccione tedesco, poi aggiunse rassegnato, be', pazienza, vinceremo lo stesso!
Ma l'arte del profeta non  fatta per gli autocrati.
...
Si svolgevano episod strazianti, tuttavia l'istrione di Predappio non cessava dal muovere l'ilarit: era un'ilarit stanca e mesta, la nostra, ma non per questo era meno diffusa.
Fin dal giorno del suo maledetto discorso annunziatore della nostra partecipazione al conflitto, egli calc ancor pi le sue pose di fulmine di guerra, e si nomin comandante supremo unico e solo di tutte le forze armate di mare, di cielo, di terra e di sottoterra.
A me m'ha rovinato Napoleone! ebbe a dire quella sera, dal palcoscenico, un comico di rivista.
Gli spettatori compresero l'allusione e applaudirono a lungo, ridendo clamorosamente.
In quel discorso, il Napoleonital diede la sua parola d'ordine: Vincere!
 una parola! si disse in tutto il Paese.
E per vincere non  gi ch'egli avesse cannoni, aerei, carri armati, no, ma impose che si facessero dei discorsi nei gruppi rionali, nei teatri, nelle piazze. Un vecchio giornalista palermitano comment:
Metternich affermava che per fare una guerra sono indispensabili tre cose: denari, denari e denari.
Mussolini  superiore a Metternich! gli fu obiettato.
 vero, infatti per lui sono indispensabili tre cose assai pi difficili da ottenere: parole, parole e parole.
Amleto aveva ragione anche a palazzo Venezia.
Ma le parole non furono sufficienti, e il comandante supremo di tutte le forze si rivel comandante di tutte le debolezze, specie quelle della vanit e del bluff. Un epigramma diceva:
Otto milioni e pi di baionette!
A tanta cifra il popolo fremette,
ma nel capo del Capo, in un trabocco
di verit, la spirocheta pallida
disse allo streptococco:
Hai sentito, o fratello,
come stiamo rodendogli il cervello?
...
Ci mancavano le armi? Il comandante supremo ordin le canzonette e impose concorsi alla radio per le strofe di guerra. Ne abbiamo sentite di goffaggini, di sciatterie, di stupidit! Tra le tante scemenze, una diceva: "Vincere, vincere e vinceremo!".
Sicch i romani chiosavano: Ma se vince Remo, non vince Romolo, purtroppo!
Un'altra, tolta da un film, faceva parlare un soldato: "Colonnello, non voglio pane...".
E la gente canticchiava: "Colonnello non voglio balle!"
Il comandante supremissimo s'infuriava: Ogni nostra guerra ebbe la sua canzone, da "Addio, mia bella, addio!" al "Piave mormor..." e in questa non se ne riesce a trovare una?
Finalmente una si fin col diffonderla, ma era tedesca. Nella terra classica delle canzoni, si dov ricorrere all'estero per dar da cantare ai nostri soldati: Lil Marlen.
Si diffuse all'istante, ma poco dopo venne vietata. Perch? Misteri della psicologia mussoliniana! Ne sorsero dovunque parodie a josa, ogni reggimento, ogni compagnia aveva la sua. Ma di cibo, di vesti e d'armi non ne aveva nessuno. E sopratutto nessuno aveva la voglia di battersi, in quella guerra dichiarata dal signor Mussolini e non dagli italiani.
Il nume mise mano al cinematografo: ordin film bellicosi a tutt'andare, film esaltanti le nostre gesta, film di propaganda eroica... Cos dovemmo sorbirci Bengasi, Giarabub ed altre produzioni assolutamente false, supinamente idiote. Non avendo vittorie da celebrare, egli faceva pellicolare le sue sconfitte.
La fine dell'Inghilterra
incomincia da Giarabub...
Cos annunziava la canzonetta, quando tutti c'eravamo accorti che invece era incominciata la fine del fascismo.
In difetto di altre munizioni, l'autocrate abbondava in discorsi esplosivi.
Ricordate che Sidi el Barrani non  che una premessa! grid in seguito a quel primo fatto d'armi che sembr favorevole.
E Sidi el Barrani poco dopo veniva perduta.
Io dissi che avrei distrutto Tafari e mantenni la parola! url nel 1940.
Nel 1941 Tafari tornava sul suo trono d'Addis Abeba, ricostruito coi nostri quattrini.
Io spezzer le reni alla Grecia! sbrait l'italo zar.
E in Grecia, in Albania, fu scritta una delle pi dolorose pagine della nostra storia. Ed egli mugg ancora:
Ricordatevi che oggi non ci sarebbe la marcia su Mosca, una marcia che sar sicuramente vittoriosa, se vent'anni fa non ci fosse stata la marcia su Roma!
E invece, dopo Stalingrado, i russi iniziavano la marcia su Berlino.
Ma perch non tace? si ripeteva da un capo all'altro della penisola, tanto ora non fa ridere pi, porta disgrazia e basta.
Cos spunt e fu presto rigogliosa la sua nomea di jettatore.
Un uomo di statura secolare, lo aveva definito Hitler.
Un uomo di jettatura secolare! lo definirono gli italiani.
...
Una mattina il medico dovette correre a villa Torlonia.
Che cosa avete, duce?
Dolori lancinanti alta fine della schiena.
Vediamo un po'... Oh, mio Dio!
C' qualcosa di grave?
Grosse ecchimosi tra il coccige e l'osso sacro, come se aveste ricevuto dei calci potentissimi.
Oh, allora  niente: come vedete, ho rotto le reni alla Grecia.
E si rise alla storiella, ma con molta irritazione.
Peccato! Egli sognava di correre a cavallo incitando le schiere avanzanti, come Garibaldi, sognava di farsi erigere l'arco di trionfo, come Tito, sognava l'ingresso impetuoso nelle citt conquistate, come Alessandro, l'apoteosi del ritorno, come Cesare, la leggenda dell'invincibilit, come Napoleone... Ecco, appunto. Napoleone, la sua idea fissa. Anzi la sua idea fessa, come si diceva.
E gl'italiani ridevano, ma purtroppo qualche volta ridevano singhiozzando.
S'era fatto confezionare un ampio cappotto, lungo, a doppio petto, come quello famoso del Crso, nel ritratto dell'Allemande. Lo us in Albania, dove and a ostentare la sua grandigia tra i soldati, i quali senza nemmeno un farsetto di lana e senza scarpe, si battevano tra la neve, sul ciglio dei burroni, a circa tremila metri d'altezza. Molti di essi morivano di gelo, ma il duce passava avvolto nel tepido soffice cappottone alla Bonaparte.
Lui sta caldo.... not un alpino.
Star fresco dopo... mormor il commilitone a fianco.
E queste cose si risapevano in Italia, ma non si rideva pi.
S'era fatto costruire l'automobile blindata, come se avesse dovuto correr per fronti di molte migliaja di chilometri, e l'adoper solamente sul confine francese, quando commise una vile azione contro la Francia. Il popolo italiano n'ebbe vergogna.
Ma l'auto blindata non bast, al commediante: aveva pronto il cavallo bianco. Questa del cavallo bianco  una cronaca amenissima e purtroppo vera.
Quando pareva che le nostre forze fossero vincitrici, in Grecia, per aver realizzato un piccolo passo avanti, fino al fiumicello Calamas, oltre il quale era in vista Ginina, l'arcisupercomandante in capo e in coda, preso dalla consueta fregola coreografica, stabil che appunto a Ginina egli avrebbe passato in rassegna le truppe vittoriose. Con la volgare vanit del saltimbanco, fece spedire a Brindisi il suo cavallo dal candido manto, visto che nell'iconografia napoleonica, il Crso lo aveva niveo, e fece mandare alcuni grossi bagagli pieni delle sue variopinte uniformi, ripromettendosi di sfoggiarle al cospetto di elleniche folle che stupefatte dovevano ammirarlo.
Ma, ahi! Ginina non fu mai raggiunta! Viceversa, all'annunzio dell'arrivo del sinistro jettatore, s'inizi quella ritirata disastrosa che fece dire ad un maresciallo tedesco, allora nostro alleato, la nota frase di spregio:
L'ultimo degli eserciti ha battuto il penultimo.
Questa era la guerra di Mussolini.
Da Brindisi, il liliale cavallo che attendeva gli splendori del trionfo, dov rientrare malinconico nella stalla di villa Torlonia. Ma non trascorsero due anni, che venne fuori nuovamente: le nostre forze unite a quelle tedesche, s'erano spinte in Egitto fino ad El Alamein, quasi alle porte di Alessandria. Oramai questa citt poteva dirsi conquistata, non c'era da compiere che un breve balzo in avanti, uno scatto da nulla, stampavano i giornali. Senza perdere tempo, il funambolo doppio maresciallo vest l'uniforme di combattente d'Africa, col berretto a visiera diritta, all'alemanna, e vol a El Alamein. Ah, finalmente, il nume di tutte le vittorie ne aveva una in mano, dopo tante sconfitte! A societ coi tedeschi, s, ma la vittoria c'era, non rimaneva dunque che preparare la coreografia per il solenne ingresso ad Alessandria. Subito si fece mandare il cavallo bianco e le molteplici uniformi, ordinando clamorose esultanze in Italia. Erano pronti sbandieramenti, cerimonie con discorsi, dimostrazioni di giubilo in tutte le citt e perfino una canzone sarebbe stata lanciata per radio, con i dischi gi incisi e impacchettati per la diffusione e la vendita anche all'estero. Il ritornello di questa canzone da epopea, un po' differente dalla Canzone di Rolando, terminava con le dovute parole: "Sia gloria al duce, liberator!".
Si discusse se fosse meglio "liberator oppure "conquistator".
Va bene il primo aggettivo! decise un pezzo grosso della radio al quale erano stati sottoposti i versi per l'approvazione.
Ma chi libera egli ad Alessandria? osserv l'autore della poesia che doveva restare immortale.
Libera l'Egitto dagl'inglesi.
E quando libera l'Italia dai fascisti? mormor qualcuno senza farsi sentire.
In quei giorni, tra gli addetti alla radio si svolgevano dialoghini di questo genere:
Il duce deve liberarci da inglesi, americani, russi, cinesi e cos via, finch non rimarr al mondo che lui solo.
E che far allora?
Andr all'altro mondo.
E non potrebbe andarci subito?
Impossibile, oggi non lo vogliono n Iddio n il diavolo.
Tutto, dunque, era pronto ad El Alamein per l'ultimo scatto verso Alessandria. Arriv Mussolini? Patatrc! Incominci la marcia indietro. Cos era gi avvenuto in Albania. E il mesto cavallo bianco rifece la via del mare, per tornarsene a Roma, senza avere sfoggiato le sue galdrappe sfarzose. E poi si crede che i cavalli bianchi portino fortuna. Non tutti, evidentemente.
Lo staffiere che lo riportava alla stalla, comment:
Meno male che i cavalli non sono cos asini da scrivere le proprie memorie!
...
A Roma si raccontava che il padrone avesse radunato i ministri suoi servi e avesse detto:
Ma corpo di mille bombe, ho fatto tutti i discorsi necessar, le parate, le riviste, le canzoni, i film, ho ordinato di vincere, com' dunque che non si vince la guerra?
Mah!
Al punto in cui siamo, si tratta di sottrarre il lauro al nemico e portar via il successo...
Il coro dei servi sobbalz di gioja: Sottrarre? Portar via? Ma allora  affar nostro! Duce, potete dire che abbiamo gi vinto.
Tutti sanno come egli, dal 1942 in poi, ripetesse con forza, a chiunque l'avvicinasse: Noi abbiamo gi vinto!
A uno stuolo di gerarchi, al centro dei quali, come al solito, egli s'era fotografato burbanzoso e altero, disse:
Della vittoria non c' nemmeno da dubitare, perch l'abbiamo in tasca.
E gl'italiani, apprendendo quell'affermazione, sospiravano:
Oh, s, l'abbiamo in tasca da un pezzo.
Ma naturalmente non intendevano mica parlar della vittoria.
 autentico il fatterello della popolana romana che non trovando pi qualcosa da comperare al mercato di via del Lavatore, lanciava moccoli contro chi aveva voluto la guerra:
Mannaggia li trapassati sui... Lo possino ammazz.... Mora de subbito quel boja....
Due agenti in borghese le furono addosso:
Venite con noi!
Voi bestemmiate contro il duce.
E perch, chiese la donna, con aria ingenua, che ho fatto de male?
Voi bestemmiate contro il duce.
Io? Ma voi ve sognate! Io ce l'ho co' chi ha voluto la guerra.
E dunque...
Dunque ce l'ho co' Ciurcillo e co' Rusevelte, mica cor duce, no? E che no' li sapete legge li giornali, voiantri? No' li sentite li discorsi de la radio? Ciurcillo  l'omo della guerra, er duce  l'omo della pace...
Le comari e i venditori intorno le diedero ragione a gran voce, sicch i due agenti dovettero allontanarsi, mentre la popolana, questa volta a coro con altri astanti, ricominciava la tiritera:
Lo possino acciacc indove sta mo'... Mora quer boja, quer brigante...
Questo era lo stato d'animo del popolo italiano.
...
A Milano, negli ultimi anni, durante la guerra, veniva annunziata al Teatro Odeon una nuova commedia di autore italiano, intitolata No. Gli attacchini si divertirono a piazzare il primo manifesto col solo titolo, sotto la famosa e jettatoria parola scritta in grande su tutti i ripari dei portici di piazza del Duomo: Vinceremo. Sicch per var giorni si pot leggere, proprio al centro della citt, questo profetico avviso:
VINCEREMO
NO
...
Dopo il comando di vincere, impartito dal sommo stratega fascista alla folla sottostante in piazza Venezia, si diceva a mezza voce, dovunque:
Be', sai l'ultima barzelletta?
No, qual'?
Vinceremo.
E si rideva. Con amarezza, ma si rideva senza aggiungere commenti, che non erano necessar, oramai ci capivamo tutti.
...
Una canzonetta napoletana molto diffusa tra il '40 e il '43, era intitolata Si mme vulive bene ovaramente. Negli angoli dei ritrovi, dei caff, tra amici, se ne canticchiava una parodia alquanto sboccata ma efficacissima, nella quale gli ultimi versi, al ritornello della terza strofetta, concludevano in napoletano cos:
Anfine sperammo
ca 'a guerra se perde,
scupammo sta merde,
turnammo a camp!
...
Naturalmente non potevano mancare le storielle scolastiche.
In una prima classe del ginnasio di Roma o d'altrove, non importa, venne dato il seguente tema da svolgere subito: "Dite quel che sapete sulla nostra guerra".
Uno scolaro se la cav prima degli altri, consegn il suo foglio all'insegnante e scapp via. L'insegnante, un po' sorpreso da tanta lestezza, apr il foglio e lesse: "Io so che quel porco di Ciurcillo voleva distruggere l'Italia, ma il nostro duce, pi furbo e pi lesto, l'ha fatto prima di lui".
...
E ancora in una scuola romana, al principio della guerra, fu assegnato quest'altro compito: "Descrivete la vostra casa".
Il figliolino decenne d'un ministro in carica, il cui nome veniva ripetuto da tutti, se la cav scrivendo, con infantile innocenza: "Noi abbiamo tante belle camere e sale e anche due grandi salotti, ma adesso uno  chiuso perch la mamma ci ha messo dentro tutta la farina, i salami, l'olio, il burro e le altre provviste per noi, con cui noi fascisti dobbiamo fare la guerra".
...
Ma il re era informato?
Il re dorme.... asseverava la voce pubblica, il re  tenuto lontano dalla realt, il re non ha voce in capitolo.
Sorse allora la barzelletta d'un battibecco tra i due Vittori Emanueli. Il II diceva al III:
Ma come, io lavorai a costruire l'Italia, e tu lavori a demolirla?
E che cosa posso fare, io?
Quello che gi feci io: conta un po' i miei sforzi e conta i tuoi, conta i miei governi e conta...
Impossibile, nonno, interruppe il nipote desolatissimo, io oggi in Italia non conto pi niente!
...
Di conseguenza si narrava che anche Umberto I avesse richiamato suo figlio all'obbligo d'aprir gli occhi.
Sei o non sei un Savoja? aveva apostrofato il re morto al re vivo.
E costui aveva risposto:
Io seguo le tue orme, pap, anzi io ti sorpasso.
Non  vero, io fui il re buono.
E io sono tre volte buono!
Tuttavia si disse che un giorno il sovrano volle essere informato di quel che succedeva in Italia e chiam a rapporto il suo aiutante di campo, investendolo quasi bruscamente:
Ma che cosa fanno i fascisti, si pu sapere?
Vi imitano, maest, fanno i numismatici come voi.
Mi imitano? Ah, ma allora fanno bene... Bravi! E che monete raccolgono?
Tutte quelle che ci sono in Italia.
Dunque le cose procedono regolarmente?
Certo, sire, ma purtroppo c' la guerra.
La guerra? O bella, c' un'altra guerra? Abbiamo di nuovo a fianco i nostri amici inglesi, non  vero?
No, sire, gl'inglesi sono i nostri nemici.
Nemici? Oh, guarda! Abbiamo alleati soltanto i francesi, dunque?
Tutt'altro, i francesi ce li siamo fatti nemici.
Anche quelli? E allora con chi battiamo i tedeschi?
Con nessuno, i tedeschi sono nostri alleati.
Davvero? Ma ora che noi possiamo disporre degli uomini delle nostre colonie...
Ma le colonie non le abbiamo pi, maest.
To' questa non me l'aspettavo... E sicch da qual parte noi vinciamo?
Da nessuna parte, finora.
Eppure un giorno Mussolini mi promise le coppe di tutte le vittorie.
E ve le dar, non c' dubbio.
Ma se perdiamo tutto, io che re sono?
Il re di coppe, sire!
Malcontento e preoccupato, Vittorio Emanuele volle conoscere il parere del suo amico maresciallo Badoglio, collare dell'Annunziata, e si rec da lui in visita privatissima. Lo trov a fare il Cincinnato, vestito da contadino, con una zappa in mano, nel parco della sua villa.
Caro cugino, gli disse il monarca, io ho bisogno d'essere illuminato da voi su questa guerra, ditemi che cosa succede?
E che ne so io? fece Badoglio, ancora lontano dal proposito di andare al governo, io non c'entro pi; non vedete che cosa sono io, oggi? Un maresciallo che fa il villano... Andate a palazzo Venezia, maest, l troverete un villano che fa il maresciallo,  lui che sa tutto.
...
Le definizioni dell'Asse Roma-Berlino non si contarono. Fu subito chiamato l'U.P.I.M. ossia Unione Popoli In Miseria.
Nazismo e fascismo? Sodoma e Camorra!
"L'Asse far tutto!" si telegrafarono scambievolmente i due capintesta, ma per un lieve errore di trasmissione, venne stampato: "L'Asse farabutto!".
...
Fu decisa l'assegnazione della medaglia d'oro al padreterno predappiese, per merito di guerra, con la seguente motivazione: "Solo e senza mezzi, riusciva a distruggere un impero!".
I colli fatali di Roma potevano imbandierarsi e incoronarsi di lauro.
...
Poco prima della firma dello strombazzato patto a quattro, si narra che un amico intimo del divo sia corso da lui a gridargli:
Ma sei matto? Bada che tu metti in vendita l'Italia.
E che importa, quando ho trovato subito l'acquirente?
Sicch tu vendi il paese alla Germania?
Sicuro,  un ottimo affare, perch il prezzo lo incasso io.
E non si pu dire che facendo la sua guerra, Mussolini non abbia incassato parecchio. Ma non precisamente denari...


 20. SIC TRANSIT...
Mussolini, a Roma, nel 1940, ripetendo una frase del suo "Diario di guerra":
Sulle rive del Tevere  nata l'Italia...
E sulle rive del Tevere tu la fai morire! azzard un giovinotto, in un gruppo di richiamati.
Coloro che lo avvicinavano, in quei primi anni di guerra, ne traevano sinceramente la convinzione che il nume fosse impazzito. Lo era, infatti, e ce lo provano tutti i suoi atti, le sue pose, le sue parole da ammazzasette. Ma perch meravigliarsi?
 un paranoico, aveva confidato agli amici genovesi l'illustre psichiatra Mingazzini, avendolo osservato e considerato, dopo l'ascesa al potere,  un paranoico e non potrebbe essere altrimenti, anche per tara ereditaria: sua madre mor invasata da mania religiosa, suo padre fu ucciso dal delirium tremens degli alcoolizzati, nei rispettivi ascendenti si riscontrano segni palesi di squilibr e di tabe; da ragazzo, l'uomo dal gran cuor tenero di padre del popolo, prendeva gusto a depennare i polli vivi, ad accecare i cani e i gatti, a punzecchiare i compagni, giungendo spesso a ferirli col coltello, per attaccar briga e veder del sangue... Bisogna guardarsi bene da un tipo simile che s' messo a guida dello stato, bisogna sorvegliarlo, vigilarlo molto...
Ma chi di noi italiani era al caso di farlo? Uno solo poteva, l'unico pi in alto di tutti, ma era appunto quello stesso che lasciava nelle mani del paranoico tutte le redini di quella guida.
E allora si canzonava:
Chi pu non vuole,
chi vuol non pu,
sicch l'Italia
va in fricand.
...
Anche talune storielle parlavano della pazzia di Mussolini. Tornato a Londra per un periodo di ferie, l'ambasciatore d'Inghilterra presso il re d'Italia aveva detto ridendo al suo premier:
Ma sapete che a Roma c' un individuo il quale vuole conquistare e annettersi il Nubian, il Chenia, l'Egitto, il Marocco, Berbera, Gibuti, la Corsica, le Baleari, la Savoja, la Grecia, Nizza, Tunisi, Biserta e non so che altro ancora.
Oh, poverino! E in qual manicomio lo tengono?
Mah, per ora  a palazzo Venezia.
...
Un newiorchese le sballa grosse:
La nostra chirurgia  talmente moderna da giungere a sostituire la testa intorno al cervello di un tale, mettendogliela d'argento.
Che cosa faceva, quel tale?
Lo studente.
Ed ora che fa?
Il professore.
Bazzecole! interviene un romano, la nostra chirurgia  assai pi moderna della vostra, perch nella testa di un tizio ha sostituito addirittura il cervello, mettendogli invece delle patate e delle pigne.
Nientemeno! E che faceva, quel tizio?
Col cervello di prima era un criminale folle.
Ed ora  un onest'uomo?
No, ora  capo del governo.
...
Nella redazione d'un giornale, non sapendo pi con quale iperbolico paragone incensare il gran feticcio, il direttore consigli ad un redattore:
Scrivete che il duce  pari a Pietro II.
S, ma quello fu un sanguinario.
Allora paragonatelo a Carlo V.
Come volete, ma badate che quello fin pazzo.
Allora tirate in campo Carlo VII.
Quello era scemo.
Oh, insomma, fate voi!
Se permettete, lo paragoner a Luigi II di Baviera.
E perch proprio a quello?
Perch non si sa bene se fosse pi pazzo o pi scemo o pi sanguinario.
...
Mentre nella tesoreria d'una piccola banca, in provincia, il cassiere e altri addetti sommano i quattrini della giornata, per rinchiuderli quindi nella cassaforte, un usciere arriva trasecolato:
Salvate il denaro, per carit! C' un pazzo furioso che pretende d'entrare in questo momento.
Un pazzo?
S, dice d'averne il diritto, d'essere arrivato ora ora e d'essere Mussolini...
Be', fa il cassiere agli addetti, che si fa? Lo riceviamo?
Piano, andiamo piano! E se fosse proprio un pazzo?
Be', meno male... Il peggio sarebbe se fosse davvero Mussolini.
...
Alla villetta della Camilluccia, l'ossigenata Claretta accarezza soavemente lo svenevole suo Bib:
Mi ami tanto tanto, tesoro?
Inequivocabilmente!
Ahi! Ahi! Sono rovinata!
Sta zitta! Che diavolo ti prende?
Eh, allora ti conosco bene, sai? Tu ti comporti con me tal quale come con la patria: quando dichiari d'amarla,  allora che la sconquassi di pi!
...
Si raccont che durante i funerali del figlio Bruno, a Pisa, il nume avesse sentito suonare dei ballabili, in una casa. Forse ci non  vero, ma nacque la barzelletta dei due fascistoni che seguivano il corteo deplorando l'inopportuna musichetta.
Scommetto, esclama uno, che c' chi danza perfino, durante i funerali del figlio del duce!
Uhm, osserva l'altro, e questo  niente: vedrai che cosa faranno ai funerali del padre...
...
A Trieste, una vecchina cercava disperatamente suo figlio addetto alla difesa contraerea della citt. Ella veniva dalla provincia e non sapeva pronunziare la parola un po' ostica. Chiese ad un passante qualunque:
La scusi, dove xe el comando de la contraria?
Mah! fece quello, guardandosi bene intorno, a dir la verit, qui siamo tutti contrar, ma che ci fosse perfino un comando, non lo sapevo.
...
La gente immaginava con gioja che i due compari sarebbero stati impiccati, il giorno stesso dell'armistizio, e si descriveva la scena finale, conclusiva: negli ultimi istanti, l'uno si volge all'altro per magnificare ancora una volta la propria infallibile previggenza, mentre infila la testa nel capestro.
Forse non sembra, esclama il criminale alemanno, ma io sono commosso.
Anch'io... fa lo zanni predappiese, mi sento un nodo alla gola.
 il nodo scorsojo, non ci badare, ma vedi che avevo ragione?
Tu e quando?
Quando ti dicevo che la guerra ci avrebbe messi bene in alto, tutt'e due.
Difatti, la forca li solleva in quel preciso momento.
...
Un altro aneddoto riferisce che Hitler esorta Mussolini a non arrendersi mai, dicendogli:
Anche se i nemici ci distruggono gli eserciti, avremo sempre un plotone per noi.
Lo so, sospira il socio, mesto e sfinito, avremo il plotone d'esecuzione!
...
Nel gi ricordato discorso fatto alla Camera, in risposta a Churchill, tra le altre enormi volgarit piazzajole, il degno rampollo dell'anarchico bibace pronunzi una infelicissima frase, che disgust in modo particolare tutto il ceto artistico e intellettuale della nazione. La sera stessa, nelle vicinanze di piazza Colonna, proprio dal lato di Montecitorio, venne affisso un foglio dattilografato con questi otto endecasillabi
"Qui meno opere d'arte e pi bandiere
tolte al nemico noi dovremmo avere!"
disse il duce coi suoi gagliardi motti
che van bene pei cafri e gli ottentotti,
non per noi che del mondo in ogni parte
siam celebri per merito dell'arte.
Chi disconosce un cos gran passato
non  che un vile, un porco, un rinnegato!
...
Battute nell'Empireo: alcuni santi italiani, Santa Caterina, San Francesco, San Luigi ecc. implorano:
O Sommo Fattore, non potresti spedir d'urgenza un colpo apoplettico o qualcosa di simile laggi, a Roma, dalle parti di palazzo Venezia?
Oh, no, sarebbero fastidi grossi! Il diavolo ha gi messo le mani avanti, perch dice che quell'uomo l all'inferno non ce lo vuole, non c' posto per lui...
Ebbene, tiriamocelo magari quass, nel regno dei cieli...
Che? Siete matti? Bisognerebbe sorvegliarlo continuamente... No, no, io non saprei davvero a chi affidarlo.
Lascia l'incarico a noi, Sommo Signore, lo affidiamo a Sant'Antonio, ha appunto bisogno d'un porco sempre pi grosso.
...
I difensori del nume tentavano di persuadere i malcontenti:
Pensate ch'egli deve tirar su il paese intero, il morale dei cittadini, l'umore del re, e si sa che tira di qua, tira di l...
Fa il tiranno per necessit!
...
Qualcuno osa lagnarsi personalmente col divo:
Guardate che la povera gente soffre, tormenta il cervello per trovar del cibo, ha il cuore in pena, si mangia il fegato dalla bile...
Che diamine mi dite? Il cervello, il cuore, il fegato... Ma se hanno tante frattaglie, di che si lamentano?
...
L'ostilit degl'italiani di tutte le classi riboll aperta, trabocc in ribellioni, dilag in una resistenza passiva, pesante, irriducibile. Le spie ebbero molto da fare, l'Ovra fu infaticabile nel suo sudicio lavoro clandestino, le carceri pullularono d'arrestati, i confinati non si contavano pi, i campi di concentramento si allargavano di continuo, fucilazioni e soppressioni di cittadini fastidiosi avvenivano tutte le notti, dapprima in silenzio, in campagna, alla chetichella, ma poi sfacciatamente all'aperto, senza la minima piet umana, con una ferocia che non ha precedenti nella storia. Le camere di tortura furono istituite in quasi tutte le prigioni e in locali improvvisati, al centro di Roma; i metodi dell'Inquisizione impallidivano di fronte alla barbarie fascista, per quanto cruenti fossero.
Questa  l'Italia dell'ra fascista... si costatava.
E si concludeva: Gi, era fascista, ma non lo  pi da un pezzo!
Venne annunziata sardonicamente una nuova conferenza del filosofo Giovanni Gentile, che una pallottola, a Firenze, fece tacere per sempre, dopo quella che il cos detto "teorico del regime" aveva tenuto al Campidoglio.
Su che cosa parler? si domandava.
Sul tema: "Dal fascio iniziale allo sfascio finale".
...
Frattanto il nume continuava a ricoprirsi di ridicolo anche in mezzo agli uccisi, ai martoriati, agli affamati, per gli italiani non riuscivano a ridere pi e gl'imprecavano contro, lo maledicevano appioppandogli gli ultimi suoi nomignoli: "la belva assassina", "la jena littoria".
In questo clima, con gli Anglosassoni che gi avevano diretto i loro convogli navali verso la Sicilia, il buffone tenne il suo ultimo discorso prima del 25 luglio 1943: fu quello in cui sforn dal suo repertorio di ciurmatore goffo e incitrullito, il paragone del bagnasciuga e garant che i nemici avrebbero potuto toccare il suolo italiano soltanto in posizione orizzontale, ossia sulle nostre coste sarebbero giunti nient'altro che i loro cadaveri.
Egli non s'accorge che il vero cadavere ora  lui! disse ad alta voce qualcuno, nel caff Aragno di Roma.
E quel discorso, il cialtrone di Predappio lo incominci con alcune parole non comparse poi nel testo ufficiale riveduto e ritoccato da lui, diffuso dai giornali. Ecco quelle parole, riferitemi da chi era presente:
I nemici miei e del regime spargono voce che io sia un uomo finito. Posso garantirvi che, come mi vedete, questa notte ho stancato una donna e questa mattina ho rotto la schiena ad un cavallo.
Miserabile vanteria che in un uomo di sessant'anni, come era lui, raggiunge il colmo dell'imbecillit.
...
Gli epigrammi fioccarono: si derideva la preparazione bellica fascista:
S'addentr per vent'anni, in ogni campo,
a far la guerra-lampo
col cannon, col pugnal, prode e distinta
la giovinezza fiera
che vinse sempre nella guerra finta,
perse soltanto nella guerra vera.
...
Si osservava con tristezza:
Per far l'Italia, tra battaglie e affanni,
ci son voluti circa settant'anni,
ed  bastata un'ora
per mandarla in malora!
...
E si filosofeggiava perfino:
Senza che il fato le sue vie contorca,
vediamo che un medesimo reato
pu mandare un colpevole alla forca
ed un altro al governo dello stato!
...
Come si deplorava in versi:
Chi govern rubando e tutto prese
non fu un ministro,
bens un sinistro
per il paese!
...
E ci si ragionava sopra:
L'uom potente tutto impone,
con la forza autoritaria
tutto fa,
fin che fa qualche marrone
che lo manda gambe all'aria;
scopre allora l per l
su qual fango si basava
per tener la gente schiava
con malvagia autorit.
...
E c'era chi se la prendeva ancora col popolo, senza riflettere che certe responsabilit investono sopratutto le classi elevate.
Il popolo  un leone? No! S'appaga
di chi lo svaga,
come le donne: basta un parolajo
per farlo gajo,
s'esalta lestamente
a un pistolotto, a un inno rimbombante,
e allora passa da leon ruggente
a pecora belante.
...
Ecco l'epigramma che pu sembrare forse la conclusione:
Tutti i nostri governi,
gli amici ed i nemici interni e esterni,
di sopra oppur di sotto,
di fronte o laterali,
non solo lo Stivale ci hanno rotto,
ma ci hanno rotto pure gli stivali!
...
Gli amici, i colleghi, i conoscenti ormai senza pi alcuna distinzione di partiti, s'incontravano per le strade e nei ritrovi e si scambiavano impressioni accorate, rapidi commenti, frasi amare che assomigliavano a massime di rassegnazione:
"Ci siamo fatti pecore sotto un lupo incosciente ed ora la guerra ci libera con tanta strage, che dopo non ci sar pi il lupo,  vero, ma anche le pecore saranno mal ridotte, nell'ovile devastato".
"Fdati era un buon uomo, non fidarti era meglio, ma essersi fidati di Mussolini  il colmo della dabbenaggine, ed  forse la macchia pi grave che rimane nella storia del popolo italiano".
"Egli non faceva che invocare l'antica grandezza romana, sicch per tenerci rivolti a guardare il nostro passato, non ci ha fatto mai fissar gli occhi verso il nostro avvenire".
"Ci ha fatto ridere tanto, che  per legge d'equilibrio, se ora ci accade di dover piangere altrettanto".
Una mattina, a Roma, si trov il vecchio torso di Pasquino macchiato di sangue.
Che significa? si domandava la gente.
Significa che l'ultima pasquinata  scritta col sangue degl'italiani!
Qualcuno ricordava:
Quando con la violenza usurp il potere, egli disse al re: "Porto a vostra maest l'Italia di Vittorio Veneto!". Ma adesso quale Italia gli lascia?
Quella di Novara, purtroppo!
Uno scrittore osserv:
Il compendio della storia d'Italia, dal 1917 al 1943, si fa assai sinteticamente: Da Caporetto a capo rotto!
Conversando si costatava in tono afflitto:
Il Piave non mormora pi che non passa lo straniero; oggi in Italia gli stranieri passano da tutte le parti.
Uhm, obiettava qualcuno, col cuore grosso, purch passino soltanto! E se qualcuno restasse?....
...
C'erano i finti ingenui che ragionavano:
Non dubitate, noi vinceremo la guerra, il duce ce lo ha assicurato, e basta! Non si deve dimenticare ch'egli annunzi delle armi segrete.
E dove le ha?
Al momento decisivo, le metter fuori.
Ma quali sono le armi segrete di Mussolini?
Molte e micidiali: c' tutta la serie delle balle accumulate in vent'anni, poi ci sono ancora intatte tutte le immense riserve di pernacchie che gl'italiani non gli hanno potuto sparare in faccia fino ad oggi, in ultimo ha quella interminabile filza di moccoli, accidenti, bestemmie e maledizioni che gli mandiamo noi.
Ma che bombe ha?
Bombacci!
E quali viveri ci dar?
Farinacci!
Quindi in fine che cosa avremo?
Petacci!
...
I fiduciosissimi non si sconfidavano:
Mussolini ha garantito la vittoria e noi possiamo attenderla tranquillamente.
Voi gli credete ancora?
Sicuro! Egli ha detto: Gl'inglesi? Io me li mangio vivi!
Sono ubbie!
Cari signori, quando si tratta di mangiamento, non c  nessuno al mondo che possa superare Mussolini!
...
Alcuni parlottavano:
Perderemo, pazienza! Ma almeno non avremo pi il fascismo.
Non v'illudete, amici! Qui stiamo perdendo nello stesso tempo la guerra, il fascismo e l'Italia!
...
Mussolini s' tirato un colpo di rivoltella alla testa, bruciandosi il cervello.
Sicch  morto, finalmente?
No, perch di cervello in testa non ce n'era.
...
Noi manchiamo di artiglierie pesanti.
Chi l'ha detto? Finch abbiamo il duce, per le artiglierie siamo a posto: sono vent'anni che lui le spara sempre pi grosse di tutti!
...
Poich l'andamento della guerra non  molto glorioso, i due indomiti campioni s'affrettano a incontrarsi una volta di pi al Brennero.
Io devo vincere ad ogni costo, rivela el barbisin, altrimenti in Germania m'impaccano come campione senza valore e mi spediscono in galera per tutta la vita.
Starai sempre meglio di me, fa el crapapelada, a te in Germania t'impaccano, a me in Italia m'impiccano!
...
Armando Curcio compil anche il discorso con cui, dall'ormai fatidico ma sopratutto farsesco balcone, l'idolo avrebbe annunziato la sconfitta come una vittoria, con la sicumera e la prosopopea che gli erano consuete.
"Camerati, incomincia il discorso, camicie nere della vigilia e della rivoluzione, italiani d'oltre Alpe e d'oltre Oceano, ascoltate! La guerra che il popolo italiano non voleva e che sabot fin dall'inizio, con la sua indefettibile fede,  perduta!".
Quindi finisce risoluto e trionfante:
"Camicie nere, camerati! Il re  in esilio, Hitler viaggia verso le isole Azzorre, io rimango! Oggi l'Italia, cos fascisticamente snellita, s'avvia verso i destini che le vengono segnati dai colli fatali di Roma! Camerati, in piedi!".
Per questo ultimo invito ad alzarsi, ch'era uno dei motti pi stentorei del buffone predappiese, io ebbi una seccatura a Torino, durante il discorso del 2 ottobre 1935, essendomi azzardato ad osservare che pi i camerati erano in piedi, pi l'Italia era a terra.
...
Vennero i tre giorni della sua caduta: la sera del 24 luglio, il pomeriggio del 25, la mattina del 26, quando per tutta Italia non ci fu che una sola immensa impetuosa indescrivibile esplosione di gioja. Nessuno potr mai dimenticarla. Il fascismo fin in quei tre giorni, all'alba del 26 luglio, luned, Mussolini era sepolto per sempre.
Il suo ritorno, alla met del settembre seguente, non  un evento storico,  semplicemente un episodio criminale, non appartiene pi ai grandi fatti ma ai grandissimi misfatti della guerra,  l'onta d'un periodo della rovina del nostro paese,  l'esempio unico della selvaggia brutalit d'una banda di efferati delinquenti, in pieno secolo ventesimo. Sorse allora l'ultima barzelletta.
L'odio dei tedeschi per gl'italiani  il pi malvagio e rabbioso che la mente d'un feroce barbaro possa ideare.
 vero, essi ci macellano...
S, ma hanno fatto di peggio.
Ci straziano, ci spogliano...
Son bazzecole, al confronto.
Ci devastano, ci saccheggiano, ci sterminano...
Peggio, ti dico!
E che diavolo hanno fatto di peggio?
Ci hanno riportato Mussolini!
...
La sera del 25 luglio, due vecchi amici di Vittorio Emanuele Orlando gli portarono a casa la grande notizia:
Il fascismo  finito!
Gli occhi dell'illustre vegliardo lampeggiarono di gioja, poi egli esclam, riferendosi al mascalzone di Predappio:
Acciuffando il potere, aveva predetto che il fascismo vi sarebbe rimasto per sessant'anni, e l'ha indovinata.
Ma no, c' rimasto soltanto per un terzo del tempo previsto.
Gi, ma per gli altri due terzi vi rimarranno le conseguenze.
...
Tuttavia il Pancho Villa d'Italia torn ancora un altro po' di tempo e istitu il Partito Fascista Repubblicano, la cui sigla P. R. F. fu subito spiegata in due modi:
Per Farci Ridere! interpretarono alcuni.
Pochi Farabutti Rimasti! precisarono altri.
...
Ora voglia Iddio che il nostro travagliato, infelice Paese possa presto cancellare dalle sue pi dolorose cronache quell'abominevole infamia che non disonor soltanto un popolo, ma l'umanit.
No, non ci furono storielle n tristi n allegre, in quel torno di tempo, non si rise n si sorrise, ci fu solamente sangue, ribrezzo e terrore, si pianse e si attese la vendetta o la morte.
Ecco, oggi noi italiani ci risolleviamo, o fratelli lavoratori d'ogni paese, tendiamo le mani verso di voi, per un sogno e una speranza di fraternit universale, cercando di riprendere il nostro cammino diritto, di ricostruire la nostra esistenza, di rifarci un volto ed una dignit, per quel domani di bene al quale hanno diritto tutti gli uomini di buona fede e di buona volont.
Roma, giugno 1944.

FINE.


 APPENDICE.
Quanti "ordini di servizio" del Ministero della Cultura Popolare, il Minculpop, venivano fatti conoscere dai giornalisti! Ordini autentici, non inventati dal perenne spirito degl'italiani. Eccone ancora alcuni raccolti da Paolo Vittorelli:
"Si fa presente di non usare la dizione Supreme Gerarchie, perch nel Partito ce n' una sola: il Duce".
Non c' che lui, non c' che lui!
"Mettere in evidenza le dimostrazioni al Duce delle 2800 insegnanti dell'Opera Nazionale Balilla e fare un corsivo adeguato, rilevando l'importanza del corso per l'educazione della giovent".
La giovent, insomma, non doveva educarsi che a fare le dimostrazioni al divo.
"Tenere presente sempre che le circolari dei sottosegretar non sono loro iniziative personali ma in seguito ad ordine del Duce".
Capite? Mussolini sempre dio unico eterno enciclopedico poligrafo ispirante e onnisciente!
"Nel numero 21 di Echi e Commenti del 25 luglio (fatalit delle date! N. d. A.) v' un ottimo articolo con importanti dati statistici sui risultati della Guerra alle mosche. Riprodurlo largamente".
Si vinceva una guerra, perdinci! Alle mosche,  vero, ma sempre guerra dichiarata e vinta dal du-ce du-ce du-ce!
"Riprodurre dal Popolo d'Italia la Giornata del Duce, facendola seguire da un commento".
Vibrante il commento, si capisce, esaltante, incensante, imbecillente.
"Attirare l'attenzione del pubblico sull'inno a Benito Mussolini messo in musica dal maestro Sallustio".
Quest'ordine ha la data del 5 dicembre 1935, ossia mentre si svolgeva la guerra in Abissinia e De Bono stava mandandoci in malora. Che dovevamo fare noi, invece? Cantare l'inno d'un lustrastivali al nume!
Pi tardi, un altro ordine diceva: "Sottolineare con energia come se si trattasse di mostrare la volont reale del popolo italiano, che questo reclama una politica militare in Africa".
E all'estero magari credevano sul serio che la volont del popolo fosse quella cos preordinata e falsata!
"Se i giornali ricevono un messaggio del poeta Gabriele D'Annunzio, non devono pubblicarlo".
Eh, spesso dava fastidio quel vecchio cantore che pur tenuto al confino di Gardone, talvolta aveva delle frasi di poco riguardo! Bisognava incominciare a metterlo in quarantena. Per fortuna sua, egli mor non molto pi tardi.
"Insistere sulla eventualit che Eden lasci il Foreign Office. Farsi mandare da Londra la notizia delle dimissioni di Eden".
Le dimissioni non erano vere, ma che importa? Mussolini s'era fissato che qualsiasi menzogna diventasse pura verit, pubblicandola sui giornali.
"Finirla con le notizie di bambini fuggiti dalle loro case per vedere il Duce".
Gi, qualche rara volta s'accorgeva perfino lui che i turiferar andavano oltre ogni limite della stupidit adulatrice.
Ma la "incretinizzazione", per parlare alla fascista, prosegue. Ordine del 29 aprile 1938: "Rilevare l'ammirazione e l'interesse del pubblico per il fatto che il Duce vestiva la divisa di primo maresciallo dell'impero".
 chiaro che in Italia non avevamo altro da fare che sdilinquirci ed estasiarci innanzi al superfesso impupazzato nelle sue monture!
Il 28 luglio 1939: "Com' noto, il Duce non gradisce che si parli del suo compleanno, non farne quindi alcun cenno".
Miserie della vanit buffonesca! E pensare che alti uffici ministeriali gravi e solenni dovevano occuparsi di questa roba!
3 novembre 1938, mentre il conflitto pi tragico di tutti i secoli gi si delineava all'orizzonte: "Riprendere la campagna per l'abolizione del lei".
E il 31 gennaio 1939: "Definire storico il discorso di Hitler".
La solita truffa: bastava definirlo, perch lo fosse.
Il 19 maggio dello stesso anno: "Dire che il Duce  stato chiamato dieci volte al balcone".
Il canzonettista valorizzava gli applausi della piccionaja. E intanto stava per scoppiare il finimondo...
Anche questi ordini, tutto sommato, erano beffe di tremenda portata, ma venivano ordite dal fascismo all'Italia e non dagl'italiani al fascismo.
...
Poi c'era il "Foglio di Disposizioni", opera personale di Starace, che distribuiva intemerate a diritto e a rovescio, con la pi supina ignoranza e la pi rara citrullaggine di questo mondo.
Ecco un'ingiunzione: "Coi commenti sulle nuove iscrizioni nel Partito sarebbe il caso di stoppare!".
"Stoppare" da stop, creazione staraciana, proprio nel periodo in cui lo stesso segretario sfuriava contro i termini stranieri. Ma poverino, che ne sapeva, lui? Credeva d'essere spiritosissimo. E promulgava editti formidabilmente ser. Per esempio, questo che se la prende con "certi elegantoni" e li biasima: "Spesso, in luogo del prescritto pantalone nero lungo o del pantalone nero corto, con stivali neri, viene indossato un pantalone a righe, residuo di tight. Il commento  superfluo!".
Egli non s'incaponiva n s'intendeva che di uniformi, poverino, e sciupava il suo miglior tempo a occuparsi d'ogni sorta di pantaloni, tranne di quell'unico vero e proprio Pantalone ch'era il pagatore di tutte le sciocchezze e le calamit inflitteci dal regime.
Nel luglio del 1933 disponeva perentoriamente: "Nelle cerimonie ufficiali, niente tubi da stufa sulla testa, ma la semplice camicia nera della Rivoluzione!".
A mettersi la camicia nera sulla testa, nessuno aveva pensato ancora.
Un altro suo assillo dominante: "Ricordo che l'anno fascista, quello che interessa, est cominciato il 29 ottobre stop".
Per lui, dunque, il Capodanno della Chiesa e dell'anno solare non avevano alcun interesse, noi italiani dovevamo abolirlo. Quello fascista, invece, ch'era appunto chiamato il capo danno per l'Italia, non era al 28 ottobre, bens al 29. Chiss come diavolo faceva i suoi conti, povero Starace!
L'asineria, del resto, era obbligatoria. Tal Luigi Fontanelli, direttore di un "quotidiano dei lavoratori", sosteneva che un giornale fatto per gli operai, i quali, secondo lui, sono per lo pi ignoranti, dev'essere scritto da ignoranti, cio male e spropositato, da non confondersi perci con i periodici dedicati alle classi medie".
Morale: la grammatica e l'istruzione erano un lusso da nababbi, in tempo fascista, il solo lusso che i grandi gerarchi non si permettevano.
Infatti d'un altro giornalista del regime, certo Nicola Pascazio, rimanevano celebri gli scappucci e i marroni, definiti appunto "pascaziate". Una visita del sommo feticcio alla caserma della cos detta "Arma Benemerita" veniva intitolata: Mussolini tra i carabinieri.
Finalmente! esclamavano i lettori esilarati e soddisfatti.
Per informare il pubblico che il senatore Agnelli aveva offerto al governo un milione di lire, il Pascazio stamp: UN MILIONE D'AGNELLI AL DUCE.
E qualcuno mormor: Cos i 45 milioni d'italiani, di ventano 46....
In occasione dell'andata di Mussolini in Grecia, telefonarono al Pascazio che il duce era disceso nel porto di Patrasso, e quindi poteva dare subito la notizia sotto un titolo appariscente: Il capo del governo  andato a Patrasso!
Le somarate erano a catena: in un lavoro teatrale storico su Giulio Cesare, perpetrato da un consigliere nazionale, v'era una scena in cui Antonio offre la corona di re a Cesare, il quale la rifiuta. Al gesto dell'offerta, gli antichi romani circostanti gridavano, Saluto al re!
Alla frase di rinunzia, essi tuonavano: Saluto al duce!
Un ministro fascista dichiar che quel lavoro era superiore alla omonima tragedia di Shakespeare.
C'era in altri termini, l'asinit ufficiale, di stato! In provincia di Pavia, sopra un edifizio littorio dov'era scritto Regno d'Italia, una mattina si lesse Rogna d'Italia.
In compenso c'erano gli stud di mistica fascista. Si diceva:
Con la fede fascistica
e la tedesca svastica,
senza un poco di mistica,
o amici, non si mastica!
...
Durante i molti allarmi che a Roma si avevano di notte, nei primi mesi della guerra, gl'impiegati dormivano poco e arrivavano tardi, sonnolenti, all'ufficio.
Uhm, not il capufficio, a parer mio, alcuni fingono....
Sar bene metterli alla prova.
E come si fa per capire chi  assonnato davvero e chi no?
Si bada al saluto: se dice buongiorno, ha dormito molto, se dice buonasera, ha dormito poco....
E se dice viva il duce?
Vuoi dire che o non s' svegliato ancora o s' scimunito dal sonno.
...
Trilussa imperterrito derideva a mezza voce i riti e le costumanze. Del saluto romano aveva scritto:
perch sto gesto te vie' a d in sostanza:
semo amiconi, se volemo bene,
ma restamo alla debbita distanza.
E ad un funerale, un amico gli domand: Com' che non fai il saluto fascista alla salma?
Mah, disse il poeta, sai, coi morti non si scherza.
...
Quando il despota ponzava la rovina, nei mesi di "non belligeranza" che precedettero la guerra, e si chiuse nel silenzio, avvertendo di "non turbare il pilota", il popolo lo chiam Benito Mutolini.
Quando invece si mise a parlar troppo, per dare qualche ragione plausibile delle catastrofi che da El Alamein in poi si susseguivano ininterrotte, il popolo lo defin: Pentito Mussolini.
Passato definitivamente a servizio della Germania, scimmiottava Hitler, e allora si scrisse:
Poich il duce ha la soma
dell'italo destino,
apre l'ombrello a Roma
quando piove a Berlino.
Qualcosa di simile sussurravano in Puglia.
Chiss quanto deve grattarsi, ora, Mussolini!
E perch?
Perch Hitler ha la scabbia.
Oppure si diceva: Son tante le conquiste tedesche che Hitler finir col fare indigestione.
Gi, ma poi sar Mussolini che dovr purgarsi!
Un magistrato barese, un giorno, aggiunse: Oh, se si potesse purgare l'Italia da Mussolini!
...
Avvenuto l'attentato contro Hitler, a Monaco, qui da noi si levarono alte deplorazioni.
Ah, maledettacci! Ah, delinquenti!
Sono attentatori da condannare, non  vero?
S, perch hanno sbagliato il colpo.
E si disse anche che se lo avessero imbroccato, si sarebbe dovuto cambiare il nome all'Esposizione Universale di Roma.
Come, non si sarebbe detto pi: E quarantadue?
No, si sarebbe detto: E uno!
...
Come si sa, quando il pagliaccio predappiese and in Libia a sfoderare la spada che doveva proteggere l'Islam, approv le feste preparategli da Italo Balbo e lo lod: Sei un grande regista!
Un giovine ammiraglio del seguito borbott: Infatti la farsa  riuscita fastosa, ma chiss quanto coster agl'italiani!
...
Si narr di un'altra visita ad una vecchia chiromante. Il sommo Fetonte tese la mano e domand: Sai dirmi quando morir?
La vecchia diede un'occhiata al palmo e sentenzi: Alla vigilia d'una festa grandiosa.
Non  possibile, sorrise il nume sicuro di s, perch le feste, a causa della guerra, io le ho tutte abolite.
E la chiromante, pi sicura di lui, gracid: Non preoccupartene, brav'uomo, il giorno dopo la tua morte, sar festa grandissima per tutto il mondo!
Facile profezia...
...
E per chiudere con un ultimo riferimento di date, non  male ricordare d'ora in poi, a chiunque abbia velleit dittatoriali in Italia e nel resto della terra, che dopo un 28 ottobre viene sempre un 28 aprile!
Iddio non paga il sabato, e occorre tener presente che l'ottobre  autunno e significa declino, mentre l'aprile  primavera e vuol dire rinascita. Il buon Dio, dunque, ci aiuti, poich l'Italia non pu e non deve perire!
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FINE.
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BIBLIOGRAFIA.
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R. e F. SILENZI: Pasquino, Milano, 1932.
A. LANCELLOTTI: Napoleone aneddotico, 1928.
P. ROMANO: La satira nella Roma napoleonica, 1936.
B. MUSSOLINI: Discorsi politici, 1939.
Il primo libro del fascista, Mondadori, 1940.
F. PALAZZI e S. SPAVENTA-FILIPPI: Il libro dei mille savi, 1943
F. MASSON: Napoleone intimo, 1910.
LAS CASES: Memoriale di Sant'Elena, 1890.
LUDWIG: Colloqu con Mussolini, 1934.
M. SARFATTI: Dux, 1924.
A. ROSSATO: Mussolini, biografia. Ed. Modernissima, 1920.
Antologia Mussoliniana. Hoepli, 1937.
S. NEGRO: Vaticano minore 1936.
Storia di cinque mesi, pubblicata alla macchia, 1944.
L'Antimussolini, pubblicazione anonima clandestina, 1940.
Giornali Avanti!, Ricostruzione, L'Unit ed altri del periodo clandestino. Oltre stampe, riviste, opuscoli e fascicoletti diffusi di nascosto e senza indicazione d'autori, d'editori, di tipografie n di date.
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Indice generale.
PREAMBOLO DELL'AUTORE.	
NOTA ALLA SECONDA EDIZIONE.	
1. LUI E DIO.
2. IL GRAN SEGRETARIO.	
3. LO STATO MAGGIORE.
4. L'ERA FASCISTA.
5. IL SUO "VERBUM".
6. BUROCRATI.
7. LUI, IL POPOLO, IL RE.
8. IL "FINE DICITORE".
9. DI QUA E DI L.
10. GRANDI E PICCOLI.
11. COS PER VENT'ANNI.
12. GL'INTELLETTUALI.
13. IL GRAN PLAGIARIO.
14. I SARCASMI A DENTI STRETTI.
15. I GIOVANI.
16. NAPOLEONITAL.
17. L'AMENO REGIME.
18. IL PI GRAND'UOMO DEL MONDO.
19. 1940!	
20. SIC TRANSIT...	
APPENDIC.E	
BIBLIOGRAFIA.
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FINE.